Il ritorno dell’accusa di sangue: la nuova propaganda contro Israele
Dalle fake news sui social alla “fissazione” delle Nazioni Unite: come la narrazione del conflitto sta resuscitando antichi topos antisemiti.
Il ritorno dei “topos” medievali
Recentemente, due personaggi pubblici, Rula Jebreal e Jeremy Corbyn, nel tentativo di mantenere alti i toni della propaganda antisraeliana, si sono spinti oltre il limite. Hanno lanciato accuse che avrebbero fatto sobbalzare persino i pii “fratacchioni” del Medioevo.
In molti sono rimasti sorpresi dal post di Rula Jebreal, rilanciato su X innumerevoli volte:
“Israele possiede la più grande banca di pelle umana al mondo… Stanno scuoiando i cadaveri dei miei fratelli e sorelle palestinesi”.
L’affermazione viene attribuita a Khalid Turaani, presentato come fonte credibile. Tuttavia, Turaani è il direttore esecutivo del CAIR dell’Ohio: non esattamente una fonte indipendente o neutrale.
Jeremy Corbyn e le ombre sull’Al Shifa
A sua volta, Jeremy Corbyn — già allontanato dal Labour per antisemitismo — ha rilasciato una dichiarazione filmata per l’organizzazione “We Are The Peace”. Nel video, Corbyn riferisce quanto appreso da un dirigente dell’ospedale Al Shifa di Gaza: la consegna, da parte dell’IDF, di scatole contenenti teschi e corpi di donne privi di organi interni.
Chiunque conosca la storia ebraica riconosce in queste accuse il famigerato blood libel (accusa di sangue) di triste memoria, oggi riproposto in chiave moderna.
La giungla mentale della disinformazione
Mentre i numeri dei decessi a Gaza vengono ricalibrati e alcune ONG ammettono di aver diffuso dati imprecisi, una parte della propaganda continua a combattere una guerra ideologica. Come i soldati giapponesi rimasti nella giungla dopo la fine del conflitto, questi narratori restano arroccati nelle loro convinzioni.
È evidente che, dal 7 ottobre 2023, sia partita una campagna orchestrata per convincere l’opinione pubblica che il pogrom di Hamas fosse una reazione “inevitabile” a torti subiti.
L’inversione semantica: da Terrorismo a Resistenza
Assistiamo a una pericolosa trasformazione: i palestinesi vengono dipinti come vittime di un “genocidio” (sovrapponendo la loro condizione a quella ebraica sotto il nazismo), mentre gli israeliani vengono trasformati nei nuovi nazisti.
Questa operazione ha legittimato lo spostamento semantico dal termine Terrorismo a quello di Resistenza. In questo modo, una parte della politica mondiale ha potuto abbracciare la causa del nazi-islamismo nel suo proposito di cancellare lo Stato ebraico dalle mappe.
L’ONU e la “fissazione” per Israele
In questa campagna, un ruolo centrale è giocato dall’UNHRC (Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite). Israele è l’unico Paese al mondo ad avere un punto fisso e permanente nell’ordine del giorno (Agenda Item 7). Ciò significa che, a prescindere dalle crisi globali, Israele viene discusso obbligatoriamente ad ogni sessione.
I numeri parlano chiaro:
- L’UNHRC ha adottato più risoluzioni contro Israele che contro il resto del mondo messo insieme.
- La Commissione d’Inchiesta Permanente (COI), istituita nel 2021, è l’unica senza scadenza.
- Relatrici come Francesca Albanese sono finite al centro di aspre polemiche per dichiarazioni ritenute ostili, con richieste di dimissioni arrivate nel 2026.
Conclusione: tra pietas e propaganda
La pressione costante ha portato nazioni come Stati Uniti e Ungheria a denunciare il pregiudizio delle Nazioni Unite. Purtroppo, l’appoggio di alcuni organismi internazionali si è trasmesso alla stampa, che si sente legittimata a usare i “topos” giudeofobi medievali per mostrificare il governo israeliano.
È triste constatare come la naturale pietas per i civili di Gaza sia stata strumentalizzata per alimentare un sentimento antiebraico che dura, ininterrotto, da più di duemila anni.



