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L’ucraina ha scelto Israele come bersaglio nella crisi del grano

Dalla diplomazia dei tweet alla pressione europea, fino ai nuovi accordi militari con il Golfo: perché Kyiv attacca pubblicamente Israele mentre tace su Turchia, India, Emirati e come l’UE ha opportunisticamente trasformato un carico di grano in un caso politico

La vicenda del grano russo approdato a Haifa non può essere derubricata a semplice cronaca doganale o a un episodio collaterale della guerra economica tra Kyiv e Mosca. Si tratta, al contrario, di un sofisticato test di allineamento geopolitico, dove le vulnerabilità giuridiche e le ambizioni diplomatiche si intrecciano in una trama che vede l’Ucraina agire come un attore ormai pienamente inserito nelle dinamiche del Medio Oriente e dell’Unione Europea. Quando l’ambasciata ucraina ha scelto di denunciare su X il presunto trasporto di cereali “rubati” dai territori occupati, ha consapevolmente ignorato i protocolli della diplomazia formale per innescare un caso politico internazionale. La risposta del ministro degli Esteri israeliano, Gidon Sa’ar, ha messo a nudo l’anomalia: il governo ucraino non ha presentato prove o richieste di assistenza legale, ma ha preferito la piazza digitale. Questa scelta non è un errore di protocollo, ma una precisa strategia volta a trasformare un carico commerciale in un dilemma esistenziale per Gerusalemme.

Il primato della piazza digitale sulla via legale

La preferenza per la comunicazione via social rispetto ai canali giudiziari formali risponde a una logica di efficacia immediata. Una procedura legale avrebbe imposto a Kyiv l’onere della prova, richiedendo documenti e verifiche tecniche sulla polizza di carico che avrebbero permesso a Israele di gestire la questione come un banale illecito amministrativo o una frode doganale. Tuttavia, il commercio di beni provenienti da territori occupati non è, di per sé, proibito in modo assoluto dal diritto internazionale generale. Evitando le secche di un contenzioso lungo e incerto, l’Ucraina ha generato una pressione politica istantanea, costringendo Israele a rispondere su un terreno scivoloso e attirando l’attenzione di un’Unione Europea sempre più incline a inasprire i toni verso il governo israeliano. In questo modo, Kyiv segnala ai partner regionali e globali la propria capacità di influenzare l’agenda internazionale, utilizzando la visibilità mediatica come leva per compensare la mancanza di prove documentali immediate.

La disparità di trattamento tra Israele e i partner strategici

Il dato più eclatante di questa crisi è il silenzio assordante dell’Ucraina nei confronti di altri Paesi che, in misura ben maggiore, importano grano dai territori occupati. La Turchia, ad esempio, acquista cereali russi dal 2022, li lavora e li riesporta spesso sotto forma di farina, persino verso la stessa Ucraina. Eppure, nessuna polemica pubblica ha mai incrinato l’asse Kyiv-Istanbul. La ragione risiede nel valore strategico della Turchia, che controlla i flussi nel Mar Nero e ha fornito tecnologie militari cruciali. Al contrario, Israele è percepito come un bersaglio sicuro: non controlla corridoi marittimi vitali per l’Ucraina, non è un partner economico insostituibile e ha margini di ritorsione limitati. Colpire Gerusalemme permette a Kyiv di incassare dividendi politici senza mettere a rischio le proprie linee di rifornimento, dimostrando un pragmatismo che sacrifica la coerenza sull’altare dell’opportunità diplomatica.

L’Ucraina nel sistema di sicurezza del Golfo

Per comprendere l’aggressività ucraina verso Israele, occorre guardare agli accordi decennali siglati tra il 2025 e il 2026 con Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. Kyiv non è più solo una nazione impegnata in una guerra di difesa, ma un fornitore di sicurezza per il Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC), con centinaia di specialisti anti-drone schierati nella regione e contratti miliardari per sistemi d’arma avanzati. In questo nuovo assetto, complicare la posizione internazionale di Israele è quasi un atto dovuto per solidificare i rapporti con le monarchie arabe. Adottando una retorica critica verso Gerusalemme, l’Ucraina dimostra di aver interiorizzato le sensibilità politiche dei suoi nuovi finanziatori, trasformando la propria politica estera in uno strumento di posizionamento regionale che segue il vecchio adagio di conformarsi ai costumi del luogo in cui si opera per massimizzare il profitto e l’influenza.

La convergenza d’interessi con l’asse franco-europeo

Sul fronte occidentale, l’Ucraina agisce in perfetta sintonia con un’Unione Europea che appare sempre più desiderosa di aumentare la pressione diplomatica su Israele. Parigi, in particolare, vede in questo attivismo ucraino l’opportunità per recuperare una centralità perduta nelle crisi mediorientali. Alzare i toni contro Israele permette alla Francia e a Bruxelles di ergersi a difensori del diritto internazionale, distraendo al contempo l’opinione pubblica interna dalle fragilità politiche nazionali. La rapidità con cui l’UE ha minacciato sanzioni per il caso Haifa, a fronte di una totale inerzia verso le importazioni turche o indiane dello stesso grano, rivela come la questione cerealicola sia solo il pretesto per riaffermare la validità delle sentenze europee sui territori occupati, come la storica pronuncia Psagot del 2019. Per Kyiv, assecondare questa linea è una necessità esistenziale: in un’epoca di incertezza sugli aiuti statunitensi, il legame con l’Europa deve essere preservato a ogni costo, anche attraverso il voto sistematico contro Israele nelle sedi ONU.

La trappola del precedente giuridico e il futuro degli allineamenti

Il nodo più problematico per Israele risiede nel rischio di creare un precedente pericoloso. Accettare la logica ucraina, secondo cui le merci provenienti da territori occupati devono essere bandite dai mercati internazionali, significherebbe per Gerusalemme legittimare lo stesso principio che l’UE e la Corte Internazionale di Giustizia vorrebbero applicare agli insediamenti israeliani. L’Ucraina è perfettamente consapevole di aver teso una trappola giuridica: se Israele cede sul grano russo, si disarma legalmente rispetto alle proprie dispute territoriali. Questo episodio segna dunque l’ingresso in una nuova era della geografia del potere, dove l’Ucraina non è più una vittima passiva ma un attore che manovra tra le pieghe del diritto internazionale per compiacere i nuovi poli di influenza nel Golfo e a Bruxelles. La crisi del grano non è stata che il prologo di un mondo in cui ogni transazione commerciale può essere trasformata in un’arma diplomatica micidiale.

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