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Il manifesto del PD sull’Israele che non esiste: omissioni, illusioni e realtà politica

Dai sogni dei riformisti alle elezioni israeliane del 2026: cosa dicono davvero opposizione, generali, centristi e destra laica – e perché il PD avrebbe dovuto limitarsi ai fatti

Cosa dice (davvero) il manifesto dei riformisti

Il manifesto “Con l’opposizione israeliana per fermare Netanyahu e per una svolta in Medio Oriente” costruisce una narrazione molto netta:

“Nelle elezioni non sono in gioco soltanto gli equilibri parlamentari, ma la natura e l’identità stessa di Israele, una società profondamente lacerata e scossa dalle politiche violente e razziste del governo Netanyahu.”

I punti chiave:

  • Demonizzazione del governo Netanyahu: definito “avventurismo suprematista” e “destra razzista”.
  • Opposizione idealizzata: le “forze di opposizione israeliane” vengono presentate come il soggetto che, vincendo, aprirebbe automaticamente la strada a una “soluzione politica” e alla nascita dello Stato palestinese.
  • Richiesta di pressione internazionale: si chiede all’UE di “sospendere accordi di collaborazione” con Israele fino a mutamenti significativi della politica in Cisgiordania e Gaza.
  • Narrativa binaria: Israele cattivo (Netanyahu e la destra), Israele buono (opposizione, organizzazioni democratiche e pacifiste).

Il problema è che questo testo parla più del bisogno identitario del Pd che della realtà israeliana: “un manifesto che parla d’altro”, un modo elegante per “mettersi il culo al coperto” dietro la formula magica “comunità internazionale”.

Le omissioni gigantesche del manifesto

Le omissioni principali:

  • Origine del conflitto: nessuna parola seria sul fatto che il 7 ottobre è stato un attacco pianificato da Hamas dentro una strategia regionale iraniana. Il manifesto parla di “massacro del 7 ottobre”, ma non ne trae conseguenze sulla natura della guerra: la riduce a “politiche violente e razziste” del governo israeliano.
  • Unità israeliana sulla guerra: il testo suggerisce che l’opposizione sia in rottura frontale con la guerra, mentre la realtà è che:
    • Gantz ha partecipato al gabinetto di guerra.
    • Lapid non ha mai chiesto di fermarsi prima del disarmo di Hamas.
    • Bennett è, su molti dossier, più falco di Netanyahu.
  • Effetto delle sanzioni: chiedere la sospensione degli accordi con Israele significa colpire l’intero Paese, non “Netanyahu”. È un regalo narrativo al Likud: “il mondo ci odia, stringiamoci al governo”.
  • Illusione sul “giorno dopo”: il manifesto suggerisce che l’opposizione israeliana sia pronta a “consegnare” uno Stato palestinese appena vinte le elezioni. Ma gli stessi leader dell’opposizione, come Fassino ammette, considerano la prospettiva “due popoli, due Stati” oggi “molto lontana”.

In sintesi: il manifesto costruisce un Israele immaginario, docile, commissariabile da Bruxelles, pronto a firmare il libro dei sogni del Pd. Quell’Israele non esiste.

La critica di Claudio Velardi: il testo contro l’intervista

Velardi fa una cosa molto semplice e molto onesta: prende sul serio Fassino, e proprio per questo smonta il manifesto.

“Il manifesto dei riformisti del PD dice altro… Manca la richiesta all’Unione europea di sospendere gli accordi di collaborazione con Israele… Manca il lessico da comizio — ‘avventurismo suprematista’, ‘destra razzista’…”

I punti della sua critica:

  • Scarto tra intervista e manifesto: Fassino, nell’intervista, distingue tra critica al governo e messa in discussione di Israele, riconosce la legittima difesa, definisce Hamas “pericolo mortale”. Il manifesto, invece, usa un linguaggio da comizio e propone misure (sospensione degli accordi) che l’opposizione israeliana stessa rifiuta.
  • Illusione sullo Stato palestinese: Fassino ammette che “due popoli, due Stati” è oggi “molto lontana”, e che glielo hanno detto gli stessi leader dell’opposizione. Il manifesto, invece, si regge sull’idea che l’opposizione sia pronta a consegnare uno Stato palestinese chiavi in mano.
  • Domanda finale: se per difendere il manifesto bisogna ometterne i passaggi chiave, il problema non è la lettura critica, è il testo.

Velardi, in fondo, dice al Pd: scegliete. O siete contro Israele, e lo dite. O siete con Israele che combatte per la propria sopravvivenza, e lo dite. Se non avete il coraggio di nessuna delle due posizioni, la scelta più dignitosa è tacere.

Le precisazioni di Fassino: ragionevoli, ma incompatibili col manifesto

L’intervista di Fassino è molto più aderente alla realtà israeliana:

“Hamas è un’organizzazione terroristica e rappresenta un pericolo mortale per Israele e per l’intero Medio Oriente.”

I punti chiave:

  • Distinzione governo/Stato: critica Netanyahu, ma difende la legittima difesa di Israele e rifiuta la lettura “criminalizzante” dello Stato.
  • Sicurezza sì, annessione no: sostiene le esigenze di sicurezza (Hezbollah, Hamas, Iran), ma considera l’annessione e l’espansione degli insediamenti un errore strategico.
  • Guerra necessaria, ma non infinita: riconosce la necessità di combattere Hamas, ma insiste sulla necessità di una “strategia di uscita” e di una prospettiva politica per i palestinesi.
  • Due Stati lontani, non abbandonati: ammette che la fiducia reciproca è stata distrutta, che la prospettiva è lontana, ma non rinuncia all’obiettivo.
  • Critica a Oslo e a Netanyahu: ricorda come Netanyahu abbia lavorato per svuotare gli accordi di Oslo, ma riconosce anche responsabilità palestinesi e l’errore israeliano di aver rafforzato Hamas per indebolire l’Autorità Palestinese.

Il punto, come sottolinea Velardi, è che questa posizione ragionevole non coincide con il manifesto: dove l’intervista è prudente, il manifesto è ideologico; dove l’intervista riconosce limiti e complessità, il manifesto promette scorciatoie politiche inesistenti.

Le elezioni del 27 ottobre 2026: blocchi, leader, Iran, Stato palestinese

Qui il Pd avrebbe potuto fare un lavoro serio: spiegare agli italiani chi sono davvero gli oppositori di Netanyahu, cosa vogliono, dove sono i limiti e le convergenze. Provo a sintetizzare.

I blocchi principali

  • Blocco Netanyahu (Likud + estrema destra + ultraortodossi):
    • Likud intorno ai 23–25 seggi, sostenuto da partiti ultraortodossi e dalla destra radicale (Ben-Gvir, Religious Zionism).
    • Progetto: guerra permanente, rifiuto totale di uno Stato palestinese, continuità della riforma giudiziaria, protezione dei giovani haredi dal servizio militare.
  • Blocco centrista-oppositivo (Yashar, Together, Yisrael Beitenu, Democrats):
    • Yashar (Eisenkot) intorno ai 21–23 seggi, in corsa testa a testa con Likud.
    • Together (Bennett-Lapid) tra 19 e 24 seggi.
    • Yisrael Beitenu (Lieberman), destra laica anti-ultraortodossi.
    • Democrats (Golan), fusione Labour+Meretz, sinistra sionista.
  • Partiti arabi e altre liste minori: Ra’am, Hadash-Ta’al, ecc., con circa 10 seggi complessivi, spesso decisivi ma esclusi da molte coalizioni possibili.

Le posizioni sull’Iran

  • Likud (Netanyahu):
    • Confronto permanente, “vittoria totale” contro Iran e suoi proxy (Hamas, Hezbollah).
    • Legge la guerra come asse centrale della politica israeliana.
  • Yashar (Eisenkot):
    • Duro sulla sicurezza, ma contrario alle avventure militari non coordinate.
    • Vuole mantenere alta la pressione su Teheran, ma dentro una cornice di deterrenza e cooperazione con USA e vertici militari.
  • Together (Bennett-Lapid):
    • Bennett: linea molto dura, favorevole a operazioni preventive.
    • Lapid: contenimento dell’Iran, ma contrario alla guerra regionale totale; più attenzione alla dimensione diplomatica.
  • Yisrael Beitenu (Lieberman):
    • Ancora più falco di Netanyahu su Gaza e Iran, ma ostile al potere degli ultraortodossi.

Le posizioni sullo Stato palestinese

  • Likud:
    • Rifiuto totale di uno Stato palestinese.
    • Sostegno agli insediamenti, annessione de facto di parti della Cisgiordania, “emigrazione volontaria” dei palestinesi.
  • Yashar (Eisenkot):
    • Non sostiene uno Stato palestinese pieno “in questa fase”.
    • Aperto a forme di autonomia amministrativa e a un ruolo dell’Autorità Palestinese, ma con priorità alla sicurezza.
  • Together (Bennett-Lapid):
    • Bennett: contrario allo Stato palestinese, favorevole a controllo israeliano su Area C e buffer zones.
    • Lapid: favorevole a una soluzione a due Stati, ma solo in condizioni di sicurezza garantita; congelamento degli insediamenti e processo graduale.
  • Democrats (Golan) e sinistra sionista:
    • Più esplicitamente favorevoli a “due popoli, due Stati”, separazione tra religione e Stato, fine dell’occupazione.

Quello che emerge è chiaro: anche l’opposizione non è il fronte pacifista che il manifesto del Pd immagina. È un mosaico di falchi, centristi, sinistra sionista, tutti convinti che la guerra contro Hamas e la minaccia iraniana siano questioni di sopravvivenza, non un capriccio di Netanyahu.

Considerazione finale: cosa doveva fare il Pd

  • Spiegare chi sono gli oppositori di Netanyahu: Eisenkot, Bennett, Lapid, Lieberman, Golan, i partiti arabi. Con le loro contraddizioni, le loro convergenze sulla sicurezza, le loro differenze sul processo politico.
  • Raccontare le elezioni del 27 ottobre per quello che sono: una scelta tra guerra permanente come progetto politico e ricostruzione istituzionale, non tra “Netanyahu cattivo” e “opposizione buona”.
  • Dire la verità sulla prospettiva palestinese: che “due popoli, due Stati” oggi è lontana, ma non per questo inesistente; che nessuno in Israele consegnerà uno Stato palestinese chiavi in mano il giorno dopo le elezioni.
  • Evitare la scorciatoia delle sanzioni simboliche: perché sospendere gli accordi con Israele non è “stare con l’opposizione”, è colpire il Paese intero e rafforzare la narrativa vittimista del Likud.

Il manifesto dei letali “amici di Israele”, invece, è un esercizio di autoassoluzione: un testo che serve più a dire “noi siamo dalla parte giusta” che a capire cosa sta succedendo davvero in Israele. Un esercizio di dialettica interna per non perdere del tutto un elettorato tradizionale e non appiattire completamente il PD sulla linea di Conte.

Parlo a nome di chi non si dissocerà mai da Israele, chiunque venga democraticamente eletto al governo israeliano: del libro dei sogni del Pd non sappiamo che farcene. Per quelli come me la priorità assoluta è la sicurezza di Israele e la sua sopravvivenza. Tutto il resto è totalmente ininfluente. Quello che serve, oggi, è una politica che abbia il coraggio di guardare in faccia la realtà—anche quando non coincide con le fantasie rassicuranti della sinistra fuffarola (e di quella fortemente in malafede, del “diritto internazionale” à la carte, filo nazislamista, dei giornalisti, dei politici che vogliono la fine di Israele) internazionale.

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1 commento

  1. Ineccepibile: Israele è una democrazia, Gaza non lo è. Il PD gioca una partita di illusione per l’elettorato fedele con poca voglia di analisi e molta di restare ambigua ma con l’idea non favore di Israele e la sua volontà di esistere. Come sempre aducorando la realtà vogliono evitare le analisi precise poste da recensore di questo articolo.

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