Il caso del militante di Futuro Nazionale che è stato ripreso mentre “risolveva” un problema di circolazione con la forza, contro colui che lo aveva generato, ripropone una questione filosofica che riverbera a diversi livelli.
C’è un dato che dovrebbe rassicurarci e che invece, curiosamente, non lo fa mai abbastanza: viviamo, per ogni misura storica disponibile, nelle società meno violente che l’umanità abbia mai conosciuto. Eppure, l’insicurezza che le attraversa non è mai stata così diffusa, così pervasiva, così capace di orientare il voto, il linguaggio pubblico, persino l’architettura delle nostre città. È una divaricazione che merita più attenzione di quanta gliene dedichiamo di solito, perché dietro l’apparente irrazionalità di una paura statisticamente ingiustificata si nasconde spesso una domanda molto più precisa, e molto più legittima, di quanto i suoi detrattori vogliano ammettere: non è la sicurezza materiale a essere in discussione, ma la fiducia che chi dovrebbe garantirla stia ancora esercitando bene il mandato che gli è stato affidato.
Perché di mandato si tratta, e non è un dettaglio semantico. Nessuno Stato possiede in proprio il diritto di usare la forza: lo riceve. Ogni essere umano nasce titolare di diritti che non attendono il permesso di alcuna istituzione per esistere — tra questi, il diritto elementare a difendersi, se necessario anche con la forza, da chi li vuole negare. Quando l’individuo sceglie di vivere in una comunità organizzata democraticamente, non rinuncia a questo diritto: lo presta. Lo cede in uso, non in proprietà, a uno Stato che si impegna a esercitarlo con più giustizia e meno arbitrio di quanto farebbe la somma disordinata delle vendette private. È da questo prestito, mai restituito ma nemmeno mai definitivamente alienato, che nascono la legge, il concetto di giustizia e il monopolio statale della forza legittima. Ed è per questo che un mandato esercitato male non evapora nel nulla: torna, lentamente e spesso in forme scomposte, verso chi lo aveva concesso.
Qui la domanda del titolo comincia ad avere senso, e a porsi come domanda seria: se difendere quel mandato — riconoscerne i limiti, esigerne il buon esercizio, e all’occorrenza sostenerne con la forza la sopravvivenza — è parte costitutiva dell’essere democratici, allora chi rifiuta per principio ogni uso della forza a difesa di quel mandato sta davvero difendendo la democrazia, o ne sta minando, forse senza volerlo, il fondamento stesso su cui si regge?
Il prezzo di attendere il colpo
Prima di rispondere, però, bisogna liberare il campo da un equivoco che affolla il dibattito pubblico più di quanto sembri: non tutte le posizioni che si dichiarano “pacifiste” lo sono davvero, e confonderle produce solo discussioni sorde, in cui gli interlocutori parlano di cose diverse credendo di parlare della stessa cosa. C’è chi, senza mettere in discussione il diritto della propria comunità a difendersi, giudica semplicemente che una specifica crisi internazionale non meriti un intervento militare, e preferisce affidarla alla diplomazia: questa non è una posizione pacifista, è non-interventismo, una scelta politica contingente che si misura caso per caso sui suoi costi e benefici, non un principio che nega la legittimità della forza in sé. Chiamarla pacifismo è un errore di categoria, ed è un errore che rende il dibattito pubblico più povero.
Il vero nodo sta in due posizioni che meritano di essere prese sul serio proprio perché sono, a differenza del non-interventismo, autenticamente di principio. La prima nega non l’uso della forza in assoluto, ma la sua funzione preventiva: accetta la difesa, rifiuta la deterrenza, cioè rifiuta di mostrare all’avversario una capacità e una volontà di reazione prima che il danno sia già avvenuto. È una posizione più diffusa di quanto si pensi, spesso implicita più che dichiarata, e il suo difetto non è morale ma strategico: una minaccia che l’avversario sa non verrà mai davvero esercitata cessa, semplicemente, di funzionare come minaccia, e l’assenza di deterrenza non elimina il costo della violenza, lo rinvia soltanto, spostandolo dal registro della prevenzione a quello, quasi sempre più caro, della riparazione. Chi sceglie democraticamente questa via ha certamente il diritto di farlo — ma dovrebbe farlo sapendo che non sta scegliendo un’opzione a costo zero, sta scegliendo di pagare dopo, spesso di più, e quasi sempre a spese di chi vive più a ridosso della minaccia, cioè di chi ha meno voce in capitolo nel decidere la dottrina che lo riguarda. C’è poi un effetto meno intuitivo, e per questo ancora più interessante: una dottrina di sola resistenza, se dichiarata in anticipo, non protegge la pace, la rende più fragile, perché comunica all’avversario che il primo passo non incontrerà alcuna risposta, abbassando così il costo atteso dell’aggressione proprio per chi la medita.
A questa obiezione, chi sostiene simili posizioni risponde di solito evocando un meccanismo reale, non un pretesto: il timore che la deterrenza generi essa stessa la minaccia che dice di prevenire, in una spirale in cui l’armamento difensivo di uno appare come una preparazione offensiva agli occhi dell’altro, spingendolo a sua volta ad armarsi. È un argomento che la teoria delle relazioni internazionali conosce bene, la cosiddetta Trappola di Tucitide, e che ha una sua validità — ma la sua validità presuppone un minimo di razionalità condivisa tra le parti, una qualche disponibilità reciproca a essere rassicurate. Funziona, storicamente, tra potenze che hanno un interesse comune a stabilizzare la relazione; funziona molto meno, e spesso non funziona affatto, quando una delle parti non ha alcun interesse a farlo.
Quando il principio si nega da solo
La seconda posizione è più radicale, e proprio per questo più coerente con sé stessa: non rifiuta soltanto la deterrenza, rifiuta ogni difesa attiva, in nome dell’idea che nessun fine possa giustificare l’uso della forza. È una posizione che merita rispetto quando resta confinata alla scelta individuale — la storia conosce obiettori di coscienza il cui gesto ha avuto un valore morale che nessuno, in buona fede, vorrebbe negare — ma che cambia natura, e diventa problematica, nel momento in cui pretende di estendersi oltre chi la professa, fino a includere i diritti di una collettività che non l’ha scelta. Un individuo può rinunciare ai propri diritti: è una libertà che gli appartiene, ed è persino, in certi casi, un atto di nobiltà. Non può, rinunciandovi lui, rinunciarvi anche per gli altri. È qui che il pacifismo assoluto, portato alle sue conseguenze logiche, smette di essere una posizione politica sostenibile all’interno di una democrazia e diventa, quasi contro la propria stessa intenzione, un rischio per essa: universalizzato, lascerebbe la collettività che lo adottasse strutturalmente indifesa contro chiunque scegliesse di non condividerlo.
Chi sostiene questa posizione replica, spesso, richiamando le grandi tradizioni della resistenza non violenta — Gandhi, i movimenti per i diritti civili, casi in cui la rinuncia alla forza si è rivelata capace di difendere, con altri mezzi, diritti collettivi. Quelle vittorie storiche però, vanno lette per quello che erano, cioè vittorie ottenute contro poteri che, per quanto ingiusti, restavano ancora vincolati a un’opinione pubblica, a una legittimità internazionale, a un residuo di moralità pubblica da difendere. Funzionano contro un potere sensibile alla propria immagine; molto meno contro un potere che non deve rispondere di sé a nessuno o che stigmatizza le nostre società democratiche come deboli, imbelli e che poggia il suo consenso su questo confronto.
Lo stesso principio, su scala più larga
Ciò che vale nel rapporto tra il cittadino e il proprio Stato vale, con la stessa architettura logica, nel rapporto tra gli Stati democratici e l’ordine internazionale che si sono dati insieme. Anche qui esiste una delega, più fragile e meno formalizzata di quella interna, ma reale: le democrazie affidano ad alleanze, trattati e istituzioni multilaterali la difesa di un analogo insieme di diritti — la sovranità, l’autodeterminazione, l’integrità dei confini — rinunciando a esercitarli ciascuna per proprio conto. E anche qui vale la stessa domanda, semplicemente scalata di livello: quando un attore internazionale testa sistematicamente i limiti di quella delega, senza incontrare una risposta credibile, la delega si sta esercitando bene, o le democrazie che l’hanno concessa devono cominciare a chiedersi se non la stiano vedendo esaurirsi sotto i loro occhi?
L’organizzazione che più di ogni altra incarna questa delega, le Nazioni Unite, ne mostra anche i limiti più istruttivi, ed è difficile parlare di pace internazionale senza attraversarli: un meccanismo di veto che rende la forza collettiva azionabile contro chi non ha la protezione di un membro permanente e strutturalmente paralizzata contro chi ce l’ha, produce una pace che non è imparziale ma selettiva, ed è proprio questa selettività, più di ogni ideologia, a nutrire il sospetto di chi la subisce; e missioni di interposizione pensate per congelare un conflitto in attesa di una soluzione politica che spesso non arriva mai finiscono per amministrare l’assenza di pace invece di costruirla, restando sul terreno per decenni — a Cipro, in Libano, in tante altre latitudini — con un mandato che sa impedire la ripresa aperta delle ostilità ma non sa, e a volte non può nemmeno tentare, di chiuderle davvero. Non è un argomento contro l’idea stessa di un ordine multilaterale, che resta preferibile a qualunque alternativa priva di regole comuni; è un argomento contro l’illusione che una delega, per essere legittima, debba anche essere infallibile — e contro chi, invocando l’autorità di quella delega, la tratta come se lo fosse.
Su questo piano, l’equivalente del pacifismo assoluto non sono i movimenti pacifisti in quanto tali, spesso più articolati e meno ingenui di come vengono dipinti, ma quelle correnti del dibattito pubblico occidentale che, criticando per principio ogni uso della forza da parte delle proprie democrazie, finiscono per indebolirne la credibilità agli occhi di chi quella forza la usa senza alcuno scrupolo analogo — senza offrire, nel frattempo, un’alternativa reale capace di proteggere chi si trova esposto. Non è necessario condividere ogni scelta di politica estera delle democrazie occidentali, e sarebbe ingenuo farlo, per riconoscere che esiste una differenza tra criticarne l’uso della forza in nome di un suo esercizio migliore, e criticarla in nome di un principio che, se applicato con coerenza, la delegittimerebbe sempre, comunque, a prescindere da chi si trova di fronte.
Una domanda, non una sentenza
Resta allora la domanda del titolo, ma forse è più corretto dire che resta trasformata. Non è più “il pacifista è un nemico della democrazia”, accusa tanto sbrigativa quanto sterile, ma qualcosa di più scomodo e più onesto: una democrazia si regge sulla capacità dei suoi cittadini di riconoscere quando la delega che hanno concesso funziona, e quando invece ha bisogno di essere richiamata, rafforzata, ripensata — mai negata in radice. Chi rifiuta per principio ogni forma di forza, anche quella difensiva, anche quella dissuasiva, non sta necessariamente tradendo la democrazia. Ma dovrebbe avere l’onestà intellettuale di ammettere che la propria coerenza interna ha un prezzo, e che quel prezzo, se la storia insegna qualcosa, raramente lo paga chi lo sceglie.



