Il caso Phobos: una battaglia che rivela un problema strutturale
Sull’Altopiano dell’Alfina, tra Orvieto e Castel Giorgio, sette turbine eoliche alte 200 metri rischiano di sorgere in mezzo a necropoli etrusche, borghi storici e paesaggi rurali intatti da secoli. Il progetto Phobos, promosso dalla multinazionale tedesca RWE Renewables, ha scatenato una mobilitazione trasversale: comitati di cittadini, cento intellettuali in appello al Presidente della Repubblica, lo showman Fiorello dai microfoni di Rai Radio 2, principesse e stilisti proprietari di castelli. Tutti contro un impianto che — vale dirlo chiaramente — è stato autorizzato nel pieno rispetto delle norme vigenti.
Il problema non è Phobos. Il problema è il modello.
La Sardegna: quando persino i favorevoli alle rinnovabili dicono no
A migliaia di chilometri di distanza, la Sardegna ha approvato nel luglio 2024 una moratoria di 18 mesi su tutti i nuovi impianti eolici e fotovoltaici di grandi dimensioni. Una norma definita di emergenza, varata da una giunta di centrosinistra, per fermare quello che i sardi hanno chiamato un “assalto” al territorio. I numeri spiegano il perché: Terna aveva ricevuto 824 richieste di connessione per oltre 54 gigawatt di nuova potenza — su un’isola che già oggi non riesce a esportare tutta l’energia che produce.
Dietro molte di quelle richieste non c’erano progetti energetici: c’erano operazioni speculative, diritti di superficie acquistati per essere rivenduti, società create appositamente per intercettare incentivi pubblici. Il paesaggio sardo come asset finanziario.
Due casi diversissimi — uno legato al patrimonio culturale, l’altro alla speculazione — che puntano nella stessa direzione: il modello centralizzato dei grandi impianti in mano a grandi operatori privati è strutturalmente incompatibile con l’Italia.
Il vincolo geografico che nessuno vuole nominare
L’Italia non è la Germania, non è la Danimarca, non sono le grandi pianure americane. È un paese dove quasi ogni punto del territorio si trova a pochi chilometri da un bene paesaggistico, monumentale o archeologico tutelato. Dove il confine tra zona industriale e paesaggio di pregio si misura in centinaia di metri, non in decine di chilometri.
In questo contesto, qualunque mega-impianto — solare o eolico — genererà inevitabilmente conflitti. Non perché chi si oppone abbia torto, né perché le rinnovabili siano il nemico. Ma perché le dimensioni del paese e la densità del suo patrimonio rendono il modello industriale centralizzato fisicamente inadeguato alla geografia italiana.
La soluzione che non stiamo scegliendo: la produzione distribuita
Esiste un’alternativa. Si chiama generazione distribuita, e l’Italia ha tutti gli strumenti tecnici per perseguirla — ma non ancora la volontà politica.
L’idea è semplice: invece di pochi grandi impianti che producono per tutti, milioni di piccoli impianti che producono per se stessi. Ogni tetto, ogni capannone, ogni palazzo urbano dotato di pannelli fotovoltaici e mini-pale integrate. Sistemi di accumulo condominiali. Comunità energetiche di quartiere che si scambiano l’elettricità in eccesso senza passare dalla rete nazionale. In Baviera e in Danimarca funziona già così. In Italia è legale, ma scoraggiato da un sistema normativo che premia chi vende alla rete anziché chi si rende autonomo.
A questo modello si può affiancare l’eolico offshore — l’Italia ha coste per 7.456 km e fondali adatti sia al fisso che al galleggiante — e, guardando al futuro a medio termine, i Small Modular Reactor nucleari, che possono essere collocati in aree industriali dismesse con ingombro ridottissimo e bassissima produzione di scorie rispetto al nucleare classico. Il mix di queste tre fonti — produzione diffusa, offshore e nucleare di nuova generazione — potrebbe soddisfare il fabbisogno nazionale senza toccare nemmeno un ettaro di campagna umbra o di macchia mediterranea sarda.
Il nodo vero: chi controlla la rete guadagna dalla dipendenza
Se la soluzione è disponibile, perché non la si sceglie? La risposta è economica e politica insieme.
La rete elettrica nazionale è gestita da soggetti pubblici o para-pubblici che traggono vantaggio dal modello centralizzato: più energia transita in rete, più si guadagna sui pedaggi di trasmissione e distribuzione. Un sistema in cui milioni di famiglie e imprese producono, consumano e si scambiano energia localmente erode queste rendite. Non è un complotto: è la normale resistenza di interessi consolidati di fronte a un cambiamento di paradigma.
Eppure i conti, guardati dall’altra parte, tornano. Una riduzione massiccia dei consumi in rete abbatterebbe i costi di gestione del sistema, ridurrebbe le perdite di trasmissione (che oggi ammontano a circa il 6-7% dell’energia prodotta), e soprattutto trasferirebbe valore economico direttamente a famiglie e imprese sotto forma di bollette più basse. Il risparmio energetico diffuso è crescita economica distribuita.
Cosa serve per cambiare
La direzione è chiara, gli strumenti esistono. Manca un quadro normativo che la incentivi davvero. Tre passaggi concreti sarebbero sufficienti per avviare la svolta:
Liberalizzazione piena dell’off-grid. Chi produce energia e vuole consumarla senza passare dalla rete deve poterlo fare senza penalizzazioni fiscali o burocratiche. Oggi non è così.
Incentivi calibrati sulla taglia, non sul volume. I meccanismi di incentivo devono premiare il piccolo impianto diffuso molto più del grande parco industriale. L’opposto di quanto avviene oggi.
Pianificazione pubblica delle aree idonee. Lo stato deve indicare dove i grandi impianti — inevitabilmente necessari per il baseload — possono stare: zone industriali dismesse, ex cave, aree degradate, costa e offshore. E vietarli ovunque altro con norme chiare, non con battaglie caso per caso davanti al TAR.
La transizione energetica giusta è quella che non si vede
L’Italia può raggiungere i suoi obiettivi climatici. Può farlo senza distruggere il paesaggio che la rende unica al mondo — e che è, tra l’altro, la principale risorsa economica del paese. Ma per farlo deve smettere di esternalizzare la produzione energetica a multinazionali straniere che installano torri d’acciaio in mezzo alle necropoli etrusche, e cominciare a internalizzarla: nei tetti, nelle facciate, nelle terrazze, nei cortili, nelle acque costiere. Ovviamente sempre nel rispetto dei vincoli attuali.
La transizione energetica più efficace è quella che non si vede. Quella che non genera comitati di opposizione, né appelli al Capo dello Stato, né polemiche su chi difende il paesaggio e chi difende il proprio castello. Quella che è già distribuita, già integrata, già lì — aspettando solo che qualcuno abbia il coraggio di liberarla davvero.



