beaufort

Vent’anni di “presenza” silenziosa, il ritorno di Israele e il vicolo cieco della politica estera

Il castello

Beaufort è un castello crociato arroccato su uno sperone di roccia che precipita sul fiume Litani a settecento metri dal livello del mare, nel sud del Libano. Da làssu si domina tutto: la valle, le strade, i villaggi, e, oltre il confine, la Galilea settentrionale e le cittadine israeliane di Metullah e Kiryat Shmona. È una posizione militare perfetta. Lo sapevano i crociati che lo costruirono. Lo sapeva Saladino, che lo assediò per due anni prima di espugnarlo nel 1190. Lo sapevano i crociati che lo ripresero, i Templari a cui fu ceduto, i Mamelucchi che lo conquistarono definitivamente nel 1268 sbaragliando gli ultimi difensori cristiani. Lo sapevano gli Ottomani, il mandato francese, l’OLP di Arafat che negli anni Settanta ne fece una base per tenere sotto tiro i villaggi israeliani di confine.

Nel 1982, la Brigata Golani dell’IDF lo espugnò in una battaglia sanguinosissima — caduti, feriti, scontri casa per casa sullo sperone di roccia. Israele tenne Beaufort per diciotto anni, come parte di quella «fascia di sicurezza» nel sud del Libano che costava circa quaranta soldati l’anno e un movimento di protesta popolare crescente in patria. Nel 2000, il primo ministro Ehud Barak decise il ritiro. C’è un film israeliano, Beaufort, candidato all’Oscar nel 2008, che si chiude con una scena diventata iconica: l’ultimo soldato che guarda la fortezza esplodere — fatta saltare dagli stessi israeliani per non lasciarla intatta al nemico — e scoppia in lacrime. Sembrava una pagina chiusa, e traumatica.

Non era chiusa. Il 31 maggio 2026, la Brigata Golani ha issato di nuovo la propria bandiera e quella di Israele sulla cima di Beaufort. «Quarantaquattro anni dopo la battaglia eroica sul Beaufort», ha scritto il ministro della Difesa Israel Katz, «i combattenti dell’IDF sono tornati sulla vetta e hanno issato nuovamente la bandiera di Israele e del Golani». Netanyahu, in un videomessaggio, ha detto: «Siamo tornati a Beaufort in modo diverso. Siamo tornati uniti, determinati e più forti che mai».

Nel mezzo, tra il 2000 e il 2026: vent’anni di UNIFIL.

La promessa

La risoluzione ONU 1701, approvata nell’agosto 2006 dopo la seconda guerra del Libano, era un documento preciso. Prevedeva il ritiro delle forze israeliane, il dispiegamento dell’esercito libanese nel sud del paese, e — punto centrale — una forza internazionale di interposizione, l’UNIFIL, con il mandato esplicito di impedire a Hezbollah di militarizzare la zona a sud del fiume Litani. Non «monitorare», non «osservare»: impedire.

La Francia si candidò immediatamente a guidare la missione. Grande gesto. Grande discorso. Jacques Chirac al Consiglio di Sicurezza. E poi, nel giro di quarantotto ore, marcia indietro clamorosa: Parigi avrebbe mandato non i tremila soldati promessi ma duecento. Il motivo ufficiale: problemi di «logistica» e «regole d’ingaggio». Il motivo reale, che nessuno disse ad alta voce: la Francia non voleva compromettersi con una missione che avrebbe richiesto di mettere i suoi soldati tra Hezbollah e Israele in modo effettivo, con tutto ciò che comportava nei rapporti con Teheran, con Damasco, con il mondo arabo.

Subentrò l’Italia di Romano Prodi. Con grande orgoglio nazionale. Il contingente italiano sarebbe stato il più numeroso, avremmo guidato la missione, avremmo garantito la stabilità. Alfano, Frattini, La Russa nei decenni successivi — chiunque fosse al governo avrebbe rivendicato con fierezza il ruolo dell’Italia nell’UNIFIL.

Vent’anni di presenza

Le regole d’ingaggio dell’UNIFIL, nei vent’anni successivi, furono queste: solo autodifesa. Nessun intervento attivo. Nessuna ispezione coercitiva nei villaggi o nelle proprietà private. Nessun sequestro di armi senza il consenso delle autorità libanesi — che, nel sud del Libano, erano in larga parte autorità controllate o intimidite da Hezbollah. In pratica: la forza di interposizione non poteva interporre nulla.

Nel tempo, il mandato scivolò silenziosamente da «interposizione» a «presenza». I caschi blu erano lì. Testimoniavano. Riferivano. Redigevano rapporti. E nel tempo libero — che deve essere stato tanto, considerata la natura del mandato — giravano per i villaggi cristiani del sud Libano, un’area di straordinaria bellezza e di vino eccellente, e giocavano a pallone coi ragazzini. Non è una battuta crudele: è la descrizione fedele di una missione che aveva trovato un modus vivendi confortevole con la propria irrilevanza.

Nel frattempo, Hezbollah costruiva. Tunnel. Depositi. Casematte. Postazioni missilistiche. Infrastrutture militari di una complessità e di una capillarità che richiedevano anni di lavoro, mezzi pesanti, materiali, manodopera. Tutto sotto gli occhi dell’UNIFIL, tutto nella zona che l’UNIFIL avrebbe dovuto de-militarizzare. Tutto documentato, in parte, nei rapporti periodici che l’UNIFIL trasmetteva al Consiglio di Sicurezza — con il linguaggio ovattato delle organizzazioni internazionali che hanno imparato a descrivere i disastri senza chiamarli tali.

Quando, nel novembre 2024, le forze israeliane entrarono nel sud del Libano, trovarono quello che trovarono: una rete militare sotterranea e di superficie che Hezbollah aveva costruito in vent’anni di lavoro indisturbato. L’UNIFIL, a operazioni in corso, annunciò trionfalmente di aver «scoperto più di trecentosessanta depositi illegali di armi e altre infrastrutture». Trecentosessanta. Scoperti adesso. Dopo che qualcun altro aveva fatto il lavoro. La medaglia al valor militare è in attesa di consegna.

Il fronte nord

Il giorno dopo il 7 ottobre 2023, Hezbollah aprì quello che chiamò il «fronte di sostegno»: razzi quotidiani sulle cittadine israeliane del confine settentrionale. Metullah. Kiryat Shmona. Shlomi. Nahariya. Per un anno intero, tra gli ottanta e i centomila israeliani — cittadini israeliani, in gran parte civili — non poterono tornare nelle loro case. Sfollati interni. Un’emergenza umanitaria che il giornalismo italiano e europeo ha coperto con un decimo dell’attenzione dedicata a qualsiasi altro conflitto nel raggio di diecimila chilometri.

L’UNIFIL, in questo periodo, era ancora lì. Osservava. Come il “Palo della banda dell’Ortiga” di Jannacci. Esprimeva «profonda preoccupazione». Chiedeva «de-escalation». Le sue basi nel sud del Libano erano, di fatto, circondate dalle infrastrutture militari di Hezbollah — una prossimità che i comandanti dell’UNIFIL avevano tollerato per anni e che ora rendeva la missione, letteralmente, ostaggio della situazione che avrebbe dovuto impedire.

Nel settembre-ottobre 2024, durante le operazioni israeliane che decimarono la leadership di Hezbollah — Nasrallah ucciso, la catena di comando smontata, i tunnel del sud del Libano distrutti — alcune basi UNIFIL furono colpite da fuoco israeliano. Indignazione internazionale. Dichiarazioni durissime di Roma. Convocazione degli ambasciatori. Come se l’UNIFIL non avesse passato vent’anni a convivere pacificamente con le postazioni missilistiche di Hezbollah a poche centinaia di metri dalle proprie basi, senza mai trovare il modo di segnalarlo con la stessa energia.

Il paradosso Salam

Nawaf Salam, premier libanese dal gennaio 2025, è una figura di straordinaria biografia. Giurista, diplomatico, nato a Beirut nel 1953 in una delle famiglie più influenti del paese. Dal 2007 al 2017 ambasciatore del Libano all’ONU, nel corso dei quali votò duecentodieci volte contro Israele. Dal 2018 giudice della Corte Internazionale di Giustizia — quella che durante la sua presidenza, nel 2024, emise i provvedimenti più ostili a Israele nella storia recente dell’istituzione, inclusa la richiesta di cessate il fuoco a Gaza che Netanyhau ignorò.

Questo è l’uomo che oggi guida il governo libanese nei negoziati con Israele a Washington. Questo è l’uomo che, avendo saputo abbassare la soglia della diffidenza di Teheran, ha approvato il piano di disarmo di Hezbollah — piano approvato in Consiglio dei Ministri il 7 agosto 2025 in assenza dei ministri sciiti, che avevano abbandonato la seduta in segno di protesta. Questo è l’uomo che, con il novanta per cento del disarmo a sud del Litani completato entro maggio 2026, deve riconoscere — anche senza dirlo esplicitamente — che il risultato è stato ottenuto non grazie all’UNIFIL, non grazie alla Francia, non grazie ai vent’anni di diplomazia multilaterale, ma grazie all’esercito israeliano che ha distrutto ciò che Hezbollah aveva costruito.

La storia, quando vuole, è feroce. E quando è feroce, è anche molto divertente.

La Francia

La Francia è la potenza mandataria storica del Libano. È il paese che ha disegnato i confini del Libano moderno dopo la Prima guerra mondiale, nell’ambito degli accordi Sykes-Picot — gli stessi accordi da cui nacque anche Israele, circostanza che i critici di Israele tendono a dimenticare con sistematicità encomiabile. È il paese che ha per decenni garantito le comunità cristiane del Levante: i Maroniti, la tradizione democratica e pluralista del Libano, la Beirut che fu chiamata la Parigi del Medio Oriente.

Nel dopoguerra freddo, la Francia ha sistematicamente preferito i suoi rapporti con il mondo arabo e islamico alle sue responsabilità storiche verso quel Libano libero e plurale. Il calcolo era semplice: il consenso nei paesi a maggioranza islamica vale più, elettoralmente e diplomaticamente, dell’impegno verso una minoranza cristiana mediorientale che non vota in Francia e non siede al Consiglio di Sicurezza. Hezbollah andava tollerato, anzi tutelato diplomaticamente, perché era la carta iraniana nel Levante, e l’Iran era un interlocutore necessario. L’esercito libanese non andava armato davvero — la conferenza internazionale per sostenerlo viene convocata a Parigi nel gennaio 2026, quando Hezbollah è già militarmente decimato da Israele. Prima, non era urgente.

Il risultato: il 31 maggio 2026, mentre la Brigata Golani issava la bandiera su Beaufort, il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot dichiarava che «nulla può giustificare la continuazione delle operazioni militari israeliane in Libano» e chiedeva una riunione d’emergenza del Consiglio di Sicurezza. Aggiungeva, per completezza  e senza vergogna apparente, che «ogni villaggio bombardato, ogni villaggio occupato, ogni civile ucciso rafforza Hezbollah».

Dov’era Barrot — o chi per lui — quando Hezbollah costruiva in vent’anni, nel silenzio dell’UNIFIL a guida francese e italiana, le infrastrutture militari che l’IDF sta smontando adesso? La domanda è retorica. La risposta è nei file dell’Elysée, e non li vedrete mai.

Barrot, Cooper, Trump e la confusione

Il 31 maggio 2026, mentre Beaufort cadeva, anche la ministra degli Esteri britannica Yvette Cooper pubblicava il suo comunicato su X. Vale la pena leggerlo per intero, perché è un piccolo capolavoro di confusione geopolitica involontaria:

«Israel’s military escalation in Lebanon has killed and displaced civilians, destroyed infrastructure, and eroded space for diplomacy. It must end. Hezbollah must end attacks on Israel and disarm. All sides must respect the ceasefire and engage with negotiations in good faith.»

Prendiamo l’ultima frase: «Tutte le parti devono rispettare il cessate il fuoco e impegnarsi nei negoziati in buona fede.» «Tutte le parti»: Israele, il governo libanese, e — implicitamente — Hezbollah, visto che nel comunicato è citato come soggetto attivo.

Peccato che i negoziati in corso — quelli che si sarebbero tenuti al Dipartimento di Stato americano il 2 e 3 giugno — siano tra Israele e il governo della Repubblica Libanese. Hezbollah non è al tavolo. Non può esserci: il governo Salam è nato politicamente contro Hezbollah, ne è l’antitesi istituzionale, ed è il primo governo libanese in decenni con la volontà dichiarata — e parzialmente eseguita — di disarmare le milizie. Invitare Hezbollah a «impegnarsi nei negoziati» significa una di due cose: o Cooper non sa come funzionano questi negoziati — il che è grave per chi ha il portafoglio degli Esteri di Sua Maestà — oppure sa benissimo come funzionano e sta deliberatamente equiparando lo Stato libanese a una milizia paramilitare finanziata dall’Iran, reintroducendo implicitamente Hezbollah come parte negoziale legittima.

Il contrasto tra i due comunicati è istruttivo:

Francia (Barrot): intima solo a Israele di fermarsi. Hezbollah: non pervenuto.

UK (Cooper): intima a Israele e a Hezbollah, trattandoli come parti equivalenti.

Due paesi. Due errori speculari e opposti. La Francia cancella Hezbollah dall’equazione. L’Inghilterra lo rimette in sella come interlocutore, come occupante ufficiale. Il risultato è lo stesso: nessuno dei due riconosce che esiste uno Stato libanese sovrano che ha scelto di negoziare per sé, e che ha tutta l’intenzione — per la prima volta nella sua storia recente — di liberarsi dalla morsa iraniana. Quella morsa che Parigi e Londra, negli anni in cui contava, non avevano trovato il modo di allentare.

L’ultimo capolavoro è stato il cessate il fuoco concordato ieri da Trump con l’Iran, secondo il quale Israele doveva ritirarsi e Hezbollah smettere di sparare missili sui civili Israeliani. È durato un’ora di orologio.

E’ stato accidentale?

Ma per noi qui rimane la domanda: il fallimento dell’UNIFIL è stato accidentale?

La risposta più generosa è: sì, in parte. Le regole d’ingaggio erano inadeguate. I paesi contributori non volevano mettere a rischio i propri soldati. La politica interna libanese è sempre stata un labirinto di veti incrociati che rendeva difficile qualsiasi azione coercitiva. Hezbollah era — ed è — un’organizzazione militarmente efficace e politicamente radicata. Smontarla non era semplice.

La risposta onesta è un’altra: il fallimento dell’UNIFIL non è stato accidentale. È stato funzionale. Funzionale a una visione della politica mediorientale — francese in testa, italiana a rimorchio — per cui Hezbollah andava tenuto in vita come strumento di bilanciamento regionale. Come leva nei rapporti con l’Iran. Come valuta di scambio con il mondo arabo. Come prova vivente, per una certa sinistra europea, che «la resistenza» esisteva ancora e che il conflitto israelo-palestinese non era risolto — e quindi non richiedeva di essere risolto, ma solo gestito.

Un Hezbollah disarmato avrebbe rimesso in discussione vent’anni di politica estera europea nel Medio Oriente. Avrebbe dato ragione a Israele. Avrebbe detto che il ritiro dal Libano del 2000 era stato un errore, che la «fascia di sicurezza» aveva una sua logica, che la «resistenza» era in realtà un esercito iraniano piazzato al confine di uno Stato sovrano per tenerlo in ostaggio. Nessuno di questi è un pensiero che la Quai d’Orsay o la Farnesina siano stati disposti a pensare ad alta voce.

Quindi l’UNIFIL non ha disarmato nessuno. Ha osservato. Ed è andata a vino dai cristiani del sud Libano.

Il castello di Beaufort è lì da novecento anni. Ha visto passare crociati, Saladino, Templari, Mamelucchi, Ottomani, francesi, OLP, israeliani, Hezbollah, e ancora israeliani. Non ha fretta. La storia, anche quella, aspetta.

Su X vediamo immagini dei mezzi mobili dell’UNIFIL che si trasferiscono, nessun annuncia di smobilitazione è stato fatto. È calato il silenzio. E il governo italiano tace. Finalmente.

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