Il nervo scoperto del rossobrunismo contemporaneo pulsa nel punto esatto in cui il linguaggio di derivazione marxista e l’immaginario della destra radicale si saldano sul terreno più antico e persistente d’Europa: l’odio antiebraico, oggi abilmente travestito da antisionismo morale.
La matrice ideologica coerente che permette a mondi apparentemente opposti di comunicare attraverso un vocabolario identico.
Per decriptare questa convergenza, è necessario riconoscere l’esistenza di un continuum storico che lega l’antigiudaismo religioso, l’antisemitismo moderno e l’antisionismo radicale in un’unica tradizione che si ricodifica ciclicamente per restare dicibile.
Il percorso inizia con l’antigiudaismo cristiano, dove il “giudeo” era la figura teologica del deicidio e del rifiuto, una minoranza stigmatizzata in quanto simbolo di un errore spirituale. Con la secolarizzazione del XIX e XX secolo, questa ostilità muta in antisemitismo moderno: la categoria diventa razziale e politica, e l’ebreo si trasforma nel burattinaio della finanza globale o del bolscevismo, unificando la reazione conservatrice e i nazionalismi più accesi sotto il mito del complotto. Dopo il 1945, la delegittimazione morale dell’antisemitismo impone una nuova mutazione. L’odio non scompare, ma si sposta sull’entità statale ebraica. Il lessico si aggiorna: non si colpisce più “l’ebreo”, ma “il sionista” (con varie aggiunte pittoresche: il “colono violento”, il “sionista messianico”, “ebreo fascista suprematista”, aggettivazioni prive di senso che servono ai giornalisti per riconoscersi tra loro), e Israele viene elevato a simbolo del male assoluto, sovrapposto alle immagini del nazismo e dell’apartheid. È la chiusura del cerchio: il bersaglio rimane costante, mentre la maschera verbale si adegua al canone etico del tempo.
Le alleanze storiche rimosse
Una cerniera fondamentale è rappresentata da Haj Amin al-Husseini, il Gran Muftì di Gerusalemme, che durante il secondo conflitto mondiale agì come vettore dell’ideologia nazista nel mondo arabo. Attraverso la propaganda radiofonica e l’attivismo politico, Amin al-Huseini importò il complotto giudaico di matrice europea saldandolo alla causa nazionale palestinese, trasformando l’antisemitismo in un codice politico transnazionale e islamizzato.
Nel dopoguerra, questa eredità fu raccolta dai nazionalismi arabi e dal nasserismo, che accolsero gerarchi fascisti e nazisti in fuga, impiegandoli come istruttori e propagandisti. Qui si consolidò il repertorio simbolico che oggi percepiamo come familiare: l’equiparazione tra sionismo e colonialismo, in cui Israele è ridotto a mero avamposto dell’imperialismo occidentale, nascondendo sotto la retorica della liberazione i vecchi cliché antiebraici.
La Guerra Fredda e la “causa palestinese”
In questo quadro si inserisce l’invenzione simbolica della “causa palestinese” durante la Guerra Fredda. Sebbene l’attuale esistenza del popolo palestinese sia ritenuta un dato di fatto, la sua configurazione politica è stata scolpita dalla strategia sovietica post-1967. Dopo una fase iniziale filosionista, l’URSS passò a un antisionismo sistematico, elevando il palestinese a figura paradigmatica del “colonizzato” e Israele a “regime razzista e fascista”. Da questa operazione di propaganda discende il vocabolario utilizzato oggi acriticamente dalla sinistra radicale, dove la resistenza armata viene nobilitata come anticolonialismo e il sionismo degradato a razzismo biologico. Tale impianto è stato poi ibridato dall’Iran rivoluzionario e dalle sue ramificazioni, come Hezbollah e Hamas, fondendo le categorie marxiste-decoloniali con la teologia politica islamista e il negazionismo (non possiamo non menzionare anche l’apporto dell’ONU, in particolare l’UNHRC, ma anche l’UNRWA, l’UNIFIL e varie ONG opportunamente finanziate e imbeccate, che ha ingaggiato una vera e propria “guerra legale” contro Israele)
Il cortocircuito rossobruno e la fine della sinistra post-bellica
Il risultato è un cortocircuito rossobruno in cui la sinistra, pur avendo storicamente usato la Shoah come monito contro il fascismo, finisce per adottare tropi staliniani e nazisti per demonizzare Israele, rifugiandosi nella distinzione puramente formale tra critica politica e odio etnico. Dall’altra parte, la destra vive un profondo imbarazzo: se una parte sostiene Israele per ragioni geopolitiche e in chiave anti-islamica, l’anima sovranista e rossobruna si ritrova perfettamente a proprio agio nel linguaggio antisionista della sinistra radicale, vedendo nello Stato ebraico l’emblema del “globalismo” e del potere atlantista nemico dei popoli.
In questa piazze sovrapposte, i codici dell’odio continuano a circolare indisturbati sotto le insegne dell’antirazzismo e dei diritti umani. Il rossobrunismo non è dunque un’anomalia, ma l’approdo naturale di una genealogia millenaria che ha saputo rendere l’antisionismo il terreno comune su cui estrema destra ed estrema sinistra si stringono la mano, unite dallo stesso pregiudizio rinfrescato da una nuova, impeccabile vernice morale.
Se fin qui l’analisi ha ricostruito la convergenza transnazionale tra antisionismo radicale e immaginari rossobruni sul piano ideologico e geopolitico, resta tuttavia da mostrare come questa saldatura non sia il prodotto di una semplice contingenza novecentesca, ma l’esito di una traiettoria storica specifica, interna alla cultura politica europea.
In nessun contesto questa continuità risulta più leggibile che nello spazio russo, dove l’odio antiebraico ha attraversato senza soluzione di continuità regimi, linguaggi e sistemi simbolici tra loro apparentemente inconciliabili. Dalla teologia ortodossa allo Stato zarista, dal comunismo sovietico al rossobrunismo post-sovietico, l’ebreo e il “sionista” sono rimasti figure pivotali nella costruzione del nemico, costantemente riarticolate ma mai realmente abbandonate. È in questa lunga durata, fatta di mutazioni semantiche e traslazioni politiche, che si comprende come l’antisionismo contemporaneo non sia una rottura con il passato, bensì la sua forma storicamente adeguata. La seconda parte ricostruisce dunque questa genealogia russa dell’odio, mostrando come il vocabolario oggi condiviso da estrema destra ed estrema sinistra affondi le proprie radici in una tradizione stratificata e coerente.
Lo spazio russo dell’odio antiebraico
La genealogia russa dell’odio antiebraico e del suo travestimento antisionista mostra con particolare chiarezza come il fenomeno non sia mai stato episodico, ma strutturale, capace di adattarsi ai mutamenti di regime senza mai recidere la propria continuità profonda. Dall’antigiudaismo teologico all’antisemitismo di Stato, fino alla sintesi rossobruna post-sovietica, l’ebreo rimane una figura liminale, costantemente ridefinita come corpo estraneo all’ordine politico e simbolico dominante.
Il primo strato di questa tradizione si forma nell’ambito cristiano-ortodosso, dove l’antigiudaismo assume una natura prevalentemente teologica. Il paradigma sostituzionista — l’idea che la Chiesa ortodossa sia il “Nuovo Israele” e che il popolo ebraico sia stato rigettato da Dio — costruisce l’ebreo come residuo di un’alleanza revocata, testimone vivente di un errore ontologico. A questo impianto si salda l’accusa di deicidio, rimasta a lungo centrale nella liturgia e nell’omiletica russa, che trasforma l’ebreo da semplice infedele a colpevole metafisico. Su questo terreno proliferano le leggende dell’accusa del sangue, come nel caso paradigmatico di Gavriil Belostokskij, in cui l’ebreo viene demonizzato come minaccia fisica e rituale alla comunità cristiana. Le limitazioni civili e giuridiche completano il quadro: l’integrazione sociale è possibile solo attraverso la conversione, confermando che l’alterità ebraica non è concepita come compatibile con l’ordine ortodosso.
L’invenzione dei “Protocolli”
Con l’età zarista, questo retaggio religioso viene secolarizzato e assorbito nell’apparato statale, trasformandosi in antisemitismo politico-amministrativo. Dopo le spartizioni della Polonia, la creazione della Zona di Residenza da parte di Caterina II istituzionalizza l’ebraicità come problema territoriale, confinando milioni di persone in una periferia sociale ed economica permanente. Le ondate di pogrom tra il 1881 e il primo Novecento, frequentemente tollerate o indirettamente incoraggiate dalle autorità, rivelano la funzione strumentale dell’odio antiebraico come valvola di sfogo del malcontento sociale. È in questo contesto che nasce uno dei miti fondativi del complottismo moderno: i Protocolli dei Savi di Sion, falso documentale prodotto dall’Okhrana, concepito per dimostrare l’esistenza di un complotto ebraico globale contro “Trono e Altare”. Le Leggi di Maggio del 1882 completano l’opera, spingendo una parte significativa dell’ebraismo russo verso l’emigrazione o verso i movimenti rivoluzionari, rafforzando così retroattivamente il mito dell’ebreo come sovversivo.
Il “complotto dei medici” ebrei
La rivoluzione del 1917 sembra, in una fase iniziale, spezzare questa continuità. Il bolscevismo combatte ufficialmente l’antisemitismo come relitto zarista, ma lo fa sostituendo al pregiudizio religioso una nuova forma di delegittimazione politica. La repressione della cultura ebraica religiosa e del sionismo, considerati espressioni di nazionalismo borghese, segna fin da subito l’incompatibilità tra identità ebraica autonoma e universalismo sovietico. Con lo stalinismo tardo, questa tensione esplode in una svolta apertamente persecutoria. La campagna contro i “cosmopoliti senza patria”, l’eliminazione dell’élite culturale yiddish e il Complotto dei Medici costruiscono l’ebreo come nemico interno, quinta colonna al servizio di potenze ostili. Dopo il 1967, sotto Brežnev, l’antisemitismo si ricodifica definitivamente in antisionismo di Stato: Israele viene equiparato al nazismo nei media sovietici, e gli ebrei che chiedono di espatriare diventano sospetti politici, puniti in quanto potenziali traditori.
Il crollo dell’URSS non interrompe questa linea di continuità, ma ne produce una sintesi ideologica ancora più sofisticata. Nel contesto rossobrunista post-1991, l’antisionismo diventa il punto di convergenza tra nazionalismo etnico, nostalgia staliniana e messianismo ortodosso. Figure come Gennadij Zjuganov e Aleksandr Dugin fondono l’eredità sovietica con una visione metafisica della storia, in cui la Russia è investita di una missione civilizzatrice alternativa all’Occidente liberale. In questo schema, l’ebraismo e Israele non sono più nemici razziali, ma simboli geopolitici del “mondo unipolare” a guida atlantista. Il complottismo classico viene recuperato e aggiornato: i Protocolli riemergono sotto forma di narrazione sulla lotta contro le élite globaliste, accusate di voler dissolvere l’identità russa e i legami organici del popolo (ethnos).
Stalin e Dugin
All’interno di questa traiettoria, Stalin e Dugin rappresentano due declinazioni diverse dello stesso dispositivo. Il primo trasforma l’ebreo in categoria di sospetto statale attraverso il linguaggio del materialismo storico, utilizzando l’accusa di cosmopolitismo per eliminare il dissenso e consolidare il potere. Il secondo eleva l’antisionismo a chiave interpretativa della storia universale, inscrivendolo in un conflitto metafisico tra civiltà. Se Stalin fa dell’odio uno strumento di epurazione, Dugin lo sublima in filosofia politica: l’ebraismo moderno diventa il simbolo di tutto ciò che l’Eurasia deve respingere per sopravvivere.
In entrambe le letture, ciò che resta invariato è il meccanismo: l’ebreo, o il “sionista”, come figura del disordine, agente esterno che spiega ogni crisi e legittima ogni chiusura identitaria. È in questa persistenza che si coglie la coerenza profonda del rossobrunismo, non come deviazione estemporanea, ma come punto di arrivo di una lunga storia di trasposizioni e mascheramenti dell’odio.



