HomeAttualitàLa convergenza del cinismo: quando il pallottoliere unisce Schlein e Vannacci

La convergenza del cinismo: quando il pallottoliere unisce Schlein e Vannacci

C’è qualcosa di profondamente grottesco, e al contempo rivelatore, nel vedere il Partito Democratico di Elly Schlein e la neonata creatura di Roberto Vannacci, Futuro Nazionale, allinearsi sulla medesima trincea del «no» al ddl sull’antisemitismo e alla definizione operativa dell’IHRA. Non cercate in questo incontro una sintesi culturale, una riflessione di respiro politico o una condivisa visione del mondo: non c’è nulla di tutto questo. Ciò a cui assistiamo è puramente la saldatura di due opportunismi tattici, dettata dall’ossessione per le curve dei sondaggi e del tutto priva di qualsivoglia dignità politica.

I numeri della demoscopia d’autunno raccontano perfettamente la genesi di questa mossa. La Supermedia di settembre attesta il PD attorno al 20,8%, insidiato a sinistra dal M5S (12,6%) e da un’AVS pimpante al 6,6%. Se si scende nel dettaglio generazionale, il quadro per la segreteria dem diventa persino più critico: tra la Gen Z e i giovani under 30, AVS quasi raddoppia la propria media nazionale attestandosi attorno al 13%, mentre il Movimento 5 Stelle continua a disputarsi la primazia del segmento giovanile. Per Schlein, la scelta di votare contro l’IHRA non risponde a una maturazione teorica, ma a un calcolo di sopravvivenza concorrenziale. La segretaria non sta cercando di convincere il Paese; sta cercando di impedire l’emorragia di voti verso il «campo largo» radicale, preservando l’egemonia su quell’elettorato giovanile fortemente politicizzato su Israele e Palestina.

A rendere politicamente indecorosa la posizione del PD è l’evidenza dei fatti recenti. Nel 2017 l’allora eurodeputata Elly Schlein non solo votò a favore della risoluzione del Parlamento europeo che chiedeva di applicare la definizione IHRA, ma figurò persino tra i cofirmatari della proposta. Cosa sia cambiato da allora nella definizione dell’International Holocaust Remembrance Alliance non è dato sapere. L’unica trasformazione reale è avvenuta nella convenienza del PD: ieri di governo e di respiro europeo, oggi schiacciato dalle logiche di riposizionamento interno che vedono persino figure storiche come Fassino, Guerini e Quartapelle spaccarsi o smarcarsi di fronte a un’inversione a U priva di coerenza dottrinale.

La pretesa di sostituire la definizione operativa dell’IHRA — standard internazionale adottato da oltre quaranta democrazie occidentali, dall’Unione Europea e sostenuto in passato dalla stessa Schlein — con la cosiddetta “Dichiarazione di Gerusalemme” non è un’opzione dottrinale, ma una foglia di fico pretestuosa e patetica. La Dichiarazione di Gerusalemme non nasce infatti per rafforzare la lotta all’antisemitismo, bensì come un espediente reattivo formulato da una cerchia di accademici con il dichiarato obiettivo di “ripulire” e legittimare forme di delegittimazione dello Stato ebraico, derubricandole a innocuo dissenso politico. Invocare questo documento alternativo significa compiere una vera e propria finzione retorica: si fa finta di voler combattere l’odio anti-ebraico mentre si depotenziano scientemente gli unici indicatori efficaci che ne svelano le declinazioni moderne — quelle che, dietro la maschera dell’antisionismo radicale, ripropongono i medesimi antichi pregiudizi. Utilizzare questo controprogetto per giustificare l’abbandono dell’IHRA è l’ennesima riprova di un opportunismo che preferisce annacquare la tutela delle comunità ebraiche pur di non urtare le sensibilità della propria fascia elettorale più estremista.

In questa vicenda emerge un’arroganza concettuale persino più odiosa del calcolo elettorale: la pretesa di una certa politica di espropriare gli ebrei della facoltà di definire che cosa sia l’antisemitismo. Assistiamo al paradossale spettacolo di aule parlamentari e commissioni che spiegano a chi quell’odio lo subisce sulla propria pelle da millenni quali siano i confini “accettabili” della discriminazione. È una pretesa paternalistica e grottesca: in qualunque altro ambito della discussione sui diritti, la politica riconosce senza esitazioni il primato della percezione della vittima; quando si tratta di ebrei, invece, la politica prefigura un’eccezione e pretende di riscrivere il vocabolario del pregiudizio a proprio uso e consumo. Chi vive sulla propria pelle la persistenza, la metamorfosi e la pericolosità dell’odio anti-ebraico è l’unico ad averne la memoria e la cognizione reale. Togliere loro la parola per sostituirla con le convenienze del dibattito d’aula non è solo un atto di cecità, ma un tassello di un’insopportabile ipocrisia culturale.

Dall’altro lato dello spettro politico, Roberto Vannacci muove le sue pedine rispondendo alle medesime pulsioni contabili. Con un movimento accreditato da Ipsos attorno all’8,8% e forte di un potere contrattuale in grado di spostare il testa a testa tra coalizioni, il generale ha bisogno di marcare una distanza netta e identitaria rispetto a Fratelli d’Italia e soprattutto alla Lega. La sua giustificazione per il no — la vulgata anti-identitaria secondo cui «non si può tutelare una categoria più di un’altra», una dichiarazione di un qualunquismo agghiacciante e che non ha addentellati nella storia mondiale e nazionale, ed è molto comoda per i fascisti che non si sono distanziati dal razzismo d’antan — serve a cannibalizzare l’astensionismo e la destra radicale. Non c’è alcun dialogo con l’obiezione progressista, ma solo la necessità strategica di presidiare l’estremo dell’emiciclo.

Ecco dunque svelata la convergenza degli opposti: due forze politiche con motivazioni diametralmente contrarie finiscono per coincidere nello stesso esito parlamentare. Nessuna ricerca del bene comune, nessun dibattito di merito sulla natura delle istituzioni o sui diritti: soltanto il pallottoliere.

Quando la politica rinuncia a guidare l’opinione pubblica e si limita a rincorrere i decimali dei sondaggi, il risultato è questo spettacolo: la leadership ridotta a un mero esercizio di posizionamento ai bordi del campo. Un’operazione dove l’unica cosa a essere sacrificata, in nome dell’algoritmo demoscopico, è la dignità della coerenza e della visione politica.

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