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La sinistra europea e il sabotaggio della pace

Come il massimalismo ideologico dell'Occidente progressista chiude la strada alla soluzione più razionale del conflitto mediorientale, regalando la vittoria all'Islam politico

C’è un paradosso crudele al centro della crisi mediorientale del 2026: la strada verso la pace esiste, è identificabile con precisione, e coinvolge attori che potrebbero percorrerla con interesse convergente. Non verrà percorsa. Non perché sia impossibile, ma perché la cultura politica dominante in Europa ha reso impossibile anche solo discuterne senza essere bollati come complici di un criminale di guerra. Il risultato di questa intransigenza non sarà la libertà di Gaza o di Giudea e Samaria. Sarà un Medio Oriente più instabile, un Iran con il rancore nucleare, e l’Islam politico come unico vincitore di una partita che credeva di aver già perso.

La trappola di Netanyahu: come una guerra sbagliata ha creato l’occasione giusta

Fino al 24 febbraio 2026, Benjamin Netanyahu gestiva quella che gli analisti israeliani chiamano la ‘politica del congelamento permanente’. Nessuna autonomia statale per Gaza e Giudea e Samaria, nessuna normalizzazione che la richiedesse come precondizione, nessun accordo regionale che vincolasse Israele a concessioni territoriali irreversibili. Sarebbe riduttivo leggere questa strategia come mero calcolo elettorale: Netanyahu ha sempre sostenuto, con una certa coerenza intellettuale, che uno Stato palestinese prematuro — privo di istituzioni solide, permeabile all’influenza di Hamas e dei suoi sponsor regionali — avrebbe costituito una minaccia esistenziale per Israele ancor prima di nascere. La logica era che nessun accordo fosse preferibile a un accordo sbagliato. Finché Hamas controllava Gaza, l’Autorità Palestinese non poteva essere l’alternativa credibile; finché l’AP non era un interlocutore affidabile, nessuna concessione territoriale era sicura; finché l’Iran finanziava e armava i suoi proxy, qualsiasi accordo rischiava di essere la premessa del prossimo conflitto. Il problema non era la pace in sé — era la pace come trappola.

Il 7 ottobre 2023 aveva incrinato questo schema. L’Operazione Epic Fury lo ha distrutto.

L’attacco congiunto USA-Israele all’Iran, avviato il 24 febbraio 2026 con l’eliminazione della leadership di Teheran, era fondato su una scommessa: che il regime iraniano, decapitato, implodesse abbastanza rapidamente da non poter reagire in modo strutturato. Quella scommessa si è rivelata sbagliata. L’Iran non è imploso. I Pasdaran hanno controllato la successione, insediando Mojtaba Khamenei come nuova Guida Suprema in un processo che ha dimostrato la solidità delle istituzioni di sicurezza del regime ben oltre qualsiasi aspettativa occidentale.

Il risultato militare al termine delle prime tre settimane è chiaro: l’Iran ha subito danni significativi — marina di superficie virtualmente annientata, siti nucleari colpiti, corridoio logistico verso Hezbollah compromesso — ma non è stato sconfitto nel senso politico del termine. La strategia della logorazione funziona: ogni giorno che l’Iran resiste senza capitolare è una vittoria narrativa per Teheran e un problema crescente per Washington e Gerusalemme.

È in questo contesto che emerge, con chiarezza quasi dolorosa, un’opportunità che Netanyahu non ha mai avuto prima di questa guerra — e che probabilmente non avrà mai più.

La pace possibile: l’architettura di un accordo regionale

La sequenza logica è la seguente. La Siria di Ahmed al-Sharaa, con il corridoio Iran-Libano spezzato e un nuovo governo pragmatico che ha già ricevuto il riconoscimento internazionale e l’elogio esplicito di Trump, ha un interesse strutturale a chiudere la frontiera al traffico di armi verso Hezbollah. Lo sta già facendo di fatto; codificarlo in un accordo formale non è una concessione ideologica — è la conferma di una realtà esistente.

La Francia ha già elaborato un piano per il Libano che prevede il riconoscimento israeliano, la demilitarizzazione del sud con le Forze Armate libanesi riposizionate a sud del Litani, il ritiro israeliano entro un mese dalla firma, e la demarcazione del confine israelo-libanese entro la fine del 2026. Il presidente libanese Aoun ha costituito una delegazione negoziale. Il governo di Beirut ha accettato il piano come base di discussione.

Se il Libano riconosce Israele e si assume la responsabilità della sicurezza del proprio territorio, un eventuale attacco di Hezbollah non è più l’azione di un’organizzazione paramilitare tollerata — è un atto di guerra dello Stato libanese contro Israele. Questo cambia radicalmente il calcolo di Beirut: il governo avrebbe sia l’obbligo che l’incentivo vitale a neutralizzare Hezbollah prima che qualcuno spari. La sopravvivenza dello Stato libanese come entità sovrana diventerebbe dipendente dalla tenuta dell’accordo.

Hezbollah si troverebbe in una morsa da tre direzioni — israeliana a sud, siriana a est, libanese a nord — senza rifornimenti e con una base sociale in erosione progressiva. Non sarebbe il risultato di un’operazione militare israeliana. Sarebbe il risultato di un isolamento strategico costruito diplomaticamente.

Con il corridoio nord chiuso e l’Asse della Resistenza strutturalmente indebolito, Hamas a Gaza perde il proprio contesto strategico di riferimento. Non è più il fronte avanzato di un sistema regionale organizzato — diventa un’organizzazione locale senza retroterra. In quel contesto, un accordo su Gaza che preveda un governo tecnocratico palestinese con supporto internazionale per la ricostruzione e la smilitarizzazione della Striscia non è più un’utopia: è la sola alternativa alla dissoluzione completa.

Il risultato finale di questa catena — Libano, Siria, Arabia Saudita, Gaza e Giudea e Samaria — è un Medio Oriente in cui Israele ha relazioni normali con tutti i propri vicini immediati. Dove le ambizioni egemoniche dell’Iran vengono contenute non dalla forza militare americana ma dall’isolamento diplomatico. Dove la Turchia di Erdogan perde il proprio spazio di manovra nello scacchiere levantino, avendo puntato sull’Islam politico come strumento di influenza in una regione che si sta normalizzando.

Questa è la vittoria misurabile che Netanyahu potrebbe consegnare alla storia. L’unica che risolverebbe strutturalmente i problemi di sicurezza israeliani invece di rinviarli al prossimo ciclo di violenza.

Perché Netanyahu potrebbe rischiare — e cosa gli servirebbe

I precedenti storici di leader che hanno fatto ciò che la loro identità politica sembrava rendere impossibile sono illuminanti. De Gaulle — il generale che aveva giurato che l’Algeria sarebbe rimasta francese — fu l’unico che poteva concederle l’indipendenza senza che la Francia implodesse. Nixon — l’anticomunista viscerale — fu l’unico che poteva aprire alla Cina. Begin — il padre dell’irredentismo della Grande Israele — fu l’unico che poteva restituire il Sinai a Sadat.

La sequenza che renderebbe percorribile questa strada per Netanyahu è identificabile. Un accordo con il Libano, presentato come vittoria storica, non come concessione, creerebbe le condizioni per elezioni anticipate israeliane. I sondaggi mostrano che Smotrich e Ben-Gvir affronterebbero la sconfitta in qualsiasi elezione del 2026 — sono politicamente finiti, e lo sanno. Netanyahu potrebbe costruire una nuova maggioranza senza di loro, forte di un risultato diplomatico senza precedenti: la pace con un paese arabo che per 78 anni aveva formalmente rifiutato di nominare Israele.

Con una nuova maggioranza parlamentare, la legislazione già in preparazione per neutralizzare i capi d’imputazione che lo riguardano diventerebbe approvabile. La sopravvivenza giudiziaria, che oggi dipende dalla tenuta di una coalizione di estrema destra, dipenderà invece da una nuova maggioranza costruita su una vittoria di pace. Lo scambio non è esplicito — non potrebbe esserlo — ma la sequenza causale è quella.

Per innescare questo percorso, Netanyahu avrebbe bisogno di una cosa precisa: lo spazio politico per negoziare. La certezza che muovere i primi passi verso un accordo non produca immediatamente la sua distruzione politica e personale in Occidente. La possibilità di essere trattato, almeno temporaneamente e con tutta la necessaria riserva critica, come un interlocutore strategico piuttosto che come un criminale da isolare.

È esattamente questo spazio che la sinistra europea, nella sua configurazione attuale, è strutturalmente incapace di concedere.

Il massimalismo come identità: perché la sinistra europea non può

Il mandato d’arresto della Corte Penale Internazionale contro Netanyahu — il primo mai emesso contro il leader di un paese democratico alleato dell’Occidente — non è solo uno strumento giuridico. È diventato il simbolo attorno al quale si è cristallizzata un’identità politica. Belgio, Paesi Bassi, Irlanda, Slovenia e Spagna hanno dichiarato che eseguirebbero l’arresto se Netanyahu entrasse nel loro territorio. I governi più popolosi d’Europa — Francia, Germania, Italia — mantengono posizioni ambigue che erodono l’autorità della corte senza però aprire alcuno spazio negoziale.

Il risultato pratico è che qualsiasi governo europeo che volesse aprire uno spazio di interlocuzione con Netanyahu si troverebbe immediatamente sotto il fuoco incrociato della sinistra interna, dei movimenti pro-palestinesi e delle istituzioni internazionali. Il costo politico di qualsiasi apertura è stato artificialmente portato al massimo, indipendentemente da qualsiasi progresso verso la pace.

Ma il problema è più profondo del mandato ICC. La sinistra europea — in particolare nelle sue versioni più radicali — ha costruito la causa palestinese come elemento identitario fondante negli ultimi vent’anni. Questa scelta ha prodotto una conseguenza paradossale e devastante: la causa palestinese è diventata più importante del risultato palestinese.

In altri termini: per una parte significativa della sinistra europea, un accordo su Gaza e Giudea e Samaria mediato da Trump con la complicità di Netanyahu sarebbe politicamente indigeribile. Non perché sia un accordo sbagliato per i palestinesi — potrebbe essere il migliore accordo che i palestinesi abbiano mai potuto sperare — ma perché non è il loro accordo, non viene dalla loro narrazione, non conferma la loro visione del mondo.

Non esiste nella grammatica politica della sinistra europea progressista una categoria per ‘Netanyahu fa la pace e merita spazio‘. Quella categoria semplicemente non è disponibile. Ogni mossa di Netanyahu verso un accordo viene letta attraverso la lente consolidata: o è tardiva, o è ipocrita, o è strumentale. Il risultato è che la sinistra europea ha reso impossibile, prima ancora che avvenga, qualsiasi svolta che non corrisponda esattamente ai propri schemi narrativi.

Questo non è coraggio morale. È la trasformazione di una posizione politica in un’identità rigida — e le identità, per definizione, non negoziano.

Chi vince davvero: l’Islam politico e la lezione del Tudeh

C’è un’ironia storica che la sinistra europea sembra incapace di elaborare, eppure la storia l’ha già mostrata con brutale chiarezza.

Nel 1979, il Partito Tudeh — il principale partito comunista iraniano, con radici profonde nella società intellettuale di Teheran — sostenne attivamente la Rivoluzione Islamica di Khomeini. Lo fece in nome dell’antiimperialismo, della lotta contro lo Scià sostenuto dagli americani, della solidarietà con le forze di liberazione. Lo fece convinto di poter essere il partner laico e progressista della nuova Iran rivoluzionaria. Tre anni dopo, nel 1983, Khomeini sciolse il Tudeh, ne arrestò i dirigenti, ne condannò a morte i quadri, e proclamò il marxismo incompatibile con l’Islam. Il partito che aveva contribuito a portare al potere la Repubblica Islamica fu il primo partito che la Repubblica Islamica distrusse.

Il meccanismo che oggi le sinistre europee stanno replicando è strutturalmente identico. L’Islam politico — nelle sue declinazioni iraniane, turche, qatariote, e nelle sue espressioni europee legate alla Fratellanza Musulmana — ha imparato a usare il linguaggio dei diritti, dell’anticolonialismo e della solidarietà con i popoli oppressi come strumento di legittimazione in Occidente. Le sinistre europee, in buona fede o per calcolo elettorale, hanno accettato questa alleanza tattica.

Ma l’Islam politico non ha gli stessi obiettivi della sinistra europea. Non vuole una Gaza libera né un’autonomia reale per Giudea e Samaria, integrate in un Medio Oriente normalizzato. Vuole la distruzione di Israele come progetto politico, la destabilizzazione permanente del Levante come spazio di influenza, e l’erosione delle istituzioni liberali occidentali come obiettivo di lungo periodo. Le sinistre europee sono strumenti utili per questi fini — fino al giorno in cui non lo saranno più.

Nel frattempo, ogni volta che la sinistra europea chiude lo spazio politico a Netanyahu impedendo una negoziazione, ottiene il risultato opposto a quello dichiarato: prolunga il conflitto, rinvia la pace, e consegna all’Islam politico la narrativa della resistenza come unica alternativa alla dominazione israeliana. Non aiuta i palestinesi. Aiuta Hamas. Non indebolisce il regime iraniano. Lo rafforza come campione della resistenza antioccidentale.

La polarizzazione del dibattito europeo — con Israele come Stato criminale da condannare senza riserve e la resistenza palestinese come forza di liberazione da sostenere senza distinzioni — è precisamente il contesto in cui l’Islam politico prospera. È il campo da gioco che preferisce, perché in quel campo non ci sono spazi per soluzioni pragmatiche, per compromessi storici, per la pace come alternativa alla guerra giusta.

L’occasione persa — e il conto che qualcuno dovrà pagare

La sintesi di questo ragionamento è di una semplicità disarmante e di una gravità difficile da sopportare.

Esiste una sequenza diplomatica — Libano, Siria, Arabia Saudita, Gaza e Giudea e Samaria — che potrebbe portare a una normalizzazione regionale senza precedenti. Che isolerebbe strutturalmente l’Iran. Che priverebbe la Turchia del proprio strumento di influenza levantina. Che chiuderebbe il corridoio logistico di Hezbollah. Che renderebbe Hamas un’organizzazione locale senza retroterra strategico. Che aprirebbe per la prima volta nella storia uno spazio credibile per l’autodeterminazione dei palestinesi in un contesto regionale già stabilizzato.

Questa sequenza richiederebbe che Netanyahu faccia la scommessa della sua vita: sciogliere la coalizione con Smotrich e Ben-Gvir, accettare di essere processato dalla storia invece che da una Corte israeliana, puntare sulla vittoria diplomatica come base per una nuova maggioranza. Una scommessa che uomini come de Gaulle, Nixon e Begin hanno fatto — e vinto.

Per compiere quella scommessa, Netanyahu avrebbe bisogno che almeno una parte del mondo occidentale progressista fosse disposta a dirgli: se muovi i primi passi, ti lasciamo lo spazio per muoverli. Non ti assolviamo. Non dimentichiamo. Ma non ti distruggiamo prima che tu possa iniziare.

Quella voce non si leva. Non si leverà. La sinistra europea ha investito troppo nella narrazione di Netanyahu-come-criminale per essere in grado di distinguere tra Netanyahu-come-persona-giuridicamente-indagata e Netanyahu-come-attore-strategico-che-compie-mosse-storiche. Quelle due categorie sono diventate una sola. E quella fusione — emotivamente comprensibile, politicamente devastante — garantisce che la finestra si chiuda senza che nessuno la attraversi.

Il conto di questa chiusura non lo pagheranno le sinistre europee. Lo pagheranno i palestinesi, che aspettano uno stato da settantasei anni. Lo pagheranno i libanesi, che vivono nell’ombra di un Hezbollah che nessuno riuscirà a disarmare diplomaticamente se l’accordo non si fa. Lo pagheranno gli israeliani, condannati a un’altra generazione di guerra ciclica.

E lo pagherà, infine, l’Europa stessa — quando scoprirà che l’Islam politico che ha corteggiato come alleato anticoloniale non le ha mai riservato la sorte del compagno di strada, ma quella del Partito Tudeh.

Alexandro Ascoli
Alexandro Ascoli
Imprenditore ed esperto di storia militare. Presidente onorario della Associazione di Ricostruzione Storica "Mos Maiorum". Studioso di Geopolitica e dei conflitti dell'evo antico e moderno del Medio Oriente.
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1 commento

  1. Ottimo articolo che ho molto apprezzato. La sinistra europea come strumento di destabilizzazione della civiltà occidentale che finalmente distrugge con il suo frustrato complesso anti capitalista, l’arma, il grimaldello, il cavallo di Troia dell’Islam e della sua parte più fanatica.
    Senza quello spazio, che la Sinistra non concede a Netanyahu, l’Europa è finita. Mosca dopo decenni, organizzati da Andropov fin dai primi anni ’60 del secolo scorso l’ avrà distrutta.
    Ben citato Nixon, Begin e De Gaulle, ma Netanyahu non è uno di questi se non si libera dell’ala destra del suo partito e non smette di essere per Trump un alleato e per Putin un amico sotto mentite spoglie .

    In fine: se il fante non mette il piede, la guerra non è vinta ed oltre la sinistra europea, il presidente USA è il vero ostacolo alla pace e alla Europa per come la conosciamo e vogliamo.

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