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Il Qatar, l’Iran e la guerra delle corti: come si costruisce Israele imputato permanente

Dalle promesse al procuratore Khan alle cause per genocidio alla Corte internazionale di giustizia: il Qatar agisce come moltiplicatore mediatico e giudiziario dell’asse iraniano, trasformando il diritto internazionale in un dispositivo di propaganda. Al Jazeera e le emittenti satelliti diffondono senza filtro la narrativa anti-israeliana; nel frattempo, operazioni di influenza e finanziamenti opachi puntano a piegare ICC e ICJ a una strategia di logoramento: Israele sul banco degli imputati per anni, a prescindere dagli esiti.

La rivelazione odierna del WSJ

Il nuovo affidavit rivelato dal Wall Street Journal aggiunge un tassello a un mosaico che, visto da lontano, ha una sua coerenza inquietante. Un testimone, supportato da registrazioni audio, sostiene che il Qatar avrebbe promesso di “prendersi cura” del procuratore della Corte penale internazionale, Karim Khan, qualora avesse proceduto con i mandati d’arresto contro Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant. È lo stesso Qatar che, secondo inchieste giornalistiche, avrebbe finanziato un’operazione di intelligence privata per screditare la donna che accusava Khan di molestie sessuali, arrivando a insinuare che fosse legata al Mossad. Ed è ancora lo stesso Qatar che compare sullo sfondo del contenzioso per genocidio intentato dal Sudafrica contro Israele alla Corte internazionale di giustizia: un’azione costosissima per un Paese in crisi fiscale, ma perfettamente funzionale a una strategia precisa: tenere Israele sotto accusa per anni mentre la macchina propagandistica lavora a pieno regime.

L’architettura della diffamazione di Israele

Questa architettura della diffamazione non è nata nel vuoto delle ore successive al 7 ottobre 2023. Si tratta di un’infrastruttura dell’odio pronta da tempo, un’operazione di lawfare e disinformazione in cui Doha agisce come hub narrativo dell’asse iraniano. Sebbene il Qatar sia formalmente un alleato degli Stati Uniti, sul piano mediatico opera come il principale proxy di Teheran. Al Jazeera in arabo, insieme a una costellazione di siti satelliti, ha costruito un flusso continuo di frame in cui Israele è presentato come aggressore sistemico a prescindere dal contesto. La linea editoriale è speculare agli interessi iraniani: enfatizzare la dimensione “genocidaria”, delegittimare ogni risposta militare come crimine assoluto e oscurare sistematicamente il ruolo di Hamas. Il punto non è solo l’emittente in sé, ma la rete di amplificazione che permette a ONG e attivisti occidentali di assumere queste narrazioni come fonti neutre, senza mai interrogarsi sulla regia politica sottostante.

Dal talk show a tribunale e ritorno

Il passaggio di scala dal talk show al tribunale è il dato più allarmante. Le rivelazioni sul procuratore Karim Khan mostrano come attori statali cerchino di condizionare le corti internazionali proteggendo o spingendo i magistrati nella direzione desiderata. L’operazione di intelligence privata che avrebbe preso di mira l’accusatrice di Khan, raccogliendo dati personali e familiari per screditarla, delinea un metodo da guerra ibrida applicato alla giustizia. In questo scenario, il Sudafrica all’Aia diventa il volto spendibile di una causa che Pretoria, con le sue finanze disastrate e i suoi debiti crescenti, difficilmente potrebbe permettersi. Portare uno Stato davanti alla ICJ richiede team legali internazionali di altissimo livello, esperti, missioni e memoriali di migliaia di pagine; costi che oscillano tra i 3 e i 10 milioni di dollari l’anno. Se la Russia, come emerso dai recenti incontri del fronte “non allineato” a Mosca, non è più in grado di erogare i prestiti promessi, la figura del Qatar – ricco, liquido e politicamente allineato – diventa il candidato naturale a sostenere, apertamente o meno, il contenzioso.

La persistenza dell’infamia

La logica di questa operazione risiede nei tempi lunghi del diritto. Per l’asse iraniano e per Doha, l’esito finale del processo conta meno del processo stesso. Poiché i procedimenti davanti a ICC e ICJ durano spesso oltre un decennio, Israele può essere presentato come “imputato” in modo permanente. Ogni sua operazione militare futura verrà letta alla luce di questo presunto precedente genocidario, abituando l’opinione pubblica globale all’idea di una colpevolezza strutturale dello Stato ebraico. Anche un’assoluzione tra dieci anni non cancellerebbe il danno d’immagine già sedimentato dalla propaganda.

l’Al Jazeera network e i polli occidentali

In questo schema, il Qatar offre ciò che Russia, Cina e Iran da soli non possono garantire con la stessa efficacia: una potenza mediatica globale combinata con una posizione ibrida che gli permette di parlare al mondo arabo come voce della “resistenza” mentre mantiene canali aperti con Washington. Il caso che coinvolge il Qatar, Khan e il Sudafrica non è quindi solo una cronaca di dossier e prestiti mancati, ma il laboratorio di un nuovo uso del diritto: non più come limite alla forza, ma come estensione della propaganda. In questo laboratorio, l’Iran fornisce la strategia, il Qatar i mezzi finanziari e le corti internazionali diventano, loro malgrado, il palcoscenico per un’inquisizione permanente contro l’unica democrazia del Medio Oriente.

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