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Profeti del crollo che non è mai venuto

Dal 7 ottobre 2023 all’Operazione Epic Fury: le previsioni sull’inevitabile collasso economico israeliano e come la realtà le ha smentite, una ad una. Il caso italiano.

C’è una categoria di analista che non sbaglia quasi mai nella diagnosi — individua sintomi reali, dati autentici, tensioni genuinamente documentabili — ma che sbaglia sistematicamente la prognosi. Appartengono a questa categoria i numerosi economisti, giornalisti e think tanker che, dal 7 ottobre 2023 in poi, hanno previsto con certezza crescente il crollo economico di Israele. Crollo che, ad oggi, non è avvenuto.

Dal fronte di Gaza ai sette fronti aperti, dall’operazione dei pager alla guerra dei Dodici Giorni contro l’Iran, le previsioni catastrofiste si sono accumulate con una sistematicità degna di studio. In Italia, il fenomeno ha assunto una caratteristica peculiare: la quasi totale assenza di voci analitiche disposte a correggere il tiro. Ricostruiamo il catalogo degli errori più clamorosi.

Il punto di partenza: i dati reali

Prima di esaminare le previsioni fallite, occorre fissare il punto di riferimento. Alla vigilia del 7 ottobre 2023, l’economia israeliana cresceva intorno al 3%, la disoccupazione era al 3,5% e l’inflazione attesa era moderata. Il PIL pro capite superava i 50.000 dollari. Era un’economia strutturalmente solida, con un settore high-tech che rappresentava il 20% del PIL e il 60% delle esportazioni.

Questi dati di partenza sono stati sistematicamente ignorati o marginalizzati da chi costruiva le previsioni più pessimistiche. La narrazione del “crollo inevitabile” ha invece attinto a dati reali — i costi bellici, i downgrade delle agenzie di rating, i fallimenti di imprese, i flussi migratori — senza mai contestualizzarli nella struttura portante dell’economia israeliana.

Il panorama internazionale: un catalogo di errori

Prima di concentrarsi sul caso italiano, è necessario ricostruire il panorama internazionale delle previsioni sbagliate. Il pattern è ricorrente e si manifesta in forme diverse: dall’attivismo travestito da economia fino alle stime istituzionali che sovrastimano il rischio di breve periodo. Ciascuno di questi casi ha trovato ampia circolazione anche nella stampa nostrana.

1. Shir Hever e l’“economia zombie”

La voce più citata nel dibattito internazionale — e ampiamente ripresa anche in Italia — è quella di Shir Hever, economista israeliano che coordina il Boycott National Committee. Il suo conflitto d’interesse è esplicito e dichiarato: Hever non è un analista terzo, ma un attivista del movimento di boicottaggio. Questa circostanza non ha però limitato minimamente la sua circolazione mediatica, su canali che vanno dall’Agenzia Anadolu — direttamente riconducibile all’orbita del governo turco — alla rivista statunitense Mondoweiss, fino ai siti di movimento italiani.

“L’economia di Israele non ha prospettive di ripresa. È un’economia zombie che ha militarizzato l’intera società senza poter mettere a tacere le sue contraddizioni strutturali. Non c’è alcun percorso in avanti.”— Shir Hever, intervista all’Agenzia Anadolu, 2024

Su Mondoweiss, Hever articola la sua tesi nel dettaglio: oltre 46.000 imprese fallite, turismo azzerato, rating del credito abbassato, obbligazioni israeliane vendute a prezzi quasi da junk bond, investimenti stranieri crollati del 60%. Il quadro si completa con una fuga di cervelli definita “senza precedenti nella storia di Israele” e con una profezia militare: entro due o tre anni, l’esercito israeliano avrebbe cessato di funzionare come forza militare moderna, privato del capitale umano qualificato necessario per operare sistemi d’arma avanzati. Su Invictapalestina la stessa previsione viene tradotta e rilasciata con tono apodittico: “la Banca Centrale israeliana ha avvertito che l’economia si riprenderà lentamente, se non addirittura mai”.

Come è andata: Nel 2025 l’economia israeliana ha registrato una crescita del 3,1%, superiore alla media OCSE. Nel terzo trimestre dello stesso anno il PIL è cresciuto all‘11% su base annualizzata, il ritmo più sostenuto dalla fine del 2023. Goldman Sachs ha poi proiettato una crescita del 5,7% per il 2026 e del 4,7% per il 2027. Il settore high-tech ha esportato servizi per 55 miliardi di dollari nel 2024, contro i 15 del 2013. L’esercito israeliano, lungi dall’aver cessato di funzionare, ha condotto operazioni militari simultanee su sette fronti con un livello di integrazione tecnologica senza precedenti nella storia del conflitto mediorientale.

2. Yacov Sheinin e i 120 miliardi di costo totale

Yacov Sheinin non è un attivista: è un economista israeliano con decenni di esperienza come consigliere di premier e ministeri. La sua stima ha quindi un peso istituzionale diverso da quella di Hever, ma l’errore quantitativo è paragonabile. Sheinin ha calcolato che il costo totale della guerra potesse ammontare a 120 miliardi di dollari, ovvero il 20% del prodotto interno lordo del Paese. Una cifra destinata, nella sua narrativa, a rendere insostenibile il proseguimento del conflitto nel medio termine.

“Il costo totale della guerra per Israele potrebbe raggiungere i 120 miliardi di dollari, equivalenti al 20% del PIL. Un peso che nessuna economia può sostenere a lungo senza conseguenze strutturali irreversibili.”— Yacov Sheinin, 2024

Come è andata: I costi bellici stimati dalla Banca d’Israele per il periodo 2023-2025 si sono attestati intorno a 80 miliardi di dollari, circa un terzo in meno della previsione di Sheinin, e senza produrre il collasso strutturale ipotizzato. Il debito pubblico è salito al 70% del PIL — un incremento reale e non trascurabile — ma ben al di sotto delle soglie che in passato hanno innescato crisi sovrane in altri Paesi. S&P ha aggiornato il rating israeliano ad A con outlook stabile entro fine 2025, rango investment grade che indica un rischio di default minimo.

3. L’INSS e il “decennio perduto”

L’Institute for National Security Studies — un think tank israeliano rispettabile e non ostile allo Stato d’Israele — ha prodotto nell’agosto 2024 un’analisi che merita attenzione proprio perché non proviene da ambienti ostili. I suoi ricercatori scrissero che anche in uno scenario ottimistico — ritiro da Gaza, calma al confine libanese — l’economia israeliana sarebbe rimasta in una posizione strutturalmente più debole rispetto al pre-guerra, con un rischio concreto di recessione prolungata paragonabile al “decennio perduto” seguito alla guerra del Kippur del 1973.

“Il previsto calo dei tassi di crescita in tutti gli scenari rispetto alle previsioni pre-guerra e l’aumento delle spese per la difesa potrebbero aumentare il rischio di una recessione simile al ‘decennio perduto’ seguito alla guerra del Kippur.” — Institute for National Security Studies (INSS), agosto 2024

Come è andata: Il terzo trimestre 2025 ha registrato una crescita dell’11% su base annualizzata. Goldman Sachs ha rivisto al rialzo le previsioni per il 2026 al 5,7%. Non è un decennio perduto: è l’esatto contrario. Va riconosciuto che l’INSS operava in un contesto di incertezza genuina nell’agosto 2024, quando la guerra dei Dodici Giorni non era ancora avvenuta; ciò non toglie che il paragone con il 1973 si sia rivelato storicamente infondato.

4. I downgrade a catena e la narrativa del default imminente

Tra il 2024 e il 2025, Fitch, Moody’s e S&P hanno progressivamente abbassato il rating di Israele, producendo una cascata di titoli sul rischio di insolvenza. Fitch ha abbassato il giudizio da A+ ad A citando un deficit fiscale all’8% del PIL nel 2024, quasi tre volte la soglia del 3% raccomandata per i Paesi dell’Eurozona. Nei media più ostili — ma non solo — i downgrade venivano presentati come anticamera di una crisi da debito sovrano. La narrativa si alimentava di sola selezione: si citavano i downgrade, non i livelli assoluti di rating, che rimanevano ben entro la fascia investment grade.

Come è andata: Nonostante i downgrade multipli, entro fine 2025 S&P ha aggiornato il rating israeliano ad A con outlook stabile. Le riserve internazionali sono rimaste intorno ai 230 miliardi di dollari, equivalenti al 40% del PIL — una posizione di liquidità che rende il confronto con Paesi a rischio default semplicemente non pertinente. Il mercato obbligazionario israeliano, lungi dall’avvicinarsi al territorio junk, ha mantenuto spread sovrani compatibili con un emittente investment grade.

5. La profezia del collasso high-tech

Una delle narrative più ricorrenti — trasversale a Hever, ad Al Jazeera e a parte della stampa generalista europea — è stata quella della fuga irreversibile del settore tecnologico. Le aziende high-tech israeliane, si sosteneva, stavano impiegando tutte le risorse disponibili per tentare di delocalizzare. I lavoratori rischiavano la chiamata al fronte, le aree non erano sicure, il governo avrebbe potuto confiscare i beni. Il settore che produceva il 60% delle esportazioni israeliane era descritto come in fase di smobilitazione accelerata.

Come è andata: Il settore high-tech ha continuato a essere l’ancora dell’economia israeliana, rappresentando il 20% del PIL, il 60% delle esportazioni e il 40% della crescita economica aggregata dal 2018 al 2024. Le esportazioni di servizi high-tech sono aumentate da 15 miliardi nel 2013 a 55 miliardi nel 2024. Il mercato azionario di Tel Aviv, dopo un calo del 5% nella settimana successiva al 7 ottobre, ha registrato un incremento medio dell’80% entro giugno 2025, trainato proprio dall’ottimismo degli investitori internazionali sul comparto difesa e tecnologia.

6. La voce controcorrente: Dissipatio e l’onestà dei numeri

In netto contrasto con il panorama dominante, la rivista italiana Dissipatio ha pubblicato nel luglio 2025 un’analisi che merita citazione per onestà intellettuale. A differenza dei catastrofisti, il testo riconosce esplicitamente i dati scomodi: la crescita dell’Borsa di Tel Aviv, l’aumento delle esportazioni di armamenti, la resilienza del settore tech. Il giudizio finale rimane critico — un’economia di guerra non è un modello di sviluppo sostenibile nel lungo periodo — ma la premessa fattuale è corretta.

“Il mercato azionario israeliano, dopo un calo del 5% nella settimana successiva al 7 ottobre, a fine giugno 2025 ha registrato un incremento medio dell’80%, spinto dall’ottimismo degli investitori internazionali nel settore difesa e tecnologia. Le esportazioni di armamenti nel 2024 hanno toccato i 14,8 miliardi di dollari.”— Dissipatio, luglio 2025

Dissipatio conclude con un avvertimento legittimo: Israele non potrà sopravvivere indefinitamente come pura economia di guerra senza riequilibrare le sue priorità strutturali. È un’osservazione analitica seria. La differenza rispetto ai catastrofisti non è nell’ideologia, ma nel metodo: prima i dati, poi la valutazione.

Il caso italiano: un panorama di silenzi e previsioni sbagliate

Il dibattito italiano presenta una caratteristica che lo distingue da quello anglosassone o tedesco: la quasi totale assenza di voci analitiche di centro o centro-destra disposte a fare i conti con i dati. La narrativa del “crollo imminente” è rimasta sostanzialmente incontrastata nei media non esplicitamente filo-israeliani.

Le “cantonate” più gravi

Comune-info / Invictapalestina — Gennaio 2026 LA PREVISIONE: Israele sull’orlo del baratro. “Emergenza sociale sempre più grave, fame e crisi finanziaria cronica che si diffondono dalla classe debole alla classe media. Economia zombie senza uscita.” LA REALTÀ: A gennaio 2026 l’economia israeliana stava già recuperando. Il PIL 2025 è cresciuto del 3,1%. Il mercato azionario di Tel Aviv aveva guadagnato l’80% rispetto al post-7 ottobre.
Contropiano — 2024 LA PREVISIONE: La fuga di cervelli è “senza precedenti nella storia di Israele”: 55.300 israeliani espatriati con un saldo migratorio negativo di 27.500 unità. L’economia non reggerà la perdita di capitale umano qualificato. LA REALTÀ: Il settore high-tech israeliano ha continuato a crescere, con esportazioni di servizi a 55 miliardi nel 2024. I flussi migratori israeliani sono strutturalmente bidirezionali da decenni: il saldo è rimasto ampiamente compensato dall’immigrazione di ritorno.
ISPI — Ottobre 2024 LA PREVISIONE: “È quasi un anno che gli economisti mettono in guardia Israele, spiegando quanto l’allargamento del conflitto potrebbe rapidamente diventare economicamente insostenibile.” LA REALTÀ: L’allargamento del conflitto non ha prodotto un collasso economico. Dopo ogni shock (pager, guerra dei 12 giorni, Epic Fury), l’economia ha registrato contrazioni brevi seguite da recuperi rapidi. L’ISPI non ha mai prodotto un’analisi di revisione delle proprie previsioni.
Il Manifesto — Luglio 2025 LA PREVISIONE: La tenuta dell’economia israeliana dipende esclusivamente da una “rete esterna di copertura”. La crescita è crollata: +1,8% nel 2023 e un “smilzo” +0,8% nel 2024. LA REALTÀ: I dati citati erano parzialmente corretti ma decontestualizzati: il 2024 ha subito lo shock della guerra dei 12 Giorni, ma il 2025 ha poi visto una crescita dell’11% nel solo terzo trimestre. La resilienza strutturale israeliana è stata sistematicamente omessa dall’analisi.

Il dato che l’Italia non ha mai scritto

La quasi totalità della stampa italiana ha ignorato o minimizzato un numero chiave: la spesa militare israeliana è aumentata del 65% nel 2024, toccando i 46,5 miliardi di dollari. Le due principali aziende di armamenti — Elbit Systems e Israel Aerospace Industries — hanno registrato una crescita vertiginosa dei profitti. Le esportazioni di armamenti nel 2024 hanno toccato i 14,8 miliardi di dollari.

In altri termini, la guerra ha anche generato rendimenti economici nel settore ad alto valore aggiunto. Questo dato è strutturalmente incompatibile con la narrativa del collasso, ed è per questo che non è mai comparso nelle analisi dei catastrofisti.

Una nota metodologica

Sarebbe ingeneroso sostenere che le previsioni fossero interamente inventate. I danni reali ci sono stati e sono documentati: nel quarto trimestre 2023 il PIL israeliano è crollato del 21% su base annualizzata; la guerra dei 12 Giorni ha prodotto una contrazione del 3,5% nel secondo trimestre 2025; quasi 50.000 imprese sono fallite; la quota di persone in insicurezza alimentare è cresciuta del 29%; il debito pubblico è salito al 70% del PIL.

Il problema non era nei sintomi, ma nella diagnosi e nella prognosi. Le previsioni più sbagliate provenivano da tre categorie precise: attivisti politici travestiti da economisti (Hever, il cui ruolo nel BNC è dichiarato); media con agenda geopolitica (Anadolu Agency, Al Jazeera, Daily Sabah — quest’ultimo direttamente collegabile all’orbita AKP); e istituzioni che sovrastimavano i rischi di breve periodo senza considerare la resilienza strutturale del modello israeliano export-driven.

Il ciclo che si è ripetuto invariabilmente è sempre lo stesso: shock militare → contrazione del PIL → recupero rapido guidato dall’export tecnologico e dalla spesa pubblica. Chi prevedeva il collasso non aveva incorporato questo ciclo nella propria analisi, o lo aveva incorporato e aveva scelto di non comunicarlo.

La distinzione non è banale. Nel primo caso si tratta di incompetenza analitica. Nel secondo, di qualcosa di più grave.

Fonti e dati: Central Bureau of Statistics israeliano; Banca d’Israele; Goldman Sachs Research (feb. 2026); S&P Rating Upgrade Report (dic. 2025); ISPI Analysis ottobre 2024; Comune-info gennaio 2026; Contropiano 2024; Il Manifesto luglio 2025; Dissipatio luglio 2025.

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