HomeEsteriRAI e Vaticano: Il servizio Pubblico tra propaganda e omissioni geopolitiche

RAI e Vaticano: Il servizio Pubblico tra propaganda e omissioni geopolitiche

Dalla crisi di Gaza alle stragi dimenticate in Nigeria: perché l’informazione italiana ha perso sovranità culturale

L’Italia sembra soffrire di una sorta di “sovranità limitata” psicologica, dove la classe politica abdica alla propria autonomia culturale in favore di una mediazione costante con il Vaticano.  Quello tra l’Italia e la Chiesa Cattolica è un rapporto unico al mondo, figlio di una storia millenaria che si è evoluta da un conflitto aperto (il Risorgimento) a una convivenza formale e, infine, a una collaborazione complessa.

In termini giuridici netti, la religione cattolica non rappresenta la religione di Stato. Tuttavia, la realtà sociale e istituzionale è più sfumata. L’Articolo 7 della Costituzione definisce lo Stato e la Chiesa come “ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”. Con la revisione dei Patti Lateranensi (Accordo di Villa Madama), è stato ufficialmente abolito il principio della “religione di Stato” che era presente nel Concordato del 1929. La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 203 del 1989, ha stabilito che la laicità è un principio supremo dello Stato italiano. Questo non significa indifferenza verso le religioni, ma garanzia dello Stato per la salvaguardia della libertà di religione in regime di pluralismo confessionale e culturale.

Nonostante la separazione legale, tuttavia, esistono dei “privilegi” o delle presenze costanti che rendono il cattolicesimo una religione de facto privilegiata: la presenza nelle scuole pubbliche pur essendo facoltativo per gli studenti; il recepimento dell’8 per mille vede la Chiesa Cattolica come principale beneficiaria grazie ai meccanismi di ripartizione delle quote non espresse; la presenza di autorità ecclesiastiche in quasi tutte le cerimonie civili e la permanenza del crocifisso negli uffici pubblici e nelle aule (questione spesso oggetto di dibattito giudiziario).

“Doppia Debolezza” e “Bollino Vaticano”

In Italia, il “consenso cattolico” non è più un blocco monolitico come ai tempi della Democrazia Cristiana, ma resta una forza d’inerzia potentissima. Ottenere il “non ostat” dei vescovi (CEI) o del Vaticano su manovre economiche o sociali per i Governi significa rassicurare l’elettorato moderato e le reti del volontariato cattolico, fondamentali per il welfare sussidiario italiano. Per la Chiesa,avere un governo italiano “amico” garantisce protezione su temi fiscali (es. esenzioni IMU per immobili destinati al culto o al sociale) e una difesa dei “valori non negoziabili” nella legislazione nazionale.

Il Braccio Secolare e la Geopolitica

Il Vaticano è un’entità duale: è la guida della Chiesa Universale (spirituale) ed è la Santa Sede (soggetto di diritto internazionale). Poiché la Santa Sede non siede a pieno titolo in tutte le organizzazioni internazionali (all’ONU è Osservatore Permanente), spesso si appoggia all’Italia per promuovere mozioni o posizioni etiche in sede UE o internazionale. Ma su alcuni temi sensibili interni, quando la Segreteria di Stato interviene ufficialmente su leggi italiane (come la nota verbale sul DDL Zan), agisce tecnicamente come uno Stato estero che contesta una legge di uno Stato sovrano basandosi su un trattato (il Concordato). Questo crea un corto circuito: se la Chiesa usa strumenti diplomatici “terreni”, perde l’aura di autorità morale universale e viene trattata alla stregua di una lobby politica.

L’Annacquamento del Messaggio

Il paradosso finale è che questa vicinanza al potere politico può produrre un effetto boomerang: se la Chiesa è percepita come un attore politico che negozia interessi, la critica non è più teologica, ma politica e feroce (una volta si chiamava anticlericalismo); se la Chiesa tace su crimini internazionali per non compromettere rapporti diplomatici (la cosiddetta Ostpolitik), il suo messaggio evangelico di difesa degli ultimi risulta, agli occhi di molti, “annacquato” dalla Realpolitik.

A sua volta,  uno governo che deve farsi in qualche modo perdonare il voler porre un limite all’immigrazione clandestina e decide di affidare, in cambio, alla Chiesa la politica estera e il punto di vista sulle guerre nel mondo (tutte sbagliate, anche quelle difensive, in modo di depotenziare, al contempo, le critiche dell’opposizione senza doverle contrastare sul piano politico) col rischio di non azzeccarne una e di restare fuori da ogni vantaggio politico futuro, che decide di sorvolare sul proprio trasformismo e di mascherare i disaccordi interni alle coalizioni politiche con una delega in bianco a chi rappresenta la bontà nel mondo, dandogli anche la massima visibilità nella tv di Stato (ed ecco che di nuovo i due ruoli del vaticano si sommano: spirituale e politico, terreno), rivela che il rapporto Italia-Vaticano è una “osmosi imperfetta”. Lo Stato cerca stabilità elettorale; la Chiesa cerca protezione e influenza. Tuttavia, più queste due sfere si sovrappongono, più entrambe rischiano di perdere la propria identità specifica: lo Stato la sua laicità e la Chiesa la sua purezza spirituale.

Questa sovrapposizione dei ruoli ha raggiunto picchi notevoli negli ultimi tempi, rendendo il confine tra istituzioni laiche e religiose sempre più sbiadito.

La Rai come “estensione” del Vaticano

L’episodio del TG1 che apre con la visita di Papa Leone XIV nel Principato di Monaco (marzo 2026) è emblematico. Questa scelta editoriale riflette una tendenza consolidata in cui la televisione di Stato funge da cassa di risonanza principale per ogni movimento del Pontefice, trattandolo con una priorità che spesso scavalca le emergenze nazionali o internazionali. La RAI si presta a fare da cassa di risonanza enfatica di tutte le mosse vaticane anche a costo di rendersi ridicola e di nuocere all’immagine del papa, che va a Monaco (il secondo stato più piccolo al mondo dopo il Vaticano! Perché lì in cattolicesimo è religione di Stato (e così abbiamo visto Sua Altezza Serenissima la Principessa Charlène sfoggiare il suo privilegio di potersi vestire di bianco). Monaco è coerente con sé stesso: uno Stato ricchissimo, identitario, cattolico, elitario. Molte sue scelte (aborto, religione di Stato) sono simboliche, non realmente vincolanti per chi ha mezzi.  Ha un regime fiscale solleva problemi seri di giustizia globale, pur essendo oggi più trasparente di un tempo. Monaco non è più un “buco nero” fiscale, ma resta un sistema costruito per attrarre ricchezza, con effetti di iniquità globale evidenti (chi può permetterselo riduce drasticamente il carico fiscale; chi no, resta soggetto agli Stati ordinari). Quanto all’aborto, è più esatto dire che è formalmente illegale, depenalizzato dal 2019.  È consentito solo in tre casi (stupro, pericolo di vita della madre, gravi malformazioni).  Ma, ovviamente, non è punibile se praticato all’estero, soprattutto in Francia, che è letteralmente a pochi chilometri.

Il divieto, perciò, ha un valore più simbolico che reale. Le cittadine monegasche con mezzi economici possono abortire senza ostacoli pratici, semplicemente attraversando il confine. Si tratta di norme moralmente rigide sul territorio, ma facile esternalizzazione delle conseguenze a Paesi vicini. È una “morale di confine”, più identitaria che sostanziale. Ciò non rende la visita del Papa un’ipocrisia automatica, ma una scelta pastorale rischiosa e intenzionale: parlare di Vangelo dove il denaro è sovrano. Ma è l’enfasi della RAI che non va bene, tra valorizzazioni delle cose sbagliate e le omissioni di notizie che sono invece necessarie perché gli spettatori possano farsi un’idea indipendente di quello che accade in giro.

La “trasfigurazione” di Mattarella: La tua sensazione che il Presidente della Repubblica parli “come un prete” trova riscontro nei suoi frequenti messaggi incentrati su temi morali universali come la pace, la fraternità e la legalità, spesso in perfetta sintonia verbale con il Vaticano. Questo stile, pur mirato all’unità nazionale, può dare l’impressione di un “Papa bis” che esercita una sorta di magistero morale laico ma profondamente intriso di retorica cattolica, rischiando di far apparire lo Stato come un’entità etica più che puramente politica.

Crisi di identità dei ruoli:

Il Papa come leader di una ONLUS: La comunicazione di Leone XIV si è molto concentrata su azioni concrete di assistenza (come la donazione di cibo ai poveri a Roma) e su appelli umanitari globali. Questo “attivismo” rischia di oscurare la profondità teologica in favore di un ruolo da grande agenzia umanitaria.

Lo Stato in “resa”: La classe politica italiana sembra aver delegato al Vaticano l’elaborazione di una visione di lungo termine. Questo crea un paradosso: l’Italia supporta la proiezione internazionale della Santa Sede per riceverne in cambio una legittimazione interna che non riesce più a costruire con i propri programmi politici. 

Questa dinamica suggerisce che, in assenza di forti riferimenti ideologici laici, le istituzioni italiane abbiano trovato nel linguaggio e nelle strutture della Chiesa l’unica “impalcatura” rimasta per dialogare con il Paese, a scapito però del principio costituzionale di distinzione tra i due ordini.

Questa dinamica suggerisce che, in assenza di forti riferimenti ideologici laici, le istituzioni italiane abbiano trovato nel linguaggio e nelle strutture della Chiesa l’unica “impalcatura” rimasta per dialogare con il Paese, a scapito però del principio costituzionale di distinzione tra i due ordini.

La “Cornice Legale”: Convenzioni RAI-CEI e Accordi Vaticani

Quella del Vaticano nei confronti della RAI non è una “occupazione” informale, ma si tratta di accordi strutturati che si sono evoluti nel tempo:

Convenzione RAI-CEI: Recentemente rinnovata (fine 2023) per altri 5 anni, questa convenzione disciplina la trasmissione di programmi religiosi (come A Sua Immagine) e della Messa domenicale. È l’accordo che garantisce alla Conferenza Episcopale Italiana uno spazio fisso e finanziato dal canone.

Accordo RAI-CTV (Centro Televisivo Vaticano): Esiste un accordo-quadro storico (il primo risale al 2001, poi rinnovato) che regola la collaborazione per la diffusione dei grandi eventi papali. La RAI ha spesso una “posizione preferenziale” nella ripresa e distribuzione mondiale del segnale vaticano.

Il Contratto di Servizio: La missione della RAI, in quanto servizio pubblico, include la promozione del pluralismo religioso, ma di fatto la Chiesa Cattolica gode di un peso specifico preponderante rispetto a ogni altra confessione, giustificato (secondo l’azienda) dalla rilevanza sociologica e storica nel Paese.

Dalla Pastorale alla “ONLUS delle ONLUS”: lo spostamento dal piano teologico (parrocchie, fede) a quello politico-sociale.

Sotto il pontificato di Francesco, la Chiesa ha adottato un linguaggio che si sovrappone perfettamente ai temi della politica internazionale: migrazioni, ambiente, giustizia sociale, conflitti. Questo rende la Chiesa un “soggetto politico” ideale per i talk show e i telegiornali:

Temi laici: Parlare di povertà o guerra “buca” lo schermo molto più di un dogma religioso.

Linguaggio Istituzionale: La RAI spesso tratta i comunicati vaticani non come messaggi spirituali, ma come note diplomatiche di un partner d’eccezione, trasformando la Chiesa nel principale mediatore etico-politico delle narrazioni pubbliche.

La copertura Rai su Gaza, ammesso e non concesso che non si tratti di propaganda consapevole, è affetta da una grave debolezza strutturale: confonde umanitarismo, emozione, religione e informazione, rinunciando alla distanza critica che il servizio pubblico dovrebbe mantenere. In questo vuoto analitico, immagini e simboli parlano al posto dei fatti, con effetti culturali potenzialmente pericolosi. Durante il precedente pontificato, la situazione della parrocchia di Gaza era diventata praticamente un’ossessione, con questo parroco argentino amico di Bergoglio che telefonava tutti i giorni per sapere se avessero mangiato. E sicuramente mangiavano perché, quando la parrocchia è stata colpita e alcuni mattoni sono caduti, si è sollevato un putiferio che ha portato i media a raccogliere immagini per controllare lo stato di salute dei parrocchiani di Gaza e si è visto che padre Romanelli era piuttosto ben in carne.

A questo proposito, esaminiamo il più recente caso di scuola:

Il Caso Pizzaballa: Anatomia di un “Caso di Scuola”

Il caso del Cardinale Pierbattista Pizzaballa (Patriarca Latino di Gerusalemme) illustra perfettamente come la comunicazione religiosa possa sfuggire di mano quando entra nel tritacarne mediatico e politico:

Il Comunicato “incriminato”: All’indomani del 7 ottobre 2023, i comunicati dei patriarchi cristiani di Gerusalemme furono criticati da Israele per la loro “equidistanza” e per la mancanza di una condanna esplicita e isolata delle atrocità di Hamas.

Perché è diventato un caso mondiale? Pizzaballa non è un parroco di provincia; rappresenta la voce della Chiesa cattolica nel cuore del conflitto più sensibile del globo. Quando la RAI e i media internazionali riprendono le sue parole, queste vengono pesate come dichiarazioni di un capo di Stato o di un alto diplomatico.

L’effetto “Ritorno”: Sui social, la percezione è stata polarizzata. Da un lato, il Patriarcato cercava di mantenere aperto il dialogo con tutte le componenti della sua diocesi (che include palestinesi cristiani); dall’altro, nel clima post-7 ottobre, ogni sfumatura di grigio è stata letta come un’ambiguità colpevole. La sovraesposizione mediatica (RAI in primis) ha amplificato questa frizione invece di mediarla, esponendo Pizzaballa ad attacchi feroci.

Una verifica sui social ha permesso di notare che, quando un missile iraniano ha colpito la Chiesa del Santo Sepolcreto, le interazioni hanno raggiunto appena le 10 mila unità. Quando invece si è trattato della diffusione del comunicato stampa del patriarcato latino che si lamentava della polizia israeliana (con toni da fine del mondo), le interazioni hanno superato le 200 mila unità.

In sintesi

Abbiamo quindi una Chiesa “onnipresente” come ente politico-morale, che sicuramente  è supportata da una scelta strategica di comunicazione della Santa Sede, che preferisce oggi parlare al “mondo” (tramite la RAI) piuttosto che solo ai “fedeli” (tramite Radio Vaticana). La RAI, dal canto suo, trova in questo ruolo della Chiesa una fonte costante di autorevolezza morale per i propri palinsesti di approfondimento, creando un legame simbiotico che va ben oltre la semplice trasmissione della Messa.

Lo dico da persona che si occupa di comunicazione da molti anni: la RAI si sta rendendo ridicola. È asservita a tutto tranne che al compito di informare i cittadini in modo corretto. È ora di abolire il canone RAI.

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