C’è una frattura profonda tra la prassi diplomatica dell’Unione Europea e la realtà sul campo vissuta dallo Stato di Israele. Da un lato, Bruxelles si muove secondo i binari di un diritto internazionale che appare sempre più come un’impalcatura teorica lontana dalle dinamiche di sicurezza; dall’altro, Israele rivendica diritti storici e necessità strategiche in un contesto di guerra perenne.
Da qui le contraddizioni di una politica europea che, nel tentativo di apparire equanime, rischia di compromettere la sopravvivenza stessa dell’unica democrazia del Medio Oriente.
Il vuoto politico e morale dell’Europa: sanzioni cieche a Israele
L’approvazione del nuovo pacchetto di sanzioni contro i coloni israeliani e organizzazioni come Regavim o Amana rappresenta l’ultimo atto di un’Europa che, incapace di una visione strategica sul terrorismo globale, preferisce colpire obiettivi civili e legali per mantenere una parvenza di equilibrio morale.
Il superamento del veto ungherese (grazie al cambio al vertice con Péter Magyar) ha sbloccato misure che colpiscono non solo singoli individui, ma la struttura stessa della presenza ebraica in Area C. Sanzionare realtà come Regavim — la cui attività principale consiste nel monitorare le costruzioni illegali palestinesi e nel ricorrere alle vie legali per il rispetto della legge — significa, di fatto, sanzionare l’applicazione della legalità territoriale israeliana. L’Europa sceglie la cecità: ignora che Israele è in uno stato di emergenza bellica su più fronti e decide di dare un “peso politico sproporzionato” ad azioni in Cisgiordania, equiparandole simbolicamente (attraverso i cosiddetti “pacchetti bilanciati”) alle atrocità commesse da Hamas. Questa equivalenza morale è il sintomo di un vuoto politico che scambia la difesa del territorio per aggressione e la tutela legale per violenza.
La diplomazia come “fuffa” e il Diritto Internazionale “à la carte”
Dalla Conferenza di Sanremo agli accordi di Oslo
Il secondo punto critico riguarda la natura del diritto citato dall’UE. La diplomazia europea viene qui descritta come una “fuffa” che utilizza il diritto internazionale in modo selettivo, piegandolo alle convenienze politiche delle non-democrazie che spaventano le feluche (i diplomatici) di Bruxelles.
L’Unione Europea si aggrappa alla Quarta Convenzione di Ginevra e alla natura “provvisoria” degli Accordi di Oslo per dichiarare l’illegalità di ogni presenza ebraica oltre la Linea Verde. Tuttavia, questa interpretazione ignora deliberatamente i diritti stabiliti dalla Conferenza di Sanremo (1920) e l’Articolo 80 della Carta ONU, che ha “congelato” i diritti di insediamento ebraico stabiliti dal Mandato Britannico.
Il diritto internazionale sembra essere applicato à la carte:
- Si ignora che la Giordania occupò illegalmente la Cisgiordania dal 1948 al 1967 senza che il mondo gridasse all’occupazione.
- Si ignora il principio per cui non si può restituire un territorio a chi non ne ha mai avuto la sovranità legittima (i territori erano “contesi” e non “occupati” da uno stato sovrano precedente).
- Si utilizza la “soluzione a due stati” come un dogma religioso, nonostante i ripetuti rifiuti palestinesi (Camp David 2000, Olmert 2008) abbiano dimostrato che la controparte non ha alcun interesse a una pace definitiva che riconosca Israele come Stato Ebraico.
Soluzioni di comodo: il rischio per la sopravvivenza di Israele
L’insistenza europea sulla soluzione a due stati non è una strategia lungimirante, ma una “soluzione di comodo” che ignora le conseguenze reali sulla sicurezza. L’Europa propone modelli teorici che, se applicati oggi, creerebbero dei “bantustan” di instabilità o, peggio, un’entità terroristica a pochi chilometri dai centri abitati israeliani, ricalcando il disastro seguito al disimpegno da Gaza.
Le soluzioni prospettate dall’UE (ritorno ai confini del 1967, smantellamento degli avamposti, divisione di Gerusalemme) non tengono conto della contiguità difensiva necessaria a Israele per sopravvivere. La diplomazia internazionale teme lo “Stato unico” perché costringerebbe a scegliere tra democrazia e identità ebraica, ma la soluzione che impone — i due stati — rischia di cancellare Israele non tramite la demografia, ma tramite l’annientamento militare da parte di entità radicali che l’Europa non riesce (o non vuole) sanzionare con la stessa foga con cui colpisce le ONG israeliane.
Focus: Le ONG sanzionate – perché l’UE sanziona Regavim?
L’ombra dell’intimidazione (perché non vengano pubblicizzati i legami tra UE e “ribellione palestinese”)
Tra i bersagli principali dell’UE spicca Regavim (e il suo direttore Meir Deutsch). Definita “estremista” nelle risoluzioni europee, Regavim è in realtà un centro studi e legale che si occupa di:
- Monitoraggio: Utilizzare droni e mappe per denunciare le costruzioni abusive finanziate spesso dalla stessa UE in Area C.
- Battaglie Legali: Portare davanti all’Alta Corte di Giustizia israeliana i casi di violazione della pianificazione territoriale.
- Preservazione delle terre statali: Contrastare la strategia palestinese di occupazione del suolo volta a creare fatti compiuti sul terreno.
Per l’Europa, denunciare l’abusivismo è diventato un atto sanzionabile. La risposta di Regavim — che considera la sanzione un “distintivo d’onore” — evidenzia il distacco totale tra una diplomazia europea che vive di retorica e chi, sul campo, difende quotidianamente la sovranità e la legalità dello Stato di Israele.
Conclusione: il futuro delle relazioni UE-Israele
Finché l’Europa continuerà a trattare il diritto internazionale come uno strumento punitivo unilaterale e la diplomazia come un esercizio di equilibrismo tra democrazie e tirannie, le sue sanzioni rimarranno “cieche” e le sue soluzioni “di comodo”. La sopravvivenza di Israele non può essere merce di scambio per la coscienza pulita di Bruxelles.



