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Tra l’efficienza cieca dei servizi sociali e la distrazione geopolitica della Chiesa, l’infanzia maltrattata diventa invisibile. Nel Paese del mammismo la deriva di una società fondata solo sui diritti ha dimenticato a lezione di Mazzini e il senso del dovere collettivo.

C’è un momento preciso in cui l’Italia della burocrazia illuminata — quella che si sciacqua la bocca con i cascami linguistici del progressismo da tinello, tutta formule magiche come «sostegno psicologico», «inclusione» e «presa in carico» nelle aule climatizzate dei convegni regionali — decide improvvisamente di farsi corpo, dottrina, inquisizione. Ed è, con agghiacciante regolarità, il momento sbagliato. C’è una voluttà tutta ministeriale, un’applicazione geometrica e demente del regolamento che scatta non quando il sangue cola sui pavimenti di una provincia dimenticata da Dio e dalle prefetture, ma quando l’ordinario scorre troppo liscio, troppo nudo, troppo privo di timbri.

Prendete il caso — surreale, squisitamente nostrano, degno di una pagina di Sciascia scritta sul retro di un pacchetto di sigarette — della cosiddetta «casa nel bosco». Una vicenda minima che qualunque vecchio capofamiglia dotato di quella merce ormai fuori produzione chiamata buon senso avrebbe risolto in dieci minuti, magari stringendosi nelle spalle, o con una pacca sulle spalle, o semplicemente lasciando che l’isolamento e la natura facessero il loro corso non nocivo. E invece no. Lì, nella radura dell’innocenza (o della bizzarria incolta, che per lo Stato è lo stesso identico reato di lesa maestà), l’apparato si risveglia dal suo sonno dogmatico. Arrivano le macchine d’ordinanza, arrivano le assistenti sociali con gli occhiali sul naso e il blocco degli appunti foderato di sociologismo d’accatto d’importazione anglosassone, arrivano i decreti, le notifiche, le minacce felpate di sradicamento familiare. Lì, dove non c’è dolo ma solo eccentricità, dove basterebbe un aiuto discreto, un sussidio silenzioso, una parola detta sul limitare del portico senza l’arroganza del funzionario borbonico mascherato da psicologo democratico, lo Stato si fa trauma. Esaspera, incide, persegue, militarizza il quotidiano fino a renderlo invivibile. Si muove con la grazia elefantiaca di un cingolato in un negozio di Capodimonte, escludendo il buon senso per includere la follia pura del protocollo. E la casa nel bosco di venta la casa-famiglia da cui viene allontanato il padre ed espulsa la madre e ha inizio un iter che non si capisce se sia burocratico o giudiziario che si occupa di creare nell’animo ferite non più rimarginabili e cicatrici indelebili.

Poi, però, basta cambiare scenario. Si scende a Bordighera, sulla costa, dove il mare dovrebbe pulire i pensieri e invece fa da sponda al silenzio agghiacciante delle stanze. E lì, in quel caso limite che toglie il fiato e lascia l’amaro in bocca della pura, geometrica impotenza — la bambina uccisa dalla madre e dal di lei compagno, una di quelle storie di squallore suburbano che Pasolini avrebbe descritto con la disperazione lucida di chi vede la carne dei subalterni divorata dal vuoto valoriale del neoconsumismo —, lo Stato dove sta? Dove sono i radar della prevenzione? Dove sono le solerti informatrici del disagio periferico, sempre pronte a misurare col righello lo spessore della polvere sui mobili delle famiglie eccentriche? Assenti. Tonalmente, fisicamente, burocraticamente assenti. Svanite nel nulla come la nebbia del mattino sulle scogliere liguri. Lì la tragedia si consuma nell’intercapedine di un’assoluta solitudine istituzionale, in cui il compagno violento e la madre alienata si muovono liberamente, senza che nessun timbro venga apposto sulla loro deriva distruttiva.

Se provate a parlare con le persone — non con i sociologi da talk show di terza serata, non con gli assessori al Welfare che esibiscono sorrisi al silicone alle inaugurazioni dei centri diurni —, il verdetto del marciapiede è di una brutalità unanime, priva di sfumature: i servizi sociali sono completamente inutili. Non fanno nulla. Sono un fantasma che grava sul bilancio pubblico, un limbo di scartoffie e di appuntamenti mancati dove il cittadino impara soltanto l’antica arte dell’attesa e del disprezzo per l’autorità.

Ma la vera perversione, l’autentico capolavoro del nostro costume politico-assistenziale, scatta nell’unico caso in cui si riesca, per miracolo o per sventura, a farli intervenire. Soprattutto per le madri. In quel preciso istante, l’aiuto si trasforma istantaneamente in una mannaia, il sostegno diventa un perenne, sottile, intollerabile ricatto. «Se non fai così, se non firmi questo, se non frequenti il corso di genitorialità consapevole tenuto da una venticinquenne senza figli ma con molti master, ti togliamo il bambino». È l’inquisizione terapeutica. Le madri, spesso già devastate dalla fatica, dalla povertà e dall’abbandono (o caricate anche della cura di un genitore anziano) si trovano intrappolate in un labirinto kafkiano in cui ogni confessione di debolezza viene verbalizzata e usata come capo d’accusa.

E qui tocchiamo il nervo scoperto, il tabù sociologico che questa sinistra laica e progressista non vuole mai nominare se non per slogan da manifestazione: la dinamica dei padri. Perché nella stragrande maggioranza dei casi, lo sappiamo tutti ma fa brutto scriverlo nelle relazioni trimestrali, le difficoltà nascono dall’assenza totale dei padri, figure evaporate nel nulla che lasciano dietro di sé macerie economiche e psicologiche. Ma quando quei padri sono presenti — ed è qui il vero dramma —, quando decidono di restare dentro le mura domestiche con il loro carico di frustrazione, tossicità e violenza primitiva, allora diventano un problema mortale per mogli e figli. Un pericolo nucleare che i servizi sociali semplicemente non sanno, non possono e non vogliono gestire, preferendo di gran lunga accanirsi sulla madre, bersaglio infinitamente più docile, reperibile e ricattabile nei loro uffici municipali. Quante donne stringono i denti e sopportano per paura che vangano loro tolti i figli?

Bisogna avere il coraggio di dirlo, cari lettori, per scuotere questo torpore da sagra della parrocchia e da finto umanitarismo di facciata: serve un approccio radicalmente, totalmente diverso. Serve un approccio costruttivo, non traumatico, non burocratico. Un sistema in cui le persone vengano sostenute, aiutate, sorrette davvero, tenute per mano nelle pozzanghere della vita senza l’assillo del tribunale dei minori dietro l’angolo. Bisogna tutelare la famiglia senza escluderla se non è strettamente il caso, rispettando i legami biologici e affettivi; ma bisogna anche avere la forza, la lucidità clinica e politica di escluderla radicalmente quando il caso lo richiede, quando la casa smette di essere un rifugio e diventa una cella di tortura.

Per fare questo, però, serve una merce ancora più rara del buon senso: la responsabilità individuale. Qualcuno si deve prendere la responsabilità di decidere, di firmare, di rischiare in proprio. Non l’anonimato pavido dell’«équipe interprofessionale», non lo scaricabarile infinito tra l’ASL, il Comune e la cooperativa di turno, non il rinvio ecumenico al prossimo tavolo tecnico. Non la casa famiglia che guadagna un tot a bambino. Serve la faccia, il nome, la colpa se si sbaglia. Finché la burocrazia rimarrà l’alibi dell’assenza o lo strumento del ricatto, continueremo a piangere i bambini a Bordighera e a perseguitare gli innocenti nei boschi.

Eppure, esaurito il tema dell’inefficienza o dell’iperefficienza dei servizi sociali — che si risolve comunque in una disfunzione idonea a lavare le coscienze dello Stato —, commetteremmo un errore imperdonabile se ci fermassimo qui. Liquidare l’infanzia maltrattata come un mero fallimento d’ufficio significa accettare un alibi collettivo. Il vero, profondo nodo non risiede nei faldoni comunali, ma nel collasso del tessuto etico profondo, nell’idea aberrante che la protezione dell’altro sia un «compito istituzionale» delegato a terzi e non, al contrario, un dovere morale primario di ciascuno di noi.

Siamo di fronte a una colossale deriva politica e filosofica. Da troppo tempo, infatti, si è messo l’accento esclusivamente sui diritti, cancellando i doveri dal vocabolario della convivenza. C’è un’illusione tossica nel credere che una società possa reggersi solo sulla rivendicazione individuale. Quando dai a qualcuno — allo Stato, al burocrate, al magistrato — il potere esclusivo di soddisfare i tuoi diritti, ti condanni a una dipendenza totale. Sarai sempre soggetto a quel potere, che ti illuderà di saziarti prima o poi, e nel frattempo ti renderà schiavo, alienato, incapace di muoverti se non dietro autorizzazione.

Giuseppe Mazzini, nel suo fondamentale Dei doveri dell’uomo del 1860, lo aveva profetizzato con una lucidità che oggi suona come una condanna:

«Parlando di diritti a uomini a cui mancano i mezzi per esercitarli, è un amaro scherno. […] Ma i Diritti non appartengono che a chi compie i Doveri. Chi non compie i propri doveri non ha diritto di cittadinanza.»

E aggiungeva, svelando la trappola dell’egoismo materiale:

«Quando i colti e i potenti dissero: non vi salviamo che i diritti, la moltitudine […] si abbandonò all’egoismo della passione, cercò i diritti materiali soltanto, cercò il benessere, i godimenti, l’oro. I ricchi videro in quel mutamento una minaccia e si strinsero a difesa. Ne nacque la guerra sociale, quella guerra che consuma le forze degli Stati.»

Mazzini compie qui un clamoroso rovesciamento del marxismo e di tutto il progressismo successivo: laddove la sinistra ha focalizzato la lotta sulla rivendicazione dei diritti materiali e di classe, lui impone la via inversa, ricordandoci che la vera emancipazione nasce dal riconoscimento del proprio dovere verso la comunità. È, a ben vedere, una versione splendidamente laica della normativa biblica. I Dieci Comandamenti non sono un elenco di rivendicazioni del cittadino, non contengono “diritti”, ma imperativi categorici: «tu devi – tu non devi». Una società funziona se tutti fanno il loro dovere; se invece il dovere evapora, si disfa anche la protezione sociale dei più deboli. Una comunità sana protegge il bambino maltrattato perché avverte il dovere morale di farlo, non perché aspetta la notifica di un assistente sociale.

Ma se la politica ha sostituito i doveri con l’alienazione dei diritti, il panorama spirituale non offre consolazione maggiore. È abbastanza stupefacente, per non dire desolante, ascoltare il Papa all’Angelus domenicale. Lo si sente parlare esclusivamente di pace nel mondo, di scacchiere internazionali, di grandi equilibri planetari, in un perenne esercizio di alta diplomazia geopolitica. Ma la cronaca interna, la carne viva della nostra società, viene sistematicamente espunta.

Non una parola viene spesa sui problemi sociali minuti e devastanti, sulle madri che uccidono i propri figli a Bordighera o nelle periferie dell’indifferenza, sugli adolescenti violenti e assorbiti dalle chat, ridotti a zombie digitali spinti a comportarsi da automi crudeli. Non una sillaba sulla mattanza quotidiana delle donne a opera di compagni ed ex compagni. La Chiesa sembra aver scelto di presentarsi come un nobile contro-potere rispetto alla geopolitica mondiale, ma ha smesso di occuparsi della società reale, della famiglia rissosa e fragile del pianerottolo accanto.

Forse perché la famiglia, per come l’abbiamo conosciuta, non esiste più e ammetterlo richiederebbe una fatica pastorale immane? Cosa rimane, allora, del messaggio sociale cristiano nel discorso pubblico della Chiesa? I migranti, i poveri assoluti, l’ecologia globale. Temi immensi, certo, ma che proiettano la morale fuori dal cortile di casa. E nel frattempo, la convivenza dei “normali” da cosa è normata? Quali valori sono rimasti a governare il condominio, la scuola, la strada? Chi parla più a quel vicino di casa che sente le urla e i pianti di un bambino oltre la parete e si gira dall’altra parte in nome del “diritto” alla propria tranquillità?

Quando la politica dimentica il Dovere e la religione si rifugia nella geopolitica, il quotidiano rimane privo di bussole. In questo vuoto pneumatico, i più fragili diventano invisibili. I bambini si trasformano in scudi umani di genitori incapaci o in vittime sacrificali dell’indifferenza di vicini, parrocchie e scuole.

Finché la burocrazia rimarrà l’alibi dell’assenza e il solo diritto rivendicato sarà quello di non essere disturbati, continueremo a piangere i bambini a Bordighera e a perseguitare gli eccentrici nei boschi. E noi, da queste colonne laiche e militanti, continueremo a chiamarle con il loro unico nome possibile: schifezze d’Italia. Per vedere se qualcuno, finalmente, si sveglia.

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