Cartografia di una convergenza ideologica che deforma la percezione del sistema
Genealogia di una convergenza: il campo discorsivo degli sconfitti
Il fenomeno che oggi definiamo sbrigativamente rossobrunismo non va interpretato come un’anomalia politica coerente, bensì come un campo discorsivo generato da sedimentazioni storiche eterogenee. Esso rappresenta la saldatura plastica tra tradizioni ideologiche diverse, accomunate non da un progetto propositivo, ma da una negazione condivisa: quella del liberalismo inteso come ordine politico, culturale e, soprattutto, geografico. Le radici di questa postura affondano nelle correnti nazionalbolsceviche della Germania di Weimar, dove per la prima volta si tentò la sintesi tra radicalismo nazionale e istanze bolsceviche in chiave anti-occidentale. A questa matrice si è sovrapposto, nel secondo dopoguerra, un terzomondismo radicale che ha trasformato la decolonizzazione in una narrativa globale di opposizione ontologica al “centro” imperialista, nobilitando la violenza politica come unico strumento di liberazione.
Il crollo del muro di Berlino, eliminando l’alternativa sistemica del socialismo reale, non ha fatto svanire queste pulsioni, ma le ha spinte verso una diaspora identitaria. Nella fase post-1989, l’anti-liberalismo è diventato l’identità negativa di una sinistra rivoluzionaria e di una destra reazionaria rimaste senza patria, che hanno trovato nell’ecosistema digitale il loro spazio di manovra. Qui, algoritmi che premiano la polarizzazione e nuovi influencer della geopolitica “dal basso” hanno creato un ambiente dove la critica alla modernità si trasforma in adesione acritica a qualunque polo di potere si opponga all’egemonia di Washington e Bruxelles.
La mutazione del multipolarismo: da analisi a mito normativo
Nella prassi della politica internazionale, il multipolarismo è una categoria descrittiva che indica una distribuzione del potere tra diversi attori sovrani. Tuttavia, nel discorso contemporaneo, tale concetto ha subito una mutazione genetica, trasformandosi da strumento analitico in mito normativo. Non si descrive più la realtà, ma si prescrive una simmetria morale artificiale tra i poli. In questa visione, la pluralità dei centri di potere diventa intrinsecamente positiva, indipendentemente dalla natura interna dei regimi che li rappresentano.
Questa narrazione seleziona tre fulcri gravitazionali: la Russia, intesa come polo identitario e baluardo della civiltà contro la “decadenza” occidentale; la Cina, vista come polo tecnocratico e successo sistemico alternativo; e l’Iran, inteso come polo ideologico rivoluzionario. Attori complessi e spesso divergenti come i BRICS+ vengono così ridotti a simboli unitari di un “nuovo ordine” imminente. La funzione di questo multipolarismo distorto è squisitamente assolutoria: esso serve a legittimare ogni azione dei regimi non occidentali in quanto espressione di una legittima resistenza al monolitismo statunitense, fungendo da anticamera per il campismo più radicale.
La convergenza narrativa tra radicalismo e islamismo
Un elemento cruciale di questa cartografia è la saldatura tra la galassia rossobruna e l’islamismo radicale. Non si tratta di una convergenza politica o dottrinale — data l’incompatibilità tra il materialismo di fondo di certa sinistra e il teocentrismo islamista — ma di una sintonia narrativa e strategica. Entrambi i mondi identificano nell’Occidente una categoria morale negativa da abbattere, un nemico comune che giustifica la rimozione selettiva di ogni differenza culturale o religiosa.
In questo scenario, attori come Hamas, Hezbollah o le potenze che ne finanziano l’influenza, vengono riabilitati come avanguardie di un’umanità dolente in lotta contro l’oppressore globale. Infrastrutture mediatiche come Al Jazeera e la pervasività dei social media accelerano questo processo, normalizzando nel discorso pubblico europeo categorie di pensiero che fino a pochi anni fa appartenevano ai margini del dibattito radicale. Il risultato è un immaginario condiviso dove la verità è sempre “alternativa” e la resistenza è un feticcio che prescinde dai metodi e dagli obiettivi.
Il campismo e la semplificazione del sistema epistemico
Il punto di approdo di queste dinamiche è il campismo: la riduzione del sistema internazionale a uno scontro binario dove la complessità viene sacrificata sull’altare della schierabilità. Il campismo opera una rimozione sistematica delle sfumature, imponendo una logica in cui ogni evento deve essere incasellato in una guerra tra blocchi. Se l’Occidente è il male assoluto, chiunque lo sfidi diventa automaticamente parte della soluzione. Questa distorsione trova il suo habitat ideale nei media generalisti e nel formato del talk show, dove il tempo breve e la necessità di spettacolarizzazione favoriscono l’equivalenza delle opinioni sopra l’accuratezza dei fatti.
La propaganda digitale di attori revisionisti alimenta costantemente questa semplificazione, rispondendo a bisogni cognitivi profondi: il desiderio di identità, la ricerca di conferme ai propri pregiudizi e una diffidenza strutturale verso le élite. La geopolitica cessa così di essere lo studio dei rapporti di forza materiali per diventare uno storytelling identitario, utile solo a confermare la propria appartenenza a un campo.
Il paradosso del multilateralismo e il ruolo delle Nazioni Unite
In questo quadro, anche le istituzioni nate per superare la logica dei blocchi finiscono per amplificarla. Il Palazzo di Vetro è divenuto il palcoscenico di un paradosso: l’ONU, concepita per favorire il multilateralismo cooperativo, viene oggi utilizzata come arma narrativa per alimentare il campismo. Nell’Assemblea Generale, la sovra-rappresentazione di Stati non democratici e la formazione di blocchi regionali ideologizzati trasformano risoluzioni non vincolanti in strumenti di pressione mediatica, utili a delegittimare l’ordine liberale dall’interno.
Il Consiglio di Sicurezza, paralizzato dal diritto di veto, riflette la spaccatura sistemica del mondo, dove il dialogo è sostituito da una competizione tra narrazioni tossiche. Il potere simbolico delle Nazioni Unite viene così drenato da attori che utilizzano il linguaggio del diritto internazionale in modo asimmetrico, invocandolo quando è utile alla propria causa e ignorandolo sistematicamente nelle proprie zone d’influenza.
Ricostruire la competenza come necessità strategica
La deriva verso una percezione deformata del sistema internazionale non può essere arginata con la semplice polemica politica, che spesso finisce per alimentare la stessa polarizzazione che vorrebbe combattere. È necessaria una restaurazione del metodo. La risposta alla crisi epistemica attuale risiede nel ritorno alla competenza tecnica e alla profondità storica. La storia deve tornare a essere l’antidoto al presentismo manipolatorio; la geografia deve ricordare la struttura materiale e immutabile del potere; il diritto internazionale deve essere ripristinato come criterio di valutazione oggettivo, non come un menu a cui attingere secondo convenienza.
Ricostruire una cultura della complessità significa restituire ai cittadini gli strumenti per distinguere tra un’analisi dei rapporti di forza e una tifoseria ideologica. La geopolitica non è un’arena morale né una religione laica: è un metodo cartografico per comprendere il mondo nella sua durezza e nella sua articolazione. In un’epoca di mappe distorte, tornare al rigore del metodo non è solo un esercizio intellettuale, ma una necessità strategica per la sopravvivenza delle società aperte.



