Dall’ordine esecutivo di Trump alle rovine del compound di Gerusalemme: come l’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi è diventata un dispositivo di cristallizzazione del conflitto
Quando, all’inizio del 2025, Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che bloccava i finanziamenti all’UNRWA e ritirava gli Stati Uniti dal Consiglio ONU per i diritti umani, il coro delle indignazioni occidentali si è puntualmente levato. La decisione veniva presentata come l’ennesima prova del disprezzo trumpiano per il multilateralismo, per il diritto internazionale, per la civiltà giuridica. Eppure, una domanda legittima rimane sepolta sotto l’indignazione rituale: e se, questa volta, la decisione sgradita fosse anche quella giusta? E se l’UNRWA — l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi — fosse non la vittima di un capriccio politico, ma il simbolo più eloquente di ciò che accade quando il diritto internazionale smette di essere uno strumento di giustizia e diventa una rendita di posizione politica?
Un’anomalia giuridica chiamata UNRWA
L’UNRWA nacque nel 1949, un anno dopo la guerra arabo-israeliana che seguì la dichiarazione di indipendenza di Israele. Il suo mandato originale era temporaneo: assistere i circa 700.000 “palestinesi” sfollati in attesa di una soluzione politica che, si presumeva, sarebbe arrivata nel giro di qualche anno. Settantacinque anni dopo, l’agenzia assiste più di cinque milioni di persone — e il numero cresce.
Come è possibile? La risposta è semplice, e al tempo stesso straordinaria: l’UNRWA è l’unica agenzia al mondo che considera lo status di rifugiato un diritto ereditario, trasmissibile di generazione in generazione. Questa è una prassi introdotta dall’Agenzia stessa, a cui l’Assemblea Generale dell’Onu ha rinnovato l’incarico di anno in anno di continuare a fornire servizi ai rifugiati arabi provenienti dall’ex Palestina Mandataria Britannica, nazionalizzata dagli ebrei col nome di Israele.
Infatti, nel 1982 l’Assemblea Generale prese atto di questa prassi amministrativa già consolidata da UNRWA dagli anni ’50 e ’60, e la rese stabile attraverso il rinnovo del mandato e l’approvazione dei rapporti del Commissario Generale, nei quali l’inclusione dei discendenti dei rifugiati del 1948–49 era descritta come parte integrante delle operazioni dell’Agenzia.
Questo è un unicum assoluto nel diritto internazionale. L’UNHCR — l’Alto Commissariato ONU per i Rifugiati, che assiste oltre 114 milioni di persone nel mondo — non trasmette lo status per eredità. Il rifugiato afghano, congolese, sudanese ottiene protezione in quanto individuo che fugge da una persecuzione; i suoi figli nati in un paese di accoglienza non sono automaticamente rifugiati. La definizione di rifugiato dell’UNHCR cessa con la morte del soggetto o con la sua integrazione, reinsediamento o rimpatrio. Solo i “palestinesi” fanno eccezione.
La conseguenza numerica è vertiginosa. Da 700.000 rifugiati reali nel 1948 si è passati, attraverso la trasmissione ereditaria, a oltre cinque milioni registrati ufficialmente, con alcune stime che arrivano a otto milioni includendo quanti non si sono registrati formalmente. Ogni discendente maschio di rifugiato “palestinese”, anche se ha la cittadinanza giordana (il caso di 1,6 milioni di persone), anche se vive da generazioni in Cisgiordania sotto l’Autorità Nazionale Palestinese, è tecnicamente “rifugiato” secondo il registro UNRWA.
Perché è stato costruito questo regime giuridico straordinario? La risposta non è umanitaria. È politica. Lo status di rifugiato, perpetuato intergenerazionalmente, serve a tenere viva giuridicamente la pretesa del “diritto al ritorno” — il diritto di tutti i discendenti “palestinesi” di tornare nelle case e sulle terre dei loro avi, che oggi si trovano in territorio israeliano. È un dispositivo legale costruito per rendere impossibile qualsiasi accordo di pace definitivo: finché esistono cinque milioni di “rifugiati” con diritto di ritorno in Israele, qualsiasi soluzione a due stati che non contempli questo ritorno sarà illegittima per il diritto internazionale così come l’UNRWA lo produce.
Da non trascurare nemmeno l’aspetto economico: se nel primo anno di attività 1949–1950 il primo budget UNRWA fu di circa 50 milioni di dollari (valore nominale) per assistere 750.000 rifugiati (≈ 66 $/rifugiato/anno), nel 2024 il budget complessivo UNRWA (programmi + emergenze) è salito a circa 2,48 miliardi di dollari per 5,9–7 milioni di rifugiati registrati (≈ 350–420 $/rifugiato/anno).
Ma non è il dollaro, bensì una chiave è il simbolo di questa condizione. Letteralmente: nei campi profughi palestinesi si conservano le chiavi delle case abbandonate nel 1948. I nipoti delle nipoti mostrano le chiavi di abitazioni che non esistono più da decenni. È un rito identitario potente — e comprensibile dal punto di vista umano — che però rivela la funzione non umanitaria ma politica dell’intero sistema UNRWA: perpetuare l’irredentismo come condizione giuridica riconosciuta dall’ONU.
La chiave della casa di Toledo
Vale però la pena fermarsi su questa immagine — la chiave conservata per generazioni come pegno di un ritorno — perché non è un’invenzione palestinese. È una delle più antiche pratiche del dolore dell’esilio, e Jorge Luis Borges ne ha intuito la portata universale nella sua lunga meditazione sull’ebraismo. Gli ebrei sefarditi espulsi dalla Spagna nel 1492 per editto di Ferdinando e Isabella conservarono per secoli le chiavi delle loro case di Toledo, Siviglia e Cordova. Si racconta che gli ebrei di Istanbul e di Salonicco le tenessero ancora appese alle pareti nei secoli successivi. La lingua castigliana rimase viva in molte comunità sefardite fino all’Ottocento — non come lingua d’uso ma come lingua della memoria — nella stessa funzione rituale che la chiave svolgeva: testimoniare un’appartenenza che il tempo non aveva il diritto di cancellare.
La stessa usanza si perpetuò, in forme diverse, attraverso tutti i grandi traumi dell’ebraismo diasporico. E poi, nel XX secolo, in circostanze storicamente speculari a quelle del 1948 palestinese — e sistematicamente ignorate dal discorso pubblico internazionale — circa 856.000 ebrei vennero espulsi o costretti a fuggire dai paesi arabi del Nord Africa, del Medio Oriente e del Vicino Oriente. Dall’Iraq, dove la comunità ebraica di Baghdad era tra le più antiche e colte della regione. Dall’Egitto, dove dopo il 1948 e poi dopo Suez le espulsioni furono sistematiche, le proprietà confiscate, la partenza imposta con un bagaglio simbolico e la firma forzata a rinunciare a tutto. Dalla Libia, dove dopo il 1967 sinagoghe bruciarono e chi rimase scoprì presto che non vi erano più condizioni per restare. Dallo Yemen, dove Israele organizzò ponti aerei di emergenza per portare via famiglie intere dal deserto. Alcuni di questi ebrei — in particolare quelli provenienti dai paesi del Nord Africa che caddero sotto influenza o occupazione nazista durante la Seconda Guerra Mondiale — erano passati per i campi di sterminio o li avevano sfiorati; tornati nei loro paesi d’origine dopo la guerra, li avevano poi dovuti abbandonare di nuovo.
Per questi 856.000 profughi non è mai stata creata un’agenzia dell’ONU. Non è stato istituito nessun registro speciale, nessuno status ereditario, nessun “diritto al ritorno” codificato nel diritto internazionale. Israele li ha accolti, integrati, naturalizzati — a volte in condizioni durissime, nelle tende dei campi di accoglienza degli anni Cinquanta — senza usarli come strumento politico contro i paesi che li avevano cacciati. La simmetria con il trattamento riservato ai rifugiati palestinesi dai paesi arabi è perfetta e rovesciata: un esodo di dimensioni comparabili, gestito senza perpetuare il trauma come condizione giuridica permanente, senza costruire un’industria dell’esilio, senza trasformare i nipoti in rifugiati per decreto.
Il punto non è che la sofferenza palestinese non esista o non meriti attenzione. Il punto è che l’esistenza della chiave come simbolo — comune a ebrei sefarditi e palestinesi, comune a tutti i popoli che hanno conosciuto l’esilio — non genera automaticamente il diritto a un’agenzia ONU, a uno status ereditario, a un budget privilegiato. Quella chiave è stata trasformata dall’UNRWA in un dispositivo giuridico. E i dispositivi giuridici, a differenza delle chiavi, non aprono porte: le sbarrano.
Il ruolo dei paesi arabi e la gestione dei profughi
C’è un secondo paradosso che l’architettura UNRWA ha prodotto, e di cui si parla quasi sempre in modo ipocrita: il trattamento riservato ai palestinesi nei paesi arabi che li hanno “ospitati”.
Libano, Siria, Kuwait, Arabia Saudita: in questi paesi i palestinesi sono stati sistematicamente esclusi dalla cittadinanza, confinati in campi che in settant’anni si sono trasformati in città-ghetto, privati del diritto di lavorare in molte professioni, di acquistare proprietà, di integrarsi.
Il Libano vieta tuttora ai palestinesi l’accesso a 39 professioni regolamentate. La Siria li ha tenuti nei campi di Yarmouk per decenni, finché la guerra civile non ha distrutto anche quelle parvenze di normalità.
Perché questa crudeltà sistematica da parte di governi che si proclamavano difensori del popolo palestinese? La risposta è brutalmente semplice: l’integrazione avrebbe significato naturalizzazione, la naturalizzazione avrebbe estinto lo status di rifugiato, l’estinzione dello status avrebbe indebolito la rivendicazione del diritto al ritorno.
Ma la storia dei paesi arabi con i palestinesi non si ferma alla segregazione. Quando questi ultimi hanno tentato di trasformare la propria presenza in forza politica autonoma, la risposta è stata militare e sanguinosa — senza che l’indignazione internazionale si levasse con la stessa intensità che riserva alle azioni israeliane.
Nel settembre 1970 — l’evento che darà il nome all’organizzazione terroristica responsabile del massacro delle Olimpiadi di Monaco — re Hussein di Giordania dichiarò la legge marziale e scatenò l’esercito contro i fedayn palestinesi che stavano costruendo uno stato nello stato nel suo regno. La repressione provocò la morte di migliaia di palestinesi, tra combattenti e civili, e l’espulsione dell’OLP verso il Libano. Nel 1976, durante la guerra civile libanese, il campo profughi palestinese di Tel al-Zaatar fu assediato per mesi dalle milizie cristiano-falangiste. La Siria — che si era presentata come “forza di pace” inviata dalla Lega Araba — non solo non intervenne a interrompere l’assedio, ma di fatto lo agevolò: impedì i rifornimenti, bloccò le vie di fuga, e quando il campo cadde lasciò che la carneficina seguisse il suo corso. I morti furono migliaia. Nessuna risoluzione ONU ne porta il nome.
Nel 2011, scoppiata la guerra civile siriana, il campo profughi palestinese di Yarmouk, alla periferia di Damasco — dove vivevano oltre 150.000 persone — fu assediato dal regime di Assad. Per anni gli abitanti furono ridotti alla fame, privati di acqua, medicine, cibo. L’ONU documentò le condizioni, i comunicati si moltiplicarono, ma Yarmouk rimase sotto assedio fino alla distruzione pressoché totale. Il regime di Assad, che come tutti i regimi arabi della regione aveva per decenni brandito la causa palestinese come arma retorica contro Israele, non esitò a usare i palestinesi come ostaggi e come carne da cannone nella propria guerra di sopravvivenza.
La lista potrebbe continuare: i palestinesi espulsi in massa dal Kuwait nel 1990-91, dopo che l’OLP aveva sostenuto Saddam Hussein; le periodiche violenze contro i campi in Libano, dove lo stato non ha mai garantito protezione a chi non aveva cittadinanza. Il filo comune è sempre lo stesso: i palestinesi sono stati utili come simbolo e come strumento. Quando hanno smesso di esserlo — o quando sono diventati un problema di ordine interno — i paesi arabi li hanno soppressi senza esitazione, e il mondo ha guardato altrove.
I “palestinesi” sono stati tenuti deliberatamente in una condizione di precarietà e dipendenza perché questa condizione era politicamente utile — agli stati arabi, alle loro retoriche anti-israeliane, alla loro competizione regionale. E tutto ciò era reso sostenibile economicamente da un fatto preciso: la comunità internazionale, tramite l’UNRWA, pagava il conto.
Senza l’UNRWA, i paesi ospitanti avrebbero dovuto scegliere: integrare i palestinesi o affrontare le conseguenze politiche e sociali di una popolazione ridotta in miseria strutturale. Con l’UNRWA, era possibile tenere i palestinesi nei campi, privarli di diritti civili, e al tempo stesso nutrirli, istruirli, curarli — a spese altrui. Il meccanismo ha funzionato per settant’anni come un sussidio alla segregazione.
Il sistema educativo dell’UNRWA e le controversie
Tra le attività dell’UNRWA, il sistema educativo è quello di cui si è discusso di più, con le reazioni più difensive da parte dell’agenzia e dei suoi sostenitori. Eppure, le evidenze documentarie sono schiaccianti.
Per decenni, le scuole UNRWA hanno utilizzato curricula, elaborati dall’Autorità Palestinese o direttamente prodotti dall’agenzia, in cui il glorificare la resistenza armata, la cancellazione di Israele dalle mappe geografiche, la santificazione del martirio erano elementi strutturali e non incidentali. L’Istituto IMPACT-se, che dal 1998 monitora i libri di testo scolastici nel Medio Oriente, ha documentato in decine di rapporti come i manuali usati nelle scuole UNRWA a Gaza e in Cisgiordania glorifichino figure come Dalal Mughrabi — responsabile del massacro della strada costiera del 1978, in cui morirono 37 civili israeliani — e presentino il jihad e il martirio come valori educativi positivi.
Il nodo non era teorico. Prima della guerra del 7 ottobre, l’UNRWA gestiva 709 scuole con 530.000 studenti a Gaza, dove più della metà degli alunni frequentava istituti dell’agenzia. I terroristi del 7 ottobre sono stati, statisticamente, quasi certamente diplomati di quelle scuole. Dopo l’attacco, le indagini hanno rivelato che 12 dei 30.000 dipendenti UNRWA avevano partecipato direttamente al massacro, e che almeno 12 presidi di scuole dell’agenzia risultavano affiliati ad Hamas o alla Jihad Islamica Palestinese. Un gruppo Telegram con tremila dipendenti UNRWA aveva esultato pubblicamente per gli attacchi del 7 ottobre.
Ma il problema non erano solo i singoli. UN Watch ha documentato in un rapporto del settembre 2025 come la struttura stessa dell’UNRWA rendesse inevitabile questa porosità: il 99% dei 30.000 dipendenti è “area staff” — personale palestinese locale. Solo 120 funzionari sono internazionali. Il sindacato dei dipendenti, espressione del personale locale, è tradizionalmente controllato da esponenti di Hamas o suoi simpatizzanti. Quando i funzionari internazionali tentano di rimuovere materiali incendiari dai curricula, le scuole si fermano, gli uffici vengono presidiati. Hamas non si è infiltrato nell’UNRWA: l’ha colonizzata dall’interno, utilizzando il meccanismo democratico dei sindacati aziendali.
Lo stesso direttore degli affari UNRWA in Cisgiordania, Adam Bouloukos, ha ammesso in un’intervista che l’agenzia “non è mai in grado di separare l’erogazione dei servizi dal diritto al ritorno”. Era, implicitamente, la confessione di una funzione non umanitaria.
Trasparenza finanziaria e il meccanismo “pay for slay”
Il meccanismo adottato dall’Autorità Palestinese noto come “pay for slay” — letteralmente “pagato per uccidere” — è uno degli aspetti più documentati e meno discussi del conflitto. L’Autorità Nazionale Palestinese ha una legge che prevede stipendi mensili per i terroristi detenuti nelle carceri israeliane e vitalizi per le famiglie dei “martiri”. Gli stipendi crescono con la gravità del reato: più lunga è la condanna (ovvero più sanguinoso l’attentato), più alto il compenso. Un terrorista condannato all’ergastolo può arrivare a ricevere 12.000 shekel al mese — circa 3.300 dollari. Il programma costa complessivamente più di 300 milioni di dollari all’anno, circa l’8% del bilancio dell’ANP.
Parte di questo denaro proviene — indirettamente ma documentabilmente — da finanziamenti europei e americani all’Autorità Palestinese. La meccanica è semplice: i fondi internazionali coprono le spese correnti dell’ANP (ospedali, stipendi pubblici, infrastrutture), liberando risorse proprie per il “Fondo dei martiri”. Non è una contaminazione casuale: è una struttura di bilancio che trasforma i donatori internazionali in finanziatori indiretti del terrorismo.
Nel febbraio 2025, sotto pressione americana, Abu Mazen ha annunciato con grande fanfara l’abolizione del programma. Poche settimane dopo, Palestinian Media Watch ha documentato che i pagamenti continuavano, semplicemente rerouting attraverso una nuova entità — la “Palestinian National Economic Empowerment Institution” — creata per dare una facciata burocratica alla stessa pratica. I pagamenti sono ripresi ai terroristi liberati nell’ambito degli accordi di cessate il fuoco con Hamas, con cifre che per singoli individui possono raggiungere centinaia di migliaia di euro in arretrati. A novembre 2025, durante la visita di Abu Mazen a Parigi, organizzazioni pro-israeliane producevano documenti che attestavano la continuazione del programma, formalmente abolito a febbraio.
Il caso del “pay for slay” e delle sue riedizioni riassume perfettamente la dinamica della diplomazia mediorientale: una promessa fatta alla platea occidentale, mai rispettata, non seguita da conseguenze, ignorata dai donatori che hanno troppo investito politicamente nell’ANP come “interlocutore moderato” per ammettere di finanziarla mentre paga i terroristi.
Le porte girevoli del sistema ONU e il caso della CICR
Chi lavora all’UNRWA, di norma, non rimane all’UNRWA. L’agenzia è storicamente diventata una palestra per funzionari che poi proseguono la carriera in altre agenzie ONU, nel CICR, nell’accademia — portando con sé una visione del conflitto formatasi nel quotidiano contatto con le narrative palestinesi del torto e della resistenza.
Il caso più eclatante degli ultimi anni è quello di Francesca Albanese, giurista italiana che ha lavorato per quasi tre anni nel dipartimento legale dell’UNRWA a Gerusalemme, prima di diventare nel 2022 Relatrice Speciale ONU per i territori palestinesi occupati. Nei suoi rapporti ufficiali all’ONU, Albanese ha descritto l’occupazione israeliana come “apartheid”, ha parlato di “genocidio” a Gaza prima ancora che l’accusa fosse istruttoria, ha pubblicato un report intitolato “Anatomia di un genocidio”, ha raccomandato alla Corte Penale Internazionale di emettere mandati d’arresto contro Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Gallant. Nel luglio 2025 gli Stati Uniti le hanno imposto sanzioni personali, inserendola nella SDN List del Dipartimento del Tesoro — la lista solitamente riservata a trafficanti d’armi e finanziatori del terrorismo. L’iniziativa ha suscitato la prevedibile indignazione europea, con accuse di attacco alla libertà di espressione.
Il punto non è se Albanese abbia ragione o torto nel merito delle sue accuse a Israele — su alcuni di questi punti il dibattito è genuinamente aperto. Il punto è strutturale: il sistema ONU produce relativamente un percorso che porta chi lavora nell’UNRWA (immerso nelle narrative dei campi profughi, nelle storie di esproprio, nel quotidiano confronto con la miseria prodotta da settant’anni di conflitto irrisolto) a occupare poi posizioni di giudizio super partes che super partes, per formazione e biografia, non possono essere.
Un analogo problema di “porte girevoli” riguarda la relazione storica tra l’UNRWA e il CICR (Comitato Internazionale della Croce Rossa) . Pierre Krähenbühl ha guidato il CICR per anni prima di diventare Commissario Generale dell’UNRWA nel 2014 — da cui si dimise nel 2019 dopo uno scandalo per presunta cattiva gestione e favoritismi. Il suo percorso incarnava una osmosi istituzionale tra le due organizzazioni che hanno interessi operativi convergenti nel mantenimento dello status quo umanitario a Gaza.
Il caso del CICR e degli ostaggi israeliani rapiti il 7 ottobre 2023 merita un capitolo a parte, perché rappresenta forse la crisi più acuta nella storia moderna dell’organizzazione.
Per oltre quattrocento giorni — dal 7 ottobre 2023 ai primi rilasci del gennaio 2025 — nessuno degli ostaggi israeliani nelle mani di Hamas ha ricevuto una visita del CICR. Le famiglie non hanno ricevuto informazioni sulle condizioni dei loro cari. L’organizzazione che, in base alla Terza e Quarta Convenzione di Ginevra, è deputata a garantire il trattamento umano dei prigionieri di guerra e dei civili detenuti, si è formalmente nascosta dietro la risposta che “senza l’accordo di Hamas, il CICR non può agire”.
Tecnicamente inattaccabile. Politicamente scandaloso. Il CICR dispone di un enorme capitale reputazionale e finanziario — un budget di quasi tre miliardi di dollari all’anno, di cui circa il 25% proveniente dagli USA. Per decenni ha costruito la sua capacità di operare anche nelle situazioni più difficili proprio sull’autorevolezza morale della sua imparzialità dichiarata. Eppure, di fronte agli ostaggi israeliani, non ha “sbattuto sui tavoli”, non ha convocato conferenze stampa di emergenza, non ha mobilitato la pressione pubblica verso Hamas come avrebbe fatto con qualsiasi altra parte belligerante.
Nel gennaio 2025, quando i primi ostaggi furono liberati nell’ambito del cessate il fuoco, le scene di consegna divennero un simbolo di questa crisi: gli ostaggi — denutriti, visibilmente traumatizzati — venivano esibiti su palchi allestiti da Hamas come trofei propagandistici, davanti a folle urlanti, con miliziani armati ai lati. I funzionari del CICR presenti firmavano i documenti di consegna e non intervenivano. L’organizzazione si limitò a chiedere che i “futuri scambi avvengano in privato” — una richiesta garbata, senza conseguenze, rivolta a chi aveva trasformato la consegna di prigionieri in un rito di umiliazione.
Nel frattempo, le famiglie degli ostaggi israeliani attendevano da mesi qualsiasi informazione sullo stato di salute dei loro cari. Filmati diffusi da Hamas nel corso del 2025 mostravano ostaggi emaciati, al limite della sopravvivenza. Il CICR dichiarava di essere “sconvolto” e “profondamente preoccupato”. Nessuna azione concreta seguiva.
I critici — tra cui Gerald Steinberg di NGO Monitor e Richard Goldberg della Foundation for the Defense of Democracy — hanno osservato che il CICR ha applicato uno standard doppio: durissimo nell’accusa a Israele per il trattamento dei detenuti palestinesi, passivo e diplomaticamente riguardoso verso Hamas per il trattamento degli ostaggi israeliani. La spiegazione non è necessariamente malevola: è strutturale. Il CICR deve poter operare a Gaza, e operare a Gaza richiede l’accordo di Hamas. La neutralità, in questa costrizione operativa, diventa inevitabilmente asimmetrica.
Le pronunce della Corte dell’Aja e il bando dell’Agenzia
Nel frattempo, il sistema della “legalità internazionale” ha prodotto le sue pronunce.
Il 22 ottobre 2025, la Corte Internazionale di Giustizia ha emesso un parere consultivo in cui ha stabilito che Israele ha l’obbligo di permettere all’UNRWA di operare nei territori occupati, che le restrizioni agli aiuti costituiscono violazioni del diritto internazionale e che Israele non ha fornito prove sufficienti per giustificare il bando dell’agenzia. La Corte ha anche affermato che Israele non aveva dimostrato il presunto legame sistematico tra UNRWA e Hamas.
La reazione della Casa Bianca è stata quella di definire la pronuncia “un’altra sentenza corrotta”, “palesemente politicizzata”. Un linguaggio inaccettabile per il tono — ma che esprimeva una frustrazione comprensibile per il contenuto. La CIG è un organo consultivo, i cui pareri non sono vincolanti e non prevedono meccanismi sanzionatori diretti. Israele aveva già ignorato misure provvisorie della stessa Corte (sull’accesso agli aiuti, sulla carestia, sull’offensiva a Rafah) senza che ne seguisse alcuna conseguenza pratica.
Ma c’è un problema più profondo nella questione del rapporto UNRWA-Hamas. La Corte ha stabilito che Israele “non ha fornito prove sufficienti” della collusione. Questa valutazione è tecnicamente corretta nei termini formali del diritto probatorio internazionale — Israele ha sempre fornito indicazioni parziali e mai una disclosure completa della sua intelligence. Ma ignorava il nucleo del problema: non è necessario dimostrare una “collusione sistemica” in senso penalistico per concludere che un’organizzazione con 30.000 dipendenti locali, sindacato controllato da Hamas, presidi affiliati ad Hamas, e dipendenti che festeggiano su canali Telegram la strage del 7 ottobre, non è un’organizzazione umanitaria neutrale nel senso delle Convenzioni di Ginevra.
Il diritto internazionale così applicato produce un paradosso: richiede uno standard probatorio che nessuna intelligence operativa può soddisfare senza compromettere fonti e metodi, e in assenza di quella prova formalizzata assolve ciò che l’evidenza empirica condanna.
Il destino dell’UNRWA e gli scenari futuri
Se l’UNRWA è ciò che i suoi critici documentano — un dispositivo politico travestito da agenzia umanitaria, un perpetuatore strutturale del conflitto, un’organizzazione colonizzata dall’estremismo — perché sopravvive da settantacinque anni con il sostegno della comunità internazionale?
La risposta ha più strati.
Il primo è inerziale: istituzioni internazionali di questa dimensione sviluppano una capacità di sopravvivenza indipendente dai loro risultati. Cinquemila dipendenti internazionali, 30.000 locali, un budget miliardario, reti di ONG affiliate, lobby nei parlamenti occidentali: l’UNRWA non è solo un’agenzia, è un ecosistema.
Il secondo è il comfort politico che l’UNRWA ha fornito per decenni ai governi occidentali: finanziare l’agenzia è il modo più economico per “fare qualcosa” per i palestinesi senza affrontare le questioni politiche reali — l’assenza di uno stato palestinese, la corruzione dell’ANP, la radicalizzazione di Hamas, l’irresponsabilità dei paesi arabi ospitanti. L’UNRWA è stata per decenni la valvola di sfogo della cattiva coscienza occidentale.
Il terzo è il paradosso già discusso del diritto al ritorno: smantellare l’UNRWA significherebbe ammettere implicitamente che cinque milioni di “rifugiati” non sono rifugiati nel senso del diritto internazionale comune, che il loro status è una finzione giuridica costruita per scopi politici, e che qualsiasi soluzione realistica del conflitto deve partire da una verità scomoda: la grande maggioranza di questi “rifugiati” non tornerà mai in Israele, non perché sia loro impedito dalla forza, ma perché qualsiasi accordo di pace che non contempli un’esplosione demografica dello stato ebraico non può includere il ritorno di cinque milioni di persone.
Dire questo non significa negare la sofferenza reale di generazioni di palestinesi, né giustificare le politiche israeliane nei territori occupati. Significa riconoscere che l’UNRWA, così com’è stata costruita, non è uno strumento di soluzione del conflitto — è uno strumento di cristallizzazione di esso.
Cosa resta dopo
La decisione di Trump di tagliare i finanziamenti all’UNRWA e uscire dal Consiglio ONU per i diritti umani è — come quasi tutto ciò che viene dall’attuale amministrazione americana — roboante nella forma e problematica nelle modalità. Non è stata accompagnata da una proposta alternativa credibile per garantire gli aiuti umanitari a una popolazione civile che ha bisogno reale di assistenza indipendentemente dai fallimenti dell’agenzia che gliela fornisce. La Gaza Humanitarian Foundation, nata come sostituto sotto egida americano-israeliana, è stata accusata di aver usato la distribuzione degli aiuti come strumento di sfollamento forzato — un’accusa che la stessa Corte Internazionale di Giustizia ha preso in considerazione.
Ma la decisione americana ha fatto anche qualcosa che le indignazioni rituali del multilateralismo non hanno mai fatto: ha incrinato l’intoccabilità dell’UNRWA come dogma della politica internazionale. Ha reso possibile pronunciare ad alta voce ciò che molti sanno e quasi nessuno dice: che un’agenzia ONU può essere, insieme, una realtà umanitaria necessaria e un dispositivo politico disfunzionale; che neutralizzare la seconda non significa ignorare la prima; e che il rispetto formale della “legalità internazionale” può coincidere con la perpetuazione dell’ingiustizia sostanziale.
Il problema dell’UNRWA non è che esiste. È che è stata costruita per non smettere mai di essere necessaria. Settantacinque anni di fondi internazionali non hanno avvicinato di un millimetro la soluzione del problema palestinese. Hanno invece finanziato tre generazioni di rifugiati che non avrebbero mai dovuto essere rifugiati, scuole che insegnavano l’odio come curriculum, stipendi per chi commetteva stragi, e carriere per funzionari che poi giudicavano il conflitto dall’alto di una falsa imparzialità.
Il vero paradosso della “legalità internazionale” è questo: che un sistema costruito per garantire giustizia e protezione può, nel tempo, diventare la più solida garanzia dell’ingiustizia che doveva rimuovere. L’UNRWA ne è il caso di scuola — nel senso più letterale dell’espressione.
Sulle rovine
Il 20 gennaio 2026 — lo stesso giorno in cui Donald Trump si insediava per la seconda volta alla Casa Bianca — i bulldozer israeliani hanno abbattuto il quartier generale dell’UNRWA a Gerusalemme Est. La bandiera delle Nazioni Unite è stata ammainata, quella israeliana issata al suo posto. Il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir ha visitato il sito tra le macerie e ha dichiarato: “Questo è un giorno storico, un giorno di festa”. Per anni, ha aggiunto, “questi sostenitori del terrorismo sono stati qui; oggi vengono rimossi insieme a tutto ciò che hanno costruito in questo luogo”.
Quattro mesi dopo, il 17 maggio 2026, il governo israeliano ha approvato il progetto definitivo per l’area: un complesso militare che ospiterà il Museo dell’IDF, un ufficio di arruolamento e gli uffici del ministro della Difesa. Il ministro Israel Katz ha commentato con una sintesi che ha il sapore di un atto di poesia brutale: “Non c’è nulla di più simbolico e giusto di costruire queste istituzioni proprio dove si trovava il complesso dell’UNRWA”.
L’UNRWA, naturalmente, ha denunciato “una grave violazione del diritto internazionale”. La Corte Internazionale di Giustizia aveva già stabilito, nell’ottobre 2025, che Israele era tenuto a rispettare le immunità dei locali ONU. Nessun meccanismo sanzionatorio è seguito alla pronuncia. Nessuno ne seguirà.
C’è qualcosa di storicamente eloquente in questa sequenza. Il terreno su cui sorgeva l’UNRWA a Gerusalemme non era suolo neutro: era suolo israeliano, ceduto in uso a un’agenzia internazionale attraverso accordi che Israele ha ora revocato per via legislativa. Su quel suolo sorgerà un museo che celebra le Forze di Difesa — lo stesso esercito che l’UNRWA accusava di bloccare i suoi aiuti, e che l’UNRWA finanziava indirettamente, secondo Israele, sostenendo chi aveva cercato di distruggerlo.
La circolarità è perfetta, e volutamente umiliante nella sua perfezione. Ma contiene anche una domanda che il sistema della “legalità internazionale” non sembra attrezzato a rispondere: quando un’organizzazione eretta in nome del diritto internazionale diventa, nei fatti, uno strumento contro uno degli stati che quel diritto riconosce, chi ha il potere — e il dovere — di porvi fine? Le corti pronunciano pareri non vincolanti. I donatori sospendono e riprendono i fondi a seconda delle convenienze elettorali. Le risoluzioni si accumulano. Gli edifici, invece, cadono.
Settantasei anni dopo la sua fondazione, l’UNRWA si chiude — almeno in parte, almeno per ora — come era nata: non per via diplomatica, non per un accordo di pace, non perché il problema dei rifugiati palestinesi sia stato risolto. Ma perché uno degli stati interessati ha deciso unilateralmente che la fiction giuridica aveva fatto il suo tempo. Nel luogo dove per tre quarti di secolo si era tenuta viva la speranza — o l’illusione, o lo strumento politico, a seconda di come si legge la storia — sorgerà il Museo dell’IDF. Un museo per l’esercito che è dovuto entrare in campo per riequilibrare quello che il “diritto internazionale” ha distorto per puro e semplice odio.
Forse è l’unica conclusione onesta che settantasei anni di questo paradosso potevano produrre.



