Tra la riforma dell’ANP, la gestione tecnica di Gaza e le garanzie regionali di Egitto e Forza Internazionale di Stabilizzazione (ISF): un’analisi strategica dei soggetti e degli scenari di rischio per i policy maker
L’ipotesi di lavoro su cui si misura la diplomazia internazionale per il futuro del Vicino Oriente impone il superamento definitivo dell’illusione bilateralista. Trattare l’eventuale nascita di uno Stato palestinese disarmato come un semplice accordo da stipulare tra la dirigenza di Gerusalemme e un singolo rappresentante palestinese significa ignorare la natura stessa del sistema politico mediorientale, segnato da una profonda frammentazione istituzionale, dalla presenza capillare di attori non statali e da una strutturale crisi di fiducia. La sicurezza, intesa come presupposto ontologico di qualsiasi architettura di pace, richiede una pluralità di attori integrati in un sistema multilaterale integrato. In questo quadro, l’individuazione e la valutazione degli interlocutori reali con cui Israele potrebbe interfacciarsi diventa l’esercizio strategico fondamentale per policy maker e analisti.
Il Triangolo dell’ANP Riformata e il Dilemma della Legittimità
L’Autorità Nazionale Palestinese rimane, sotto il profilo formale, l’unico soggetto accreditato presso la comunità internazionale e interlocutore storico di Israele. Tuttavia, la sua capacità negoziale e operativa risiede oggi non nell’istituzione in sé, ormai logorata da anni di stasi politica e percezione di corruzione, bensì in una leadership tripartita di natura tecnocratica e securitaria.
Sul piano della governance e dell’amministrazione civile, la figura di Mohammad Mustafa rappresenta l’asse attorno a cui ruota il tentativo di modernizzazione istituzionale. Dotato di un’alta credibilità nei contesti finanziari internazionali e apprezzato dalle cancellerie occidentali per il suo profilo tecnico, Mustafa incarna l’agenda delle riforme necessarie per ristrutturare l’apparato statale palestinese. La sua affidabilità agli occhi delle autorità israeliane è medio-alta, ma il suo limite principale risiede in una legittimità interna fragile, strettamente dipendente dai successi economici e dal continuo sostegno esterno.
Sul versante della sicurezza, il perno ineludibile è rappresentato da Majed Faraj. La gestione dei servizi di intelligence gli conferisce una capacità operativa di primo piano e un canale programmatico di comunicazione diretta con l’intelligence israeliana e la CIA. Per Israele, l’affidabilità di Faraj si attesta su livelli molto elevati, costituendo la principale garanzia contro il collasso dell’ordine pubblico in Giudea e Samaria. Il rovescio della medaglia è tuttavia politico: la sua figura soffre internamente della percezione di essere un mero esecutore delle direttive di sicurezza esterne, fattore che lo rende oggetto di costante contestazione da parte della società civile e delle correnti più radicali del nazionalismo palestinese.
A cerniera tra la dimensione politica e quella operativa si colloca Hussein al-Sheikh, figura chiave nella gestione dei rapporti quotidiani con l’amministrazione israeliana. Dotato di un’elevata capacità negoziale e di un canale aperto con le autorità di Gerusalemme, al-Sheikh sconta al contempo l’inconveniente strategico di apparire troppo contiguo all’occupante, limitando così la propria presa sulle masse palestinesi.
Accanto a questo triangolo direttivo, le recenti sollecitazioni della diplomazia francese ed europea indicano la necessità di allargare il quadro ad attori in grado di conferire maggiore sostanza istituzionale ed economica. Il richiamo all’esperienza di Salam Fayyad risponde all’esigenza di una supervisione rigorosa delle finanze pubbliche e della trasparenza amministrativa, ambiti nei quali l’ex primo ministro conserva una reputazione indiscutibile sia a Gerusalemme che a Washington. Parallelamente, la figura di Mohammed Dahlan resta uno snodo cruciale e controverso: pur penalizzato da una bassa legittimità interna nei territori di Giudea e Samaria, la sua capillare rete di influenza a Gaza e la solida sponda politica offerta dagli Emirati Arabi Uniti lo rendono un potenziale gestore di risorse e relazioni indispensabile per la fase transitoria nella Striscia.
Amministrazione Tecnocratica a Gaza e il Prerequisito del Disarmo
La riconfigurazione di Gaza dopo la fine delle ostilità primarie richiede la creazione di una struttura amministrativa speciale, identificata nel Governo Tecnocratico per Gaza (NCAG). Tale entità ha la funzione essenziale di fungere da cuscinetto operativo, gestendo la quotidianità burocratica, la distribuzione degli aiuti e le prime fasi di ricostruzione, lavorando in diretto coordinamento con le forze di stabilizzazione esterne. Per quanto il NCAG rappresenti un interlocutore ad alta affidabilità per Israele in virtù della sua natura non ideologica, esso difetta della statura politica per figurare quale controparte nei trattati di pace a lungo termine, rimanendo uno strumento strettamente legato alla fase di transizione.
La condizione imprescindibile per la sostenibilità di questo assetto resta l’esclusione totale ed esplicita di Hamas e delle milizie armate dal nuovo perimetro statale. La presenza di formazioni paramilitari o di fazioni non riconducibili al monopolio statale della forza — che si tratti di Hamas, della Jihad Islamica o dei gruppi emergenti nei territori di Giudea e Samaria come la Tana dei Leoni o il Battaglione di Jenin — costituisce un rischio che annullerebbe qualsiasi garanzia di sicurezza. Tali attori presentano un’affidabilità nulla per Israele e rappresentano vettori privilegiati di infiltrazione e destabilizzazione. Il loro smantellamento progressivo ma ineludibile è la premessa senza la quale nessuna architettura di pace può essere concettualizzata.
La Dimensione Regionale: Tra Garanzie di Sicurezza e Mediazione Tattica
Un’architettura di pace per uno Stato palestinese smilitarizzato non può reggersi esclusivamente sul rapporto, per quanto ristrutturato, tra Gerusalemme e Ramallah. La solidità dell’edificio diplomatico risiede nell’integrazione di mediatori regionali in grado di assumere responsabilità dirette.
In questa prospettiva, il Cairo costituisce il garante primario e insostituibile. L’Egitto vanta la massima accettabilità strategica da parte israeliana, rafforzata dal controllo diretto sul valico di Rafah, da una conoscenza profonda delle dinamiche interne di Gaza e da uno storico ruolo di stabilizzazione. Nonostante le vulnerabilità economiche interne e le pressioni sociali, la leadership egiziana resta l’unico attore in grado di garantire la sicurezza della frontiera meridionale e di validare le intese sul campo.
Diverso è il ruolo spettante al Qatar, il cui valore risiede nella capacità facilitatrice. Doha dispone di canali di comunicazione diretti ed efficaci con le componenti politiche palestinesi, rivelandosi utile nelle fasi tattiche ed emergenziali. Tuttavia, i legami storici del Qatar con il mondo dell’islam politico ne limitano la gradimento da parte israeliana come garante di sicurezza sul lungo periodo, confinando il suo contributo alla dimensione logistica, economica e di facilitazione operativa.
Resterebbe invece ai margini del processo la Turchia. L’orientamento politico di Ankara e la retorica costantemente ostile verso l’amministrazione israeliana precludono la possibilità di un suo coinvolgimento operativo o di garanzia, riducendone la presenza a un ruolo puramente marginale nel dibattito diplomatico multilaterale.
L’Architettura Multilaterale e la Forza di Stabilizzazione
Il passaggio dalla teoria politica all’attuazione operativa richiede la costituzione di una solida rete istituzionale internazionale. Nessuna dirigenza israeliana potrà accettare la nascita di una nuova entità sovrana ai propri confini senza la presenza di meccanismi multilaterali di controllo e verifica del disarmo.
Il primo pilastro è rappresentato dal Board of Peace, l’organo chiamato a supervisionare il piano di pace e a monitorare la conformità delle parti rispetto agli impegni assunti in materia di disarmo e ricostruzione. A esso si affianca il ruolo formale delle Nazioni Unite, indispensabile per conferire legittimazione giuridica internazionale al nuovo assetto e per coordinare i flussi di assistenza umanitaria e lo sviluppo istituzionale.
L’elemento dirimente dell’intera architettura resta tuttavia la Forza Internazionale di Stabilizzazione (ISF). Concepita per operare sotto un comando con forte leadership statunitense, l’ISF ha il compito strategico di colmare il vuoto di sicurezza nella fase post-disarmo. La presenza sul terreno di truppe internazionali autorizzate risponde a una quadruplice esigenza: verificare il mantenimento dello status smilitarizzato dei territori palestinesi, proteggere le trasmissioni di potere del governo di transizione, prevenire la riorganizzazione delle milizie fuorilegge e offrire a Israele una garanzia tangibile contro possibili recrudescenze minacciose.
Un’Ingegneria Politica Fondata sulla Sicurezza
La fattibilità di uno Stato palestinese disarmato si gioca sulla capacità delle diplomazie internazionali di coordinare questi molteplici livelli negoziali. Se l’ANP riformata costituisce la sola veste politica legittima e il NCAG l’organo di gestione tecnica territoriale, l’Egitto ne rappresenta il pilastro di sicurezza regionale, mentre l’ISF e il Board of Peace ne costituiscono la cornice di garanzia globale.
La sicurezza e la verificabilità del disarmo non rappresentano meri dettagli tecnici dell’accordo, bensì il fondamento strutturale su cui valutare l’affidabilità di ogni singolo interlocutore. Soltanto un approccio analitico che articoli con precisione i compiti di ciascun attore consentirà di trasformare una teorica ipotesi negoziale in una concreta opzione politico-strategica.
APPENDICI
A – Scenari di rischio per la nascita di uno Stato palestinese disarmato accanto a Israele
Executive Summary
La creazione di uno Stato palestinese disarmato è un processo ad altissimo rischio, che dipende da variabili politiche, di sicurezza e regionali. Gli scenari possibili oscillano tra:
- Best case: stabilizzazione multilaterale, ANP riformata, disarmo effettivo, garanzie regionali.
- Mid case: Stato formalmente disarmato ma con milizie residue, governance fragile, sicurezza intermittente.
- Worst case: collasso dell’ANP, ritorno di Hamas o PIJ, guerra civile palestinese, escalation regionale.
1. Best Case Scenario — “Stato palestinese disarmato funzionante”
Descrizione sintetica
Lo Stato palestinese nasce con un governo riformato, un apparato di sicurezza unificato e un disarmo effettivo delle milizie. Israele accetta la transizione perché supportata da garanti regionali (Egitto) e internazionali (ONU, ISF).
Condizioni necessarie
- Leadership ANP stabile: Mustafa (governance), Faraj (sicurezza), al Sheikh (coordinamento).
- Disarmo effettivo a Gaza sotto supervisione ISF.
- Riduzione significativa delle milizie in Cisgiordania.
- Ruolo centrale dell’Egitto come garante.
- Qatar limitato a mediazione tecnica.
- Accordo multilaterale con Board of Peace e ONU.
Risultati
- Stabilità interna crescente.
- Cooperazione di sicurezza ANP–Israele.
- Apertura graduale dei confini e sviluppo economico.
- Riduzione dell’influenza iraniana.
Rischi residui
- Milizie residuali in Jenin e Nablus.
- Contestazione interna da parte di Hamas e PIJ.
- Successione ad Abbas non completamente risolta.
Indicatori di early warning positivi
- Unificazione delle forze di sicurezza palestinesi.
- Riduzione degli attacchi in Cisgiordania.
- Accordi economici ANP–Israele.
- Presenza stabile della Forza Internazionale di Stabilizzazione.
2. Mid Case Scenario — “Stato disarmato sulla carta, fragile nella realtà”
Descrizione sintetica
Lo Stato palestinese viene formalmente creato, ma il disarmo è incompleto. L’ANP governa Ramallah e parte di Giudea e Samaria, mentre Gaza è gestita da un governo tecnocratico con presenza internazionale. Le milizie non scompaiono: si trasformano, si frammentano o si infiltrano nelle istituzioni.
Condizioni che portano a questo scenario
- Riforme ANP incomplete.
- Disarmo parziale: Hamas consegna parte delle armi, ma mantiene reti clandestine.
- Milizie locali (Lions’ Den, Jenin Battalion) non integrate.
- Egitto garante, ma con capacità limitata.
- Qatar mantiene influenza su Gaza.
- Turchia tenta di rientrare come attore politico.
Risultati
- Stabilità intermittente.
- Attacchi sporadici in Giudea e Samaria.
- Tensioni interne tra ANP e milizie.
- Israele mantiene un ruolo di sicurezza “ombra”.
Rischi
- Crisi di legittimità dell’ANP.
- Possibile ritorno di Hamas come attore politico clandestino.
- Dipendenza eccessiva da garanti internazionali.
Indicatori di early warning negativi
- Aumento degli attacchi a Jenin, Nablus, Tulkarem.
- Frammentazione delle forze di sicurezza palestinesi.
- Crescita dell’influenza iraniana.
- Tensioni tra Mustafa e Faraj.
3. Worst Case Scenario — “Collasso e ritorno del conflitto”
Descrizione sintetica
Il processo di disarmo fallisce. L’ANP perde controllo territoriale; Hamas o PIJ riemergono come attori dominanti; le milizie locali si espandono. Israele interviene militarmente in Cisgiordania e Gaza. La regione entra in una fase di destabilizzazione acuta.
Condizioni che portano a questo scenario
- Collasso politico dell’ANP (successione ad Abbas caotica).
- Fallimento del disarmo a Gaza.
- Espansione delle milizie in Giudea e Samaria.
- Ritiro o indebolimento dei garanti internazionali.
- Ruolo destabilizzante di Iran e Hezbollah.
- Crisi economica palestinese.
Risultati
- Guerra civile palestinese.
- Intervento militare israeliano su larga scala.
- Ruolo crescente di attori regionali ostili.
- Collasso della governance palestinese.
- Fine del processo di pace.
Rischi
- Radicalizzazione della popolazione palestinese.
- Attacchi transfrontalieri.
- Rottura dei rapporti Israele–Egitto.
- Crisi umanitaria massiva.
Indicatori di early warning critici
- Assassinio o morte improvvisa di figure chiave (Faraj, Mustafa).
- Ritiro dell’Egitto dal ruolo di garante.
- Attacchi coordinati di Hamas/PIJ in Cisgiordania.
- Collasso finanziario dell’ANP.
- Scontri armati tra fazioni palestinesi.
4. Raccomandazioni strategiche per policy makers
4.1 Per Israele
- Investire nella stabilità dell’ANP (Mustafa–Faraj–al Sheikh).
- Rafforzare la cooperazione di sicurezza.
- Accettare un ruolo multilaterale di garanti.
- Limitare l’influenza del Qatar a funzioni tecniche.
- Mantenere Egitto come partner primario.
4.2 Per la comunità internazionale
- Sostenere riforme istituzionali e di sicurezza.
- Garantire presenza stabile della ISF.
- Coordinare Francia, USA, Egitto, Arabia Saudita.
- Prevenire infiltrazioni iraniane.
4.3 Per i paesi arabi
- Creare un “Quad arabo” (Egitto–Arabia Saudita–Emirati–Giordania).
- Valutare un ruolo di Dahlan nella gestione di Gaza, se accettabile.
- Ridurre la competizione tra Qatar e Emirati.
Conclusione
La nascita di uno Stato palestinese disarmato è possibile, ma fragile. Il best case richiede un’architettura multilaterale robusta; il mid case è il più probabile; il worst case è il più pericoloso e può emergere rapidamente se l’ANP collassa o se il disarmo fallisce.
B – Raccomandazioni operative per governi europei e per Israele
1. Per i governi europei
1.1 Architettura politica e istituzionale
- Sostenere l’ANP riformata: Priorità a Mohammad Mustafa come volto della governance e delle riforme; rafforzare politicamente il triangolo Mustafa–Faraj–al Sheikh come nucleo operativo dello Stato palestinese disarmato.
- Legittimazione multilaterale: Spingere per un quadro formale che includa Board of Peace, ONU e una Forza Internazionale di Stabilizzazione (ISF) con mandato chiaro su sicurezza, disarmo e protezione delle istituzioni palestinesi.
- Governo tecnocratico per Gaza (NCAG): Sostenere la creazione e il funzionamento del NCAG come struttura di transizione, con forte supporto tecnico, finanziario e di sicurezza.
1.2 Sicurezza e disarmo
- Supporto alla riforma delle forze di sicurezza palestinesi: Programmi di formazione, assistenza tecnica e condizionalità su unità di comando, trasparenza e rispetto dei diritti umani.
- Meccanismo di monitoraggio del disarmo: Promuovere un sistema di verifica internazionale per il disarmo di Hamas e delle milizie in Giudea e Samaria (Jenin, Nablus, Tulkarem), integrato con ISF e ANP.
- Cooperazione con Israele: Rafforzare i canali UE–Israele su intelligence e sicurezza relativi a milizie, infiltrazioni iraniane e rischi di collasso dell’ANP.
1.3 Dimensione regionale
- Egitto come perno regionale: Sostenere politicamente e finanziariamente il ruolo egiziano come garante primario, anche su Rafah e sulla gestione di Gaza post-Hamas.
- Gestione del ruolo del Qatar: Accettare il Qatar come facilitatore tecnico (ostaggi, cessate il fuoco), ma non come garante politico di lungo periodo; evitare che la sua influenza diventi dominante.
- Coinvolgimento di Emirati e Arabia Saudita: Favorire un “Quad arabo” (Egitto–Arabia Saudita–Emirati–Giordania) che sostenga finanziariamente e politicamente la transizione palestinese, inclusa l’eventuale funzione di Dahlan su Gaza se concordata con ANP e Israele.
1.4 Strumenti concreti di politica europea
- Condizionalità positiva: Legare aiuti e riconoscimenti politici a progressi misurabili su: riforma istituzionale, unificazione delle forze di sicurezza, riduzione delle milizie, trasparenza finanziaria.
- Pacchetto economico per lo Stato disarmato: Preparare un piano di sostegno economico (infrastrutture, occupazione giovanile, governance digitale) per ridurre il bacino di reclutamento delle milizie.
- Canali diretti con Mustafa, Faraj, al Sheikh: Stabilire formati regolari di dialogo politico e tecnico (security + governance) per accompagnare la transizione.
2. Per Israele
2.1 Scelta degli interlocutori
- Riconoscere e consolidare il triangolo Mustafa–Faraj–al Sheikh: Trattarli come interlocutori primari per Stato disarmato, sicurezza e governance; evitare di delegittimarli pubblicamente, perché sono la base minima di stabilità.
- Accettare il NCAG come partner tecnico su Gaza: Utilizzarlo per la gestione delle armi consegnate, della transizione amministrativa e del coordinamento con ISF.
2.2 Strategia di sicurezza
- Cooperazione strutturata con Faraj: Formalizzare e rafforzare i canali di cooperazione di sicurezza, con obiettivi chiari su: smantellamento milizie, controllo di Jenin/Nablus, prevenzione infiltrazioni iraniane.
- Supporto discreto alla riforma delle forze di sicurezza palestinesi: Favorire un modello in cui ANP controlla il monopolio della forza, riducendo la necessità di interventi diretti israeliani in aree urbane.
- Gestione del rischio Hamas/PIJ: Integrare il processo di disarmo in una strategia più ampia di contenimento di Hamas e PIJ, coordinata con Egitto, USA e UE.
2.3 Dimensione regionale
- Egitto come partner strategico: Rafforzare il coordinamento con Il Cairo su Gaza, Rafah, sicurezza del Sinai e transizione post-Hamas; considerare Egitto come garante principale dello Stato disarmato.
- Uso mirato del Qatar: Continuare a utilizzare il Qatar per mediazioni tecniche (ostaggi, cessate il fuoco), evitando di attribuirgli ruoli di garanzia politica.
- Ruolo limitato della Turchia: Mantenere la Turchia su un piano marginale e indiretto, evitando che diventi attore centrale nel dossier palestinese.
2.4 Linee operative interne
- Narrativa pubblica calibrata: Evitare di delegittimare in blocco l’ANP; distinguere tra milizie e istituzioni; presentare lo Stato disarmato come soluzione di sicurezza, non concessione unilaterale.
- Gestione della successione ad Abbas: Preparare scenari di successione, privilegiando continuità con Mustafa/Faraj/al Sheikh; evitare vuoti di potere che favoriscano Hamas o PIJ.
- Integrazione economica selettiva: Sostenere progetti economici con forte impatto occupazionale in Cisgiordania e Gaza, riducendo la pressione sociale e il reclutamento nelle milizie.



