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La “guerra legale” contro Israele: come il Sudafrica ha provato a riscrivere il genocidio

Dal blood libel a Durban 2001 fino all’Aia: la lunga storia delle accuse contro gli ebrei e la battaglia contemporanea per il significato della parola “genocidio”

C’era una volta l’accusa di sangue

C’era una volta l’accusa di sangue. Il blood libel. La più antica e velenosa forma di giudeofobia: l’idea che gli ebrei rapissero e uccidessero bambini cristiani per usarne il sangue in riti segreti. Una menzogna nata nel XII secolo, cresciuta nell’Europa delle paure e delle epidemie, e poi sedimentata come struttura narrativa: attribuire agli ebrei un crimine assoluto, indicibile, che li collocasse fuori dall’umanità.

Il blood libel non era solo un’accusa. Era un meccanismo. Una grammatica dell’odio. Ogni epoca lo ha declinato a modo suo:

  • nel Medioevo, i bambini cristiani;
  • nel Trecento, la peste e i pozzi “avvelenati”;
  • nell’Ottocento, i Protocolli dei Savi di Sion;
  • nel Novecento, la “razza parassita” dei nazisti.

La forma cambiava. La funzione restava identica: trasformare gli ebrei nel soggetto di un crimine totale.

E nel XXI secolo, quella struttura narrativa si è trasformata ancora: non più il singolo ebreo accusato di un delitto rituale, ma lo Stato ebraico accusato del delitto più grave del vocabolario umano. Non più il sangue dei bambini cristiani: ma la parola “genocidio” brandita come arma politica.

Per capire come siamo arrivati fin qui, bisogna fare un passo verso un’altra scena, un’altra incrinatura della storia.

Durban 2001: il luogo dove tutto è ricominciato

Durban, 2001. La Conferenza mondiale contro il razzismo dell’ONU. Quella che avrebbe dovuto essere un trionfo dei diritti umani e che invece — come raccontò Fiamma Nierenstein, testimone diretta — si trasformò in un tribunale politico contro Israele e contro gli ebrei.

Durban non fu una conferenza. Fu una frattura.

Nei padiglioni delle ONG circolavano i Protocolli dei Savi di Sion come fossero dossier politici. Delegati israeliani venivano spinti fuori dalle sessioni. Gli ebrei nascondevano la kippah. La formula “sionismo = razzismo” veniva riesumata come un dogma. Il Forum delle ONG — teoricamente il cuore etico dell’evento — diventava un laboratorio di delegittimazione: Israele definito “Stato razzista”, “coloniale”, “genocida”.

Era il lessico che anni dopo sarebbe diventato il vocabolario del BDS. Era la trasformazione della giudeofobia in linguaggio dei diritti umani. Era il blood libel che cambiava pelle, ma non logica.

Durban è la matrice simbolica e politica del ricorso sudafricano all’Aia. È lì che nasce la sovrapposizione — forzata, ma potentissima — tra apartheid sudafricano e questione palestinese. È lì che il Sudafrica assume il ruolo di custode morale del Sud globale. È lì che si tenta di riscrivere il significato di parole come “razzismo”, “apartheid”, “colonialismo”, “genocidio”.

Ed è da lì che parte la storia che stai raccontando.

Il Sudafrica entra in scena: un ricorso che è molto più di un ricorso

Il 29 dicembre 2023, quando il Sudafrica deposita il suo ricorso contro Israele, non sta semplicemente aprendo un caso giudiziario. Sta aprendo un fronte politico, simbolico, storico.

Per l’ANC, la causa palestinese non è un dossier di politica estera: è un’eredità. È la prosecuzione ideale della lotta contro l’apartheid. È la memoria di Mandela trasformata in azione diplomatica.

E così il Sudafrica arriva all’Aia con un obiettivo ambizioso: dimostrare che a Gaza è in corso un genocidio. Non un crimine di guerra. Non un crimine contro l’umanità. Non un uso sproporzionato della forza. Genocidio. La parola più pesante del vocabolario giuridico umano.

Ma c’è un problema: la definizione di genocidio è stretta, rigida, refrattaria all’uso politico. Richiede una prova difficilissima: l’intento di distruggere un gruppo come tale.

E allora il Sudafrica fa una scelta strategica: provare a spostare il significato del genocidio.

La strategia sudafricana: trasformare il genocidio da crimine di intento a crimine di effetti

Nelle memorie, nelle udienze, nelle richieste successive, il Sudafrica costruisce una narrativa coerente e potente:

  • i numeri dei morti (forniti dal Ministero della Sanità di Gaza, controllato da Hamas),
  • la fame,
  • l’assedio,
  • la distruzione delle infrastrutture,
  • le epidemie,
  • le dichiarazioni incendiarie di alcuni politici israeliani.

Tutto questo, insieme, costituirebbe “condizioni di vita calcolate per distruggere il gruppo”. È l’articolo II(c) della Convenzione sul genocidio. Ma è anche la porta attraverso cui il Sudafrica prova a far passare un’interpretazione nuova: non serve più dimostrare l’intento, basta dimostrare l’effetto.

È una rivoluzione concettuale. Se passasse, cambierebbe tutto: Siria, Yemen, Tigray, forse anche Ucraina.

Il Sudafrica non lo dice apertamente, ma la logica è chiara: se il genocidio è troppo difficile da provare, allora bisogna renderlo più facile da riconoscere.

La Corte risponde: riconosce il rischio, ma non cede sulla definizione

Il 26 gennaio 2024, la Corte parla. E parla con una precisione chirurgica.

Dice che:

  • i palestinesi di Gaza hanno un diritto plausibile a essere protetti dal genocidio;
  • esiste un rischio di danno irreparabile;
  • Israele deve prevenire atti che potrebbero rientrare nel genocidio;
  • deve punire l’incitamento;
  • deve permettere gli aiuti;
  • deve preservare le prove.

È un ordine severo. Vincolante. Storico.

Ma non è ciò che il Sudafrica voleva. Perché la Corte non dice mai — mai — che il genocidio sia plausibile. E la presidente Donoghue, in un’intervista successiva, lo chiarisce: “The Court did not decide that the claim of genocide was plausible.”

Una frase che pesa come una sentenza. E che segna il confine tra diritto e politica.

La pressione aumenta: il Sudafrica torna alla carica

Dopo l’ordinanza, il Sudafrica non si ferma. Anzi, accelera.

Ogni nuovo dato del Ministero della Sanità di Gaza diventa un tassello della narrativa del genocidio. Ogni dichiarazione di un ministro israeliano diventa una prova dell’intento. Ogni aggravamento della crisi umanitaria diventa un argomento per chiedere nuove misure.

È una strategia di logoramento: se la Corte non ha riconosciuto il genocidio a gennaio, forse lo farà a febbraio, o a marzo, o ad aprile.

Ma la Corte resiste. Accoglie alcune richieste, respinge altre. Resta nel suo perimetro:

  • tutela cautelare,
  • protezione dei diritti,
  • nessuna anticipazione del merito.

È un equilibrio delicatissimo: riconoscere la tragedia senza trasformarla in una categoria giuridica impropria.

Perché il Sudafrica si è dato tanta pena? La risposta che nessuno in Italia ha ancora scritto

La domanda è inevitabile: perché il Sudafrica ha investito così tanto in questo caso?

La risposta non è una sola. È un mosaico.

  1. Leadership nel Sud globale Gaza è il simbolo perfetto per contestare l’ordine occidentale.
  2. Memoria storica L’ANC vede nei palestinesi ciò che un tempo vedeva in sé stessa.
  3. Politica interna Una grande battaglia morale internazionale è un collante identitario.
  4. Ridefinire il genocidio Rendere più ampia, più politica, più mobilitabile la categoria.
  5. Mettere sotto pressione l’Occidente Portare Israele davanti alla Corte significa anche mettere sotto accusa Stati Uniti ed Europa.

La conclusione: una battaglia per il significato delle parole

Alcuni Stati sono intervenuti formalmente nel caso South Africa v. Israel davanti alla CIG

(dichiarazioni di intervento ai sensi dell’art. 63 della Convenzione sul genocidio)

Questi Stati hanno depositato atti formali presso la Corte, diventando parte del procedimento come “intervenienti”:

Interventi che rafforzano la lettura sudafricana

(sostegno esplicito o implicito alla tesi che esista un rischio di genocidio)

  • Colombia, Libia, Messico, Palestina (osservatore), Spagna, Turchia, Cile, Maldive, Bolivia, Irlanda, Cuba, Belize, Brasile, Comore, Namibia, Islanda, Figi, Paraguay

Questi interventi, pur con sfumature diverse, tendono a sostenere l’interpretazione sudafricana della Convenzione sul genocidio o a chiedere alla Corte un’interpretazione ampia degli obblighi di prevenzione.

Interventi che non sostengono la tesi sudafricana

(ma intervengono per difendere un’interpretazione diversa della Convenzione)

  • Stati Uniti, Ungheria, Paesi Bassi, Belgio

Questi Stati intervengono per chiarire la propria interpretazione della Convenzione, spesso in direzione più restrittiva rispetto alla nozione di genocidio o agli obblighi di prevenzione. Alla fine, ciò che si gioca all’Aia non è solo il destino di un caso. È il destino di una parola: genocidio.

Il Sudafrica vuole allargarla. La Corte vuole preservarla. Il mondo la usa come arma politica. Le vittime — tutte — la vivono come un’ombra che attraversa la storia.

E noi, osservatori, giornalisti, cittadini, dobbiamo fare ciò che la Corte ha fatto quel 26 gennaio: guardare la tragedia negli occhi, riconoscerla, nominarla, ma senza tradire il significato delle parole.

Perché se tutto diventa genocidio, allora niente lo è più davvero.

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