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The Cost Of Lies

Ma quanta rabbia vi fanno quelle frasi, ormai sdoganate completamente dai propal, come “baffetto aveva ragione” oppure “il pittore austriaco doveva finire il lavoro”? Tanto, vero?
E fa ancora più rabbia ricevere la notifica che “la tua segnalazione non viola gli standard per la privacy”?

Tanto vero?

Perché oggi puoi dire praticamente qualsiasi cosa, purché tu lo faccia da dietro un nome finto, un’immagine presa da Google, un’identità che non esiste. E se qualcuno prova a fermarti, la risposta è sempre la stessa: non viola gli standard.

Beh, a quanto pare la vacanza è finita.

OpenAI ha deciso di cambiare approccio: non limitare più la potenza dei modelli, programmando AI sempre più potenti, ma limitare l’accesso a chi è verificato. Tipo la spunta blu.
Tradotto: non è più importante cosa puoi fare, ma chi sei quando lo fai.

È un principio semplice, quasi banale.
Ma è esattamente quello che manca oggi su internet.

Perché oggi chiunque può creare contenuti falsi, immagini generate, narrazioni costruite.
Account anonimi, profili fake, identità inesistenti. Trottolino56 o FriFrii qualcosa, che spammano continuamente fake news su Gaza, sapendo che non succederà nulla.

E allora succede di tutto.

Foto generate con l’AI per demonizzare Israele.
Video decontestualizzati, ripresi da altri conflitti e riproposti come se fossero attuali.
Neve a Gaza diventata “prova” di qualcosa che non esiste.
Set cinematografici venduti come realtà.
Bambini presi da contesti diversi e trasformati in simboli costruiti a tavolino.

E ogni volta la dinamica è identica:
un contenuto emotivo, facilmente condivisibile, impossibile da verificare in tempo reale… e un account dietro che non è nessuno.

Il problema non è la tecnologia.
La tecnologia è neutra.

Il problema è che nessuno paga il costo di usarla.

Perché se ci fosse una conseguenza reale, concreta, misurabile — se ci fosse una multa da 1 milione di dollari per chi genera e diffonde una foto falsa di Bibi come il Führer, o di Trump nelle peggiori pose manipolate — quanti lo farebbero ancora?

Pochi. Molto pochi.

Non perché diventerebbero improvvisamente più onesti.
Ma perché diventerebbe troppo rischioso mentire.

E qui sta il punto centrale.

OpenAI, con questa scelta, non sta risolvendo il problema della disinformazione.
Ma sta introducendo un principio che potrebbe cambiare tutto: la tracciabilità.

Non è censura. È responsabilità.

Io addirittura, che sono più incline all’Impero galattico come struttura governativa, imporrei che ogni account fosse legato a un’identità reale — come uno SPID.

Niente più anonimato totale.
Niente più “sono stato hackerato”.
Niente più profili usa e getta.

Vuoi parlare? Parla.
Vuoi criticare? Critica.
Vuoi anche esagerare? Esagera.

Ma lo fai con il tuo nome.

Perché è lì che cambia tutto.

Non sparirebbe la propaganda.
Non sparirebbero le opinioni estreme.
Non sparirebbe nemmeno l’odio.

Internet resterebbe esattamente quello che è: uno spazio aperto, caotico, spesso violento.

Ma sparirebbe l’impunità.

E senza impunità, cambia il comportamento.

Perché quando sai che quello che scrivi è collegato a te, alla tua identità, alla tua vita reale, inizi a fare una cosa che oggi è diventata rarissima: pensarci.

La vera domanda è:

siamo pronti a rinunciare all’anonimato per avere responsabilità?

Fonte Axios

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