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L’ASIMMETRIA DI MODENA E L’ORDINE GIURIDICO TRANSNAZIONALE: L’USO POLITICO DEL DIRITTO E LE RETI MILITANTI

Dal silenzio mediatico sul caso di cronaca emiliano alla denuncia alla CPI contro il governo: come le reti forensi progressiste utilizzano i trattati internazionali come arma geopolitica

Ci sono eventi che, per la loro intrinseca natura fenomenica, possiedono una forza d’urto semantica tale da attivare istantaneamente i riflessi pavloviani della macchina mediatica e giudiziaria. Quando un trentenne, nel pieno centro di Modena, lancia la propria automobile a folle velocità contro i passanti, la grammatica della cronaca contemporanea offrirebbe un repertorio di categorie già scritte, moduli narrativi preordinati che oscillano tra l’allarme terrorismo, la radicalizzazione ideologica e il dibattito sulla sicurezza urbana. In qualunque altro contesto, a parti invertite o con attori differenti sulla scena, l’episodio sarebbe divenuto materia prima per titoli cubitali, talk-show serali e immediate strumentalizzazioni politiche.

Eppure, nel caso modenese, gli ingranaggi della macchina pubblica hanno subito un singolare, quasi impercettibile rallentamento. Un velo di densa cautela si è posato sulla vicenda. Il Giudice per le Indagini Preliminari ha escluso con eccezionale tempestività le aggravanti del terrorismo e della premeditazione, derubricando l’accaduto a un gesto isolato, a una fiammata impulsiva priva di retroterra dottrinale. Parallelamente, l’universo dell’informazione ha scelto la via di una sobria e geometrica discrezione: nessun titolo gridato, nessuna caccia al profilo ideologico, nessuna sovraesposizione del reo.

Questo improvviso ritorno al garantismo più puro e rigoroso — virtù rarissima nel panorama della giustizia mediatica italiana — non è, tuttavia, un fenomeno privo di coordinate. A muoversi nel perimetro della difesa del giovane imputato c’è una figura che incarna, per storia personale e legami dottrinali, una porzione ben definita della cultura giuridica italiana: l’avvocato Fausto Gianelli. Il suo profilo professionale non si esaurisce nelle aule del tribunale emiliano; egli appartiene a reti militanti transnazionali densamente strutturate, che spaziano dai Giuristi Democratici agli Avvocati per la Palestina, fino alle recenti iniziative di denuncia davanti alla Corte Penale Internazionale contro i vertici del governo italiano.

Si profila così un paradosso perfetto, che rivela l’asimmetria strutturale del dibattito pubblico nazionale. Quando l’imputato non si presta alla costruzione del “mostro” e la sua identità biologica o sociale non è spendibile in alcuna battaglia politica contingente, il sistema scopre la virtù della prudenza. La discrezione diventa metodo accademico e processuale. Il garantismo, da lussuoso feticcio per pochi, si trasforma magicamente in prassi generalizzata. Ma dietro questa facciata di encomiabile moderazione si cela una complessa architettura politico-giuridica che merita di essere indagata con gli strumenti della sociologia del diritto e dell’analisi geopolitica.


Fausto Gianelli e la dottrina del diritto come arma d’intervento

Per comprendere le dinamiche sottese al caso di Modena e, più in generale, all’uso contemporaneo delle categorie del diritto internazionale, è necessario decodificare il profilo del difensore. Fausto Gianelli non è un semplice tecnico del codice di procedura penale; è un penalista che da oltre trent’anni opera all’incrocio esatto tra l’avvocatura e la militanza geopolitica. Figura cardine della sinistra giuridica italiana, Gianelli interpreta la professione forense non come esercizio di una tecnica neutrale, bensì come strumento di intervento diretto nei conflitti sociali, storici e internazionali.

La sua traiettoria biografica si snoda attraverso i nodi cruciali del conflitto politico italiano e globale: dalla costituzione di parte civile nei processi per i fatti del G8 di Genova (Diaz e Bolzaneto) fino alle missioni di osservazione nei territori più caldi del pianeta. Gianelli si muove entro un ecosistema di sigle che cooperano secondo una logica transnazionale:

  • Giuristi Democratici: Storica associazione della sinistra giuridica italiana, nata negli anni Sessanta e radicata nella cultura dell’antifascismo militante. L’associazione postula l’uso del diritto come leva per scardinare i rapporti di forza capitalistici e per tutelare i diritti dei migranti, dei detenuti e delle minoranze. Gianelli ne è stato il coordinatore provinciale a Modena, saldando la dimensione locale a quella teorica nazionale.
  • ELDH (European Association of Lawyers for Democracy and Human Rights): Un network europeo di giuristi che contesta apertamente la postura dei governi occidentali e le politiche strutturali della NATO. L’ELDH interviene nei teatri in cui i movimenti dissidenti — dalla Turchia ai territori curdi — subiscono la pressione degli apparati statali, interpretando il diritto internazionale come un campo di battaglia ideologico contro l’egemonia d’occidente.
  • Giuristi e Avvocati per la Palestina: Il nucleo più strettamente militante e focalizzato sulla crisi mediorientale. All’interno di questa rete, l’impegno si traduce in una costante opera di delegittimazione delle politiche statuali israeliane e nel supporto legale a forme di resistenza che la comunità internazionale qualifica spesso in termini assai più problematici.

Le reti a cui Gianelli partecipa non sono meri club accademici o associazioni di categoria volte al mutuo soccorso professionale; esse costituiscono un vero e proprio ecosistema politico-giuridico transnazionale. La loro finalità ultima è la scomposizione della sovranità statale attraverso l’uso strategico dei trattati e delle convenzioni internazionali, piegati a una logica di pressione e condizionamento ideologico.


La denuncia alla Corte Penale Internazionale: l’inversione della responsabilità penale

L’apice di questa strategia di “lawfare” — l’uso del diritto come surrogato dell’azione bellica o diplomatica — si è concretizzato nel biennio 2024-2025 con il deposito di una denuncia presso la Corte Penale Internazionale (CPI) de L’Aia contro i massimi vertici delle istituzioni della Repubblica Italiana. L’atto, che vede tra i suoi estensori lo stesso Gianelli, non si rivolge contro oscuri burocrati o funzionari ministeriali, ma colpisce direttamente il cuore politico e industriale dello Stato: il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il Ministro degli Esteri Antonio Tajani, il Ministro della Difesa Guido Crosetto e l’Amministratore Delegato di Leonardo, Roberto Cingolani.

L’accusa formulata è la più infamante e radicale che il lessico giuridico moderno possa concepire: complicità in genocidio, in virtù del sostegno politico, diplomatico e della prosecuzione delle forniture industriali e militari nei confronti dello Stato di Israele.

Parametro AnaliticoCaratteristiche dell’Atto Giuridico
Soggetti DenunciatiG. Meloni (Premier), A. Tajani (Esteri), G. Crosetto (Difesa), R. Cingolani (AD Leonardo)
Base GiuridicaArt. III della Convenzione ONU del 1948 (“Complicità nel genocidio”); Legge italiana 185/1990
Fattibilità TecnicaProssima allo zero (mancanza di giurisdizione automatica, nesso di causalità indiretta indimostrabile)
Obiettivo PrimarioProduzione di un costo reputazionale e delegittimazione morale della postura atlantica

Sotto il profilo rigorosamente tecnico-giuridico, l’iniziativa presenta fragilità macroscopiche. La configurazione della responsabilità penale internazionale per “complicità indiretta”, legata a contratti industriali preesistenti o a prese di posizione diplomatiche nel quadro di alleanze multilaterali, è un’iperbole dottrinale che difficilmente potrebbe superare il vaglio di ammissibilità di una procura internazionale. La stessa Corte Penale Internazionale opera secondo criteri di attribuzione della responsabilità individuale diretti e stringenti, ben lontani dalle generalizzazioni sociologiche contenute nel documento dei Giuristi per la Palestina.

Tuttavia, fermarsi alla critica tecnica dell’atto significherebbe non comprenderne la natura profonda. La denuncia alla CPI non è concepita per resistere a un dibattimento processuale; essa è un dispositivo retorico a consumo mediatico. L’obiettivo reale è il conseguimento di un effetto diplomatico e d’opinione: instillare nell’opinione pubblica l’idea che le scelte di politica estera di un governo sovrano non siano opzioni legittime all’interno di un quadro di alleanze, ma potenziali crimini penali di rilevanza universale.


Il nesso teorico tra Gianelli e Albanese: la cassa di risonanza dell’anti-atlantismo

Questa operazione di riscrittura ideologica del diritto internazionale non si muove nel vuoto, ma trova una precisa sponda dottrinale e comunicativa nelle posizioni espresse da figure di rilievo istituzionale in ambito sovranazionale, prima fra tutte Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati.

Sebbene non vi siano legami formali, incarichi professionali congiunti o co-autorie documentate tra Fausto Gianelli e Francesca Albanese, l’intersezione dei loro rispettivi percorsi evidenzia la presenza di una comunità militante condivisa, un network che opera in perfetta sinergia comunicativa. È un sistema a specchio: le reti di Gianelli (come l’ELDH) intervengono pubblicamente a difesa della Albanese ogni qualvolta le sue dichiarazioni sollevano le proteste dei governi occidentali o delle diplomazie alleate; al contempo, l’apparato concettuale dei report della Relatrice ONU offre il materiale lessicale e la legittimazione teorica per le denunce penali depositate dagli avvocati militanti.

Questo ecosistema integrato produce una vera e propria convergenza retorica:

  1. Spostamento dei confini categoriali: Concetti complessi e storicamente definiti come “genocidio”, “apartheid” o “crimine internazionale” vengono svuotati della loro specificità giurisprudenziale e trasformati in formule polivalenti da applicare sistematicamente alla condotta degli Stati occidentali.
  2. Moralizzazione della geopolitica: Le scelte strategiche, i trattati di cooperazione militare e gli accordi industriali dual-use dell’Italia vengono sottratti al dibattito parlamentare o all’analisi d’interesse nazionale, per essere proiettati esclusivamente nella dimensione del diritto penale e della colpa morale.
  3. Deterrenza d’opinione: Si crea un meccanismo di intimidazione simbolica volto a paralizzare i processi decisionali della classe politica. Il messaggio implicito è chiaro: qualunque decisore politico che mantenga fede agli impegni dell’alleanza atlantica o ai rapporti strategici con Tel Aviv può essere esposto all’infamia pubblica di un dossieraggio penale internazionale.

La colonna sonora dell’attivismo: il DIG Festival 2025 e la convergenza di Modena

La saldatura tra l’attivismo giuridico transnazionale e la sua cassa di risonanza mediatico-culturale trova una delle sue massime espressioni fenomeniche nel palcoscenico del DIG Festival 2025 di Modena. L’evento, storicamente dedicato al giornalismo d’inchiesta e alla difesa del giornalismo indipendente, si è progressivamente trasformato in un cruciale crocevia politico-ideologico, un vero e proprio “Stato generale” del dissenso anti-atlantista e della militanza pro-palestinese in Italia.

Non è un caso che la manifestazione si svolga proprio a Modena, epicentro geografico e professionale dell’azione di Fausto Gianelli. All’interno del festival, la compresenza di figure apparentemente distanti per ruolo istituzionale ma perfettamente sinergiche sul piano del messaggio — come la stessa Francesca Albanese, l’ex magistrato e senatore Roberto Scarpinato, e lo stesso Gianelli — ha offerto la plastica dimostrazione di come la “comunità militante” descritta in precedenza sia capace di occupare lo spazio culturale e di dettare l’agenda del dibattito pubblico.

Il panel emblematico del festival, programmaticamente intitolato “Quando il mondo dorme”, ha visto Gianelli e la Albanese condividere il medesimo proscenio per discutere di “crimini internazionali” e della situazione a Gaza. In questo contesto, il giornalismo d’inchiesta smette di essere uno strumento di pura e neutrale verifica dei fatti per farsi dispositivo di amplificazione di una tesi precostituita. La narrazione del festival opera secondo una logica di mutua legittimazione:

  • La sponda istituzionale e giudiziaria: Figure dal forte carico simbolico come Scarpinato e la Albanese forniscono al network il “bollo” dell’autorevolezza tecnica e diplomatica;
  • La rete forense locale: Gianelli e i Giuristi Democratici garantiscono il radicamento territoriale e la traduzione di quei principi in atti giudiziari concreti;
  • L’apparato mediatico: I giornalisti d’inchiesta presenti al festival operano come cinghia di trasmissione verso l’opinione pubblica, confezionando il materiale lessicale e concettuale necessario a giustificare la pressione politica sulle istituzioni dello Stato.

L’evento modenese del 2025 si configura così come il braccio culturale e di public relations della strategia di lawfare. Un ecosistema in cui il crowdfunding per la sopravvivenza del festival stesso si sovrappone alla “missione” geopolitica, trasformando la città emiliana nel laboratorio ideale per la sperimentazione di un nuovo ordine discorsivo, dove il diritto internazionale viene definitivamente arruolato come arma di propaganda e di contestazione dei vertici della Repubblica.


Le implicazioni per lo Stato e il pericolo del precedente

Il tempismo con cui queste iniziative vengono coordinate non è un dettaglio trascurabile. La denuncia alla Corte Penale Internazionale interviene in una fase storica precisa, caratterizzata dal tentativo del governo italiano di consolidare la propria postura nell’alleanza atlantica e di riacquistare una centralità geostrategica nel bacino del Mediterraneo allargato, attraverso dossier energetici, industriali e di sicurezza che vedono proprio in Israele, nell’Egitto e nelle nazioni rivierasche dei partner ineludibili.

Inserirsi in questo scenario attraverso la clava del diritto internazionale significa voler scientemente limitare lo spazio di manovra geopolitica della Repubblica. L’impatto di tali azioni sulla politica estera italiana si articola su più livelli di criticità:

L’indebolimento della postura atlantica: Anche in totale assenza di esiti giudiziari, la pendenza di una denuncia per complicità in genocidio proietta un’ombra di ambiguità sull’affidabilità diplomatica dell’Italia nei consessi multilaterali come la NATO o l’Unione Europea.

La destabilizzazione delle aziende strategiche: Colpire l’Amministratore Delegato di Leonardo significa tentare di minare la credibilità reputazionale di uno dei pilastri dell’industria della difesa nazionale, con ovvie ripercussioni sui mercati internazionali e sulla sovranità tecnologica del Paese.

La polarizzazione del discorso pubblico interno: Il dibattito interno viene violentemente distratto dal merito strategico ed economico delle scelte internazionali per essere confinato in una perenne e sterile contesa sulla presunta illegittimità morale dell’azione governativa.

Il rischio più sistemico è tuttavia rappresentato dalla creazione di un precedente pericoloso. Se la prassi di denunciare i governi democratici presso corti penali sovranazionali per le loro scelte di politica estera venisse normalizzata ed accolta con indulgenza dal sistema mediatico, il diritto internazionale cesserebbe definitivamente di essere uno strumento di composizione pacifica delle controversie tra Stati. Esso si trasformerebbe nell’arma finale della lotta politica interna, un dispositivo di interdizione ideologica a disposizione di minoranze organizzate capaci di utilizzare le corti estere per ribaltare gli indirizzi politici scaturiti dalle urne e dalle decisioni parlamentari.


Conclusione: il doppio binario della giustizia ideologica

Ritornando al silenzio di Modena, l’apparente anomalia di un ventenne la cui folle corsa automobilistica è stata privata di ogni valenza ideologica si ricompone in un quadro di assoluta coerenza. La prudenza giudiziaria, l’improvviso rigore garantista del GIP e l’ovattata narrazione dei media non sono episodi casuali, ma i sintomi di un sistema che riconosce la caratura e la forza d’urto delle reti difensive che circondano quel caso.

Quando il diritto è concepito ed esercitato come uno strumento di pressione politica globale, le singole vicende processuali locali diventano tasselli di una scacchiera molto più ampia. Se l’imputato non serve alla causa, se la sua colpevolezza non può essere spesa per attaccare l’ordine costituito o per alimentare la narrazione della colpa occidentale, il sistema preferisce disinnescare la bomba mediatica, ritirandosi nei rassicuranti confini del fatto privato e dell’atto impulsivo.

In questo teatro di asimmetrie, la denuncia alla Corte Penale Internazionale contro Meloni, Tajani, Crosetto e Cingolani rappresenta l’altra faccia della medesima medaglia. Da un lato si depotenzia la cronaca interna quando essa rischia di disturbare i fragili equilibri delle reti progressiste; dall’altro si iper-politicizza la dimensione internazionale per colpire i vertici dello Stato. Il risultato finale è la metamorfosi dell’ordine giuridico: non più uno scudo a tutela del cittadino e delle regole di convivenza democratica, ma una lancia impugnata da élite forensi transnazionali per condizionare la sovranità, la difesa e il destino diplomatico della nazione.

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