Nella prima e nella seconda parte di questa inchiesta abbiamo documentato l’anomalia geopolitica in Area C: l’Unione Europea finanzia l’abusivismo edilizio e, parallelamente, sanziona chi fa ricorso alla magistratura per chiedere il rispetto dei trattati. Ma al di là del paradosso politico, quanto sono solide queste sanzioni dal punto di vista del diritto?
La risposta è: pochissimo. Questa postura aggressiva di Bruxelles ha sollevato la reazione di giuristi e avvocati internazionalisti di primo piano. Tra questi spicca Sarah Scialom, avvocato del foro di Parigi ed esperta di diritto internazionale e penale, collaboratrice del Kohelet Policy Forum.
L’analisi legale evidenzia due punti deboli macroscopici che potrebbero portare l’UE a una clamorosa sconfitta formale di fronte alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea (CGUE) a Lussemburgo.
1. La violazione del principio di difesa
Il primo macroscopico vizio di forma riguarda il funzionamento stesso dei regimi sanzionatori europei legati ai diritti umani. Pensati originariamente per colpire criminali di guerra o regimi dittatoriali, questi strumenti presentano uno standard probatorio incredibilmente basso e garantiscono tutele procedurali ridotte all’osso.
Come rilevato dagli esperti, l’UE ha inserito cittadini e organizzazioni israeliane in questa “lista nera” garantendo loro meno tutele procedurali di quante ne vengano applicate persino ai terroristi di Hamas congelati nei beni. A un cittadino di uno Stato democratico inserito in queste liste viene sostanzialmente negato il diritto preventivo al contraddittorio, basando la sanzione su dossier politici spesso riservati o non verificabili.
2. Il bluff delle prove: il precedente “Kadi II”
Il vero tallone d’Achille per Bruxelles è però l’onere della prova. Nella giurisprudenza comunitaria esiste una pietra miliare: il celebre caso Kadi II (2013). In quella storica sentenza, la Corte di Giustizia Europea ha stabilito un principio invalicabile: l’istituzione che sanziona non può limitarsi ad allegare accuse generiche, ma deve fornire prove concrete, circostanziate e verificabili a supporto del provvedimento.
Se le organizzazioni israeliane colpite presentassero un ricorso formale a Lussemburgo, l’Unione Europea si troverebbe in un vicolo cieco. Su quali basi legali e probatorie Bruxelles può dimostrare la colpevolezza di chi ha semplicemente richiesto l’applicazione della legge urbanistica in un’area di sua legittima competenza? Un tribunale europeo non potrebbe fare altro che constatare il vuoto probatorio, smascherando la natura puramente politica del provvedimento.
L’UE ha voluto alzare la posta dello scontro giudiziario, ma ha costruito un castello di carte giuridico estremamente fragile. Resta da capire l’ultimo, fondamentale interrogativo: perché l’Europa si è spinta a tanto, mettendo a rischio la sua stessa credibilità legale?
Nel prossimo e ultimo articolo della serie analizzeremo le ragioni profonde di questa strategia e come il “lawfare” sia diventato lo specchio del declino strategico di Bruxelles.



