L’università è il posto delle domande, della ricerca, non un tribunale che giudica le persone e, soprattutto, non è il luogo delle scomuniche in nome di verità che la ricerca stessa, per definizione non contempla
Quanto accaduto alla università Sapienza di Roma non può essere liquidato come una semplice espressione di dissenso politico o come un legittimo confronto sulle politiche del governo israeliano.
La richiesta avanzata da un gruppo di docenti di escludere dai candidati alla carica di rettore chi non avesse assunto determinate posizioni sul conflitto israelo-palestinese rappresenta un precedente gravissimo.
Il problema non è criticare un governo, una scelta politica o un’azione militare. Il problema nasce quando si pretende di trasformare una specifica posizione politica su Israele in un requisito per accedere a una carica accademica, arrivando a chiedere ai candidati di esplicitare il proprio orientamento e il proprio impegno su una determinata questione internazionale.
È proprio questo il meccanismo attraverso cui l’antisemitismo contemporaneo può manifestarsi in forme apparentemente rispettabili: non più attraverso l’attacco esplicito agli ebrei, ma attraverso la delegittimazione sistematica di Israele, l’applicazione di criteri selettivi e discriminatori nei suoi confronti e la pretesa di imporre una narrazione unica, ignorando o minimizzando il terrorismo, il massacro del 7 ottobre, il rifiuto dei piani di pace e la responsabilità di Hamas.
Un’università dovrebbe essere il luogo del libero pensiero, della ricerca e del confronto. Non può diventare uno spazio in cui si selezionano i candidati sulla base della loro posizione su Israele o in cui il boicottaggio di uno Stato viene presentato come una condizione di rispettabilità politica e accademica.
Quanto accaduto alla Sapienza è dunque un campanello d’allarme. Ed è anche la dimostrazione concreta dell’urgenza di approvare al più presto il disegno di legge per il contrasto all’antisemitismo. Non per limitare la libertà di critica, ma per proteggere la libertà di pensiero e impedire che l’odio antiebraico e l’ostilità verso Israele vengano normalizzati, istituzionalizzati e mascherati da semplice attivismo politico.
La libertà accademica non può dipendere dall’adesione a un pensiero unico. E l’antisemitismo non diventa meno grave solo perché si presenta con il linguaggio della politica, dell’accademia o dei diritti umani.
*Alessia Trotta, responsabile politiche universitarie e della scuola Unione associazioni Italia – Israele



