Come un costrutto ideologico nato da matrici sovietiche, jihadiste e fasciste ha trasformato i palestinesi in strumenti sacrificabili di una guerra permanente contro lo Stato ebraico
Il punto di partenza di questa analisi è lineare, cartesiano, eppure nell’arena pubblica italiana quasi nessuno osa formularlo ad alta voce: il palestinismo non coincide affatto con la causa reale della popolazione palestinese. Al contrario, si configura come un costrutto ideologico rigidamente codificato, strutturato non già per edificare uno Stato, promuovere i diritti civili o migliorare le condizioni materiali di una popolazione, bensì per delegittimare l’esistenza stessa dello Stato ebraico. Per conseguire questo fine politico esogeno, il palestinismo non esita a sacrificare, da oltre un secolo, quegli stessi individui che per pura retorica pretende di difendere, convertendoli in carne da propaganda e strumenti sacrificabili sull’altare di una guerra ideologica permanente.
Il palestinismo come ideologia: una missione ontologicamente antiebraica
Per comprendere la tragedia mediorientale al di fuori dei dogmi emotivi della propaganda contemporanea, è necessario operare una distinzione analitica fondamentale: la vita vissuta, le aspirazioni economiche, le sofferenze e la quotidianità delle persone reali a Gaza o a Ramallah non hanno nulla a che vedere con il palestinismo inteso come dottrina geopolitica. Il palestinismo non è un genuino movimento di liberazione nazionale emerso dal basso, bensì un sofisticato ordigno dottrinale assemblato in laboratori ideologici esterni e ostili alla stessa stabilità dell’ordine liberale e occidentale.
Questo costrutto teorico affonda le proprie radici storiche in quattro matrici distinte ma convergenti nei loro esiti geopolitici:
- I circoli della disinformazione e del comunismo sovietico, che rielaborarono i conflitti mediorientali in chiave antimperialista e antioccidentale.
- Le strategie egemoniche del panarabismo radicale, che trovarono nel rifiuto di Israele un formidabile collante per regimi autocratici altrimenti instabili.
- La teocrazia rivoluzionaria e khomeinista dell’Iran, che ha infuso nella causa un messianismo escatologico basato sul culto della distruzione e del martirio.
- L’antisionismo e il filoislamismo del fascismo italiano, una radice spesso volutamente rimossa dalla storiografia nostrana, ma storicamente innegabile nel suo strumentale sostegno alle rivolte arabe in funzione antibritannica.
L’obiettivo ultimo e invariabile di tale stratificazione ideologica è impedire che un’enclave sovrana, moderna, occidentale e democratica possa legittimamente prosperare nel cuore geografico del Medio Oriente. In questa ferrea logica binaria, i palestinesi reali cessano di essere soggetti storici dotati di agency per divenire meri oggetti, pedine sacrificabili in un gioco di potere globale.
La matrice sovietica: il “Vietnam mediorientale” e l’invenzione della vittima eterna
Nel corso degli anni ’60 e ’70, in piena Guerra Fredda, l’Unione Sovietica realizzò l’impossibilità di scalzare lo Stato di Israele — solido baluardo delle democrazie occidentali nella regione — attraverso i tradizionali conflitti simmetrici guidati dagli eserciti arabi. Il KGB e l’apparato di propaganda sovietico compresero allora la necessità di mutare radicalmente paradigma, investendo sulla guerra asimmetrica e psicologica. L’obiettivo divenne esplicito: trasformare il Medio Oriente nel nuovo “Vietnam dell’Occidente”.
Venne così orchestrata una delle più imponenti operazioni di ingegneria politico-linguistica del Novecento.
Attraverso la stesura di manuali di propaganda e il sistematico addestramento ideologico e militare dei quadri dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) a Mosca e nei paesi del Patto di Varsavia, fu codificato un intero vocabolario semantico. Termini specchiati come “resistenza”, “lotta armata”, “anticolonialismo” e “martiri” vennero svuotati del loro significato reale e riempiti di una valenza ideologica finalizzata alla demonizzazione dell’avversario. Fu edificata l’immagine del palestinese come “vittima eterna”: un essere umano volutamente spogliato di qualsiasi responsabilità politica, privo di una dinamica democratica interna e interamente definito dall’esistenza del “carnefice” sionista. Il palestinismo di matrice sovietica non ha mai chiesto ai palestinesi di porre le basi istituzionali, economiche e giuridiche per edificare uno Stato sovrano e pacifico; ha chiesto loro unicamente di non riconoscere mai, per nessuna ragione e a nessun prezzo, la legittimità storica di Israele.
L’Iran e la sacralizzazione della morte: la teologia della resistenza
Con la rivoluzione khomeinista del 1979, l’alveo originariamente secolare e marxistoide del palestinismo subisce un innesto teologico radicale. La Repubblica Islamica dell’Iran introduce nel conflitto una componente metafisica devastante: la sacralizzazione della morte e la teologizzazione della violenza politica. Movimenti terroristici come Hamas nascono e proliferano direttamente all’interno di questa cornice concettuale e finanziaria.
La dottrina iraniana e jihadista opera una mutazione antropologica della causa: la sofferenza dei civili non è più un costo tragico da evitare, ma un pilastro strategico fondamentale. La glorificazione del martirio (shahadat) diviene il principale strumento di indottrinamento di massa. I civili di Gaza vengono deliberatamente trasformati in scudi umani, non per errore tattico, ma in virtù di un preciso calcolo cinico: le immagini dei loro corpi lacerati sono l’arma più efficace per erodere il consenso internazionale verso le democrazie. Parallelamente, il controllo totalitario sul territorio si traduce in una spietata repressione interna, dove la tortura e l’eliminazione fisica dei dissidenti palestinesi non sono eccezioni, bensì un preciso dovere religioso finalizzato alla preservazione dell’ortodossia ideologica. Teheran non persegue il benessere o la sovranità del popolo palestinese; esige unicamente un fronte geopolitico permanentemente incendiato ai confini di Israele, utilizzando la Striscia di Gaza come un tragico laboratorio di ingegneria sociale e militare.
Il fascismo italiano e il nazismo arabo: una genealogia storica occultata
Esiste un capitolo oscurato nel dibattito storiografico e giornalistico italiano, una vera e propria amnesia collettiva che impedisce di cogliere la profondità storica del palestinismo contemporaneo. Ci riferiamo alla saldatura ideologica avvenuta nella prima metà del Novecento tra il fascismo italiano, il nazionalsocialismo tedesco e le frange più radicali del nazionalismo arabo.
Benito Mussolini, guidato da un cinico pragmatismo geopolitico volto a destabilizzare l’impero coloniale britannico e francese nel Mediterraneo, sposò una linea dichiaratamente antisionista e filoaraba. Roma finanziò generosamente le emittenti radiofoniche in lingua araba e offrì appoggio logistico e politico ai leader delle rivolte in Palestina mandataria britannica, primo fra tutti Amin al-Husseini, il Gran Muftì di Gerusalemme. Quest’ultimo incarna storicamente il punto di convergenza assoluto tra l’antisemitismo europeo e l’estremismo islamico. Rifugiatosi a Berlino durante la Seconda Guerra Mondiale, il Muftì collaborò attivamente con Adolf Hitler e Heinrich Himmler, giungendo a reclutare reparti musulmani per le Waffen-SS nei Balcani e promuovendo l’estensione della “Soluzione Finale” al Medio Oriente per scongiurare la nascita del focolare nazionale ebraico. Questa alleanza dottrinale — che unisce la retorica fascista contro le democrazie plutocratiche occidentali all’antisemitismo eliminazionista — costituisce l’intelaiatura profonda su cui poggia, ancora oggi, gran parte della retorica antisraeliana che risuona nelle piazze ed è ospitata nei salotti d’Europa.
Il prezzo della sottomissione: come il palestinismo annienta i palestinesi
Il nucleo fondante di questo editoriale risiede in una tesi radicale e onesta: il palestinismo è, nei fatti, il più feroce nemico dei “palestinesi” stessi. Un’analisi empirica delle dinamiche di potere interne ai territori evidenzia come la struttura di comando incarnata da Hamas e dalle altre fazioni estremiste non operi per l’emancipazione o la liberazione della propria popolazione, ma per la sua sistematica sottomissione e strumentalizzazione.
I dati e i rapporti prodotti da organizzazioni non governative indipendenti e le coraggiose testimonianze dei dissidenti descrivono un quadro spaventoso. Sotto il regime di Hamas, il dissenso interno viene punito con l’arresto arbitrario, la tortura sistematica e le esecuzioni extragiudiziali. Chiunque osi protestare contro la corruzione oligarchica dei leader che risiedono nei resort di lusso del Qatar, o contro l’insensatezza della violenza armata, viene marchiato come “collaborazionista” e “traditore” e fatto scomparire.
L’utilizzo sistematico della popolazione civile come scudo umano risponde a una logica strettamente dottrinale: la massimizzazione delle vittime civili è necessaria per alimentare “l’industria dell’indignazione” globale. Ogni qualvolta la diplomazia internazionale o il pragmatismo di leader moderati hanno aperto spiragli realistici per una soluzione a due Stati fondata sul mutuo riconoscimento, le forze militarizzate del palestinismo hanno deliberatamente innescato stagioni di attentati suicidi o massacri indiscriminati. L’obiettivo è sempre stato quello di far fallire i negoziati, poiché la nascita di uno Stato palestinese normale, pacificato e confinante con Israele decreterebbe la morte immediata del palestinismo stesso (e il suo indotto multimiliardario) che vive unicamente della perpetuazione del conflitto e della miseria del proprio popolo.
Istituti di analisi a confronto: l’anatomia del dispositivo concettuale
Per comprendere appieno l’efficacia pervasiva di questo dispositivo ideologico e la sua capacità di colonizzare il discorso intellettuale in Occidente, è utile esaminare il fenomeno attraverso il filtro analitico di due studiosi dalle traiettorie intellettuali assai distanti, ma le cui conclusioni convergono nel denunciare la medesima impostazione mistificatoria: la politologa italiana Sophia Ventura e il giurista statunitense Alan Dershowitz.
Sophia Ventura e il palestinismo come “ideologia di sostituzione”
La professoressa Sophia Ventura ha isolato con notevole acume la natura socioculturale del palestinismo occidentale, definendolo come una vera e propria “ideologia sostitutiva”. Nel vuoto pneumatico lasciato dal crollo dei grandi sistemi ideologici del Novecento — in particolare del marxismo-leninismo ortodosso — i movimenti radicali e post-coloniali dell’Occidente hanno individuato nella causa palestinese il perfetto simulacro in cui trapiantare le vecchie categorie della lotta di classe, del dualismo oppresso-oppressore e del rifiuto del modello capitalista-democratico.
Secondo l’analisi di Ventura, questo meccanismo si articola attorno a tre direttrici fondamentali:
1. La de-umanizzazione del palestinese reale a favore del simbolo L’individuo in carne ed ossa — con le sue complessità economiche, i suoi orientamenti plurali e i suoi desideri individuali — viene interamente cancellato. Al suo posto viene collocato il “palestinese immaginario”, un’astrazione teoretica funzionale esclusivamente a validare i teoremi politici della sinistra radicale e dell’antagonismo occidentale.
2. La proiezione identitaria della militanza occidentale
I campus universitari, i movimenti no-global e le éliteintellettuali europee adottano la Palestina come un totem identitario. La difesa di tale totem prescinde totalmentedalle reali istanze o dai bisogni concreti della popolazione di Gaza, divenendo un esercizio di auto-assoluzione e diposizionamento morale per il militante occidentale.
3. La sistematica obliterazione del dissenso interno
Poiché l’unico palestinese accettabile è quello che imbraccia il fucile o che incarna lo status di vittima assoluta, tutte le voci interne alla società palestinese che invocano lo Stato di diritto, la laicità delle istituzioni, il mercato o il compromesso pacifico con Israele vengono deliberatamente ignorate dai media e dall’accademia occidentale.
«Il palestinismo non difende i palestinesi come comunità umana reale: difende un’immagine ideologica prefabbricata dell’oppresso, funzionale unicamente alle esigenze identitarie di chi la sventola nei salotti e nelle piazze dell’Occidente.»
Alan Dershowitz e l’industria dell’”accusa permanente”
Muovendosi su un terreno più propriamente giuridico e comunicativo, Alan Dershowitz ha radiografato il palestinismo (che lui chiama “palestinianismo” e a cui ha dedicato un libro) qualificandolo come una vera e propria “industria dell’accusa” globale, costruita contro lo Stato d’Israele.
Si tratta di un protocollo retorico e mediatico che risponde a regole ferree, il cui fine ultimo non è l’accertamento della verità fattuale, bensì la colpevolizzazione a priori della democrazia israeliana.
L’architettura concettuale descritta da Dershowitz poggia su quattro postulati inscindibili:
Il dogma della colpevolezza aprioristica di Israele
Qualsiasi evento bellico, stallo diplomatico o crisi sociale deve essere ricondotto alla responsabilità esclusiva di Gerusalemme, indipendentemente dall’evidenza empirica o dalle provocazioni terroristiche scatenanti.
L’irresponsabilità etica e politica dei palestinesi
Anche quando la popolazione civile subisce le conseguenze dirette della cleptocrazia di Hamas o dell’uso dei fondi internazionali per la costruzione di tunnel militari anziché di ospedali, la colpa deve essere immancabilmente traslata sull’avversario sionista.
Il primato della narrativa sui fatti
La verifica delle fonti, l’attendibilità dei dati macroeconomici o demografici e l’analisi del diritto internazionale vengono sistematicamente subordinate alla potenza emotiva del racconto vittimistico.
La legittimazione della menzogna politica
Attraverso la ripetizione ossessiva su scala globale di falsificazioni storiche e statistiche, si perviene alla creazione di “verità politiche” indiscutibili all’interno delle istituzioni internazionali.
Dershowitz evidenzia l’esistenza di un network transnazionale di “accusatori professionisti” — che include burocrazie dell’ONU, ONG ideologizzate e media compiacenti — dedito alla fabbricazione sistematica di una contabilità alterata del dolore. La tragica conclusione di Dershowitz coincide con quella di Ventura: il palestinismo esige che i palestinesi rimangano vittime per sempre, poiché la loro emancipazione reale priverebbe l’industria del pregiudizio antisraeliano del suo combustibile principale.
La svolta pragmatica del mondo arabo: la convivenza oltre l’utopia distruttiva
Mentre le cancellerie europee e i media italiani rimangono pigramente ancorati alle formule stantie e ai riflessi condizionati degli anni ’70, la geografia politica del Medio Oriente ha intrapreso una mutazione di portata storica.
La parte più lungimirante e pragmatica del mondo arabo ha compreso che il palestinismo ha rappresentato una catastrofe strategica non solo per chi lo ha subito, ma per l’intera regione, agendo come un fattore di destabilizzazione permanente a esclusivo vantaggio delle agende imperiali di Teheran e Mosca.
La firma storica degli Accordi di Abramo e l’evoluzione diplomatica di nazioni come gli Emirati Arabi Uniti, il Regno del Bahrein, il Marocco e, in via informale ma decisiva, del Regno dell’Arabia Saudita testimoniano il tramonto dell’antico dogma panarabo. Queste nazioni hanno preso atto di tre realtà inconfutabili:
- Israele non è un corpo estraneo destinato a essere cancellato dalla mappa, bensì una vibrante democrazia radicata nella storia e una superpotenza tecnologica, scientifica e militare imprescindibile for il futuro dell’area.
- La cooperazione economica, la condivisione delle tecnologie idriche e di sicurezza e l’interscambio culturale costituiscono l’unica vera via per garantire la prosperità e la stabilità delle rispettive popolazioni.
- La guerra perpetua e il rifiuto pregiudiziale della diplomazia impoveriscono le nazioni arabe e offrono spazio alle infiltrazioni del fondamentalismo islamico più oscurantista.
Oggi, un numero crescente di intellettuali, giornalisti e diplomatici arabi esprime apertamente una critica radicale che in… Italia risuona ancora come un tabù eretico: il palestinismo è una trappola retorica che ha sequestrato il destino dei palestinesi, devastato il Libano, destabilizzato la Giordania e arricchito a dismisura le leadership corrotte del terrorismo. La convivenza pacifica e la nascita di un Medio Oriente integrato sono scenari non solo possibili, ma già in via di realizzazione. Tuttavia, tale processo non potrà compiersi pienamente finché l’Occidente continuerà a foraggiare politicamente e finanziariamente l’ideologia del rifiuto.
La necessità civile della rottura del dogma
Inaugurare sulle colonne di questo giornale una serie speciale intitolata “Il Palestinismo: l’ideologia che sacrifica i palestinesi per distruggere Israele” risponde a un preciso dovere di onestà intellettuale e di igiene civile, particolarmente urgente nel contesto del giornalismo italiano. Nel nostro Paese, la narrazione del conflitto mediorientale è troppo spesso ridotta a una liturgia conformista, dominata da un binarismo acritico che rasenta il dogmatismo teologico (per questo, forse, piace tanto ai preti).
Nel dibattito nostrano si registra un silenzio assordante sulle voci del dissenso interno palestinese. Chiunque cerchi di documentare la realtà delle carceri di Hamas, le proteste spontanee della popolazione di Gaza brutalmente represse dal fondamentalismo, o le analisi di quegli intellettuali palestinesi che invocano una profonda autoriforma culturale e il riconoscimento dello Stato ebraico, viene programmaticamente espunto dal circuito mediatico principale. Si preferisce acriticamente adottare i bollettini emessi dalle organizzazioni terroristiche come se si trattasse di dati scientifici inoppugnabili.
Questa serie di articoli si propone di scardinare tale impostazione. Intendiamo dare voce ai dissidenti regionali e globali; smontare pezzo per pezzo i sofismi della propaganda post-coloniale; mostrare la complessità delle relazioni geopolitiche regionali e denunciare la complicità morale di quella parte dell’intellettualità italiana che, per calcolo politico o cecità ideologica, continua a legittimare organizzazioni dogmatiche e stragiste.
Il coraggio della verità
È giunto il momento di trarre le conclusioni con la massima nettezza possibile: il palestinismo non è lo scudo della causa palestinese, ma la sua prigione concettuale e materiale. È il dispositivo che ne impedisce lo sviluppo democratico, che ne divora le risorse economiche e che ne decreta il sacrificio umano sistematico sull’altare di un obiettivo geometricamente impossibile e moralmente inaccettabile: la cancellazione dello Stato di Israele.
Finché questa ideologia non verrà sviscerata, compresa e pubblicamente smascherata nelle sue matrici totalitarie — sovietiche, jihadiste e fasciste, coadiuvate dall’immortale giudeofobia cristiana— e nelle sue diramazioni culturali occidentali, la popolazione palestinese continuerà a rimanere ostaggio del proprio mito distruttivo. Il primo passo verso una pace autentica non consiste nella ripetizione di slogan securitari o umanitari triti e ritriti, ma nell’esercizio coraggioso della verità storica. Ed è esattamente questo il percorso analitico che Il Repubblicano si appresta a compiere con questa serie editoriale.



