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Roma, Municipio XI – per l’Osservatorio sull’antisemitismo il paradosso della maggioranza: dall’unanimità allo stallo, tra strappi personali e paura dell’IHRA

Per comprendere le ragioni che hanno portato all’impasse e al sostanziale blocco dell’iter per l’istituzione dell’Osservatorio sull’antisemitismo e sulle altre forme di discriminazione nel Municipio Roma XI, occorre guardare oltre il paravento formale delle contestazioni procedurali e dei cavilli regolamentari. La burocrazia municipale è diventata l’alibi perfetto dietro cui la maggioranza a trazione Partito Democratico ha cercato di celare un vistoso e imbarazzante cortocircuito politico.

Quanto accaduto attorno alle sedute della Commissione Politiche Sociali si configura sotto una duplice veste: da un lato rappresenta un atto apertamente ostile nei confronti di Fabiana Di Segni, presidente della commissione che aveva abbandonato il PD proprio denunciando episodi e prudenze ambigue sull’antisemitismo, pur mantenendo l’incarico istituzionale da iscritta al Gruppo Misto; dall’altro è la manifestazione plastica del cambiamento di posizione dello stesso PD. Una forza politica che a livello parlamentare e nazionale si era mossa nell’alveo della non contrarietà verso il DDL antisemitismo, per poi virare drasticamente e annunciare il proprio voto contrario al prossimo passaggio in Aula.

Il cambio di rotta: la trappola della definizione IHRA

L’origine della frattura sta nei contenuti del provvedimento e, nello specifico, nella definizione di antisemitismo elaborata dall’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance). A livello nazionale, il recepimento integrale di questa definizione e la delimitazione del perimetro del contrasto alle discriminazioni spaccano la compagine dem. Il timore diffuso tra i vertici e le correnti del partito è che una presa di posizione troppo netta sull’antisemitismo possa mettere in profonda difficoltà e imbarazzo una parte consistente dei suoi eletti e della sua base elettorale, specialmente nell’articolato dibattito e nelle contrapposizioni relative alla politica estera e al Medio Oriente.

Ciò che a livello parlamentare si traduce nel passaggio dall’astensione o non contrarietà al preannunciato “NO”, a livello locale si è tradotto nell’inversione di marcia sul lavoro già svolto.

La cronistoria della retromarcia nel Municipio XI

Per cogliere appieno la portata della retromarcia del PD, basti ripercorrere i passaggi documentati dagli atti:

  1. La sintesi e il voto all’unanimità (22 luglio): Dopo mesi di confronto in sede redigente e un tavolo di maggioranza voluto dal Presidente del Municipio Gianluca Lanzi, il 17 luglio era stato sottoscritto un maxi-emendamento sostitutivo condivisibile da tutte le forze di maggioranza (compreso il PD). Il 22 luglio quel testo veniva approvato all’unanimità dai commissari presenti.
  1. L’espediente del subemendamento: A voto concluso è emersa la questione di un subemendamento la cui trasmissione via e-mail agli uffici della Commissione è avvenuta solo dopo la chiusura delle votazioni. Un ritardo di trasmissione burocratica usata successivamente come pretesto politico per chiedere di azzerare un voto legittimo e unanime.
  1. Il rifiuto del voto e la mancanza del numero legale (23-24 settembre): Pur avendo la possibilità di entrare in aula, argomentare il proprio cambio di rotta ed esprimere un voto contrario trasparente, il PD e i suoi alleati hanno preferito far mancare il numero legale in Commissione per poi forzare in Consiglio la revoca della sede redigente.

Un atto ostile e un autogol istituzionale

Utilizzare la forza dei numeri per azzerare cinque mesi di lavoro, oltre venti sedute di commissione e un accordo già votato all’unanimità rivela l’intento di non voler concedere alcuna paternità o agibilità politica a Fabiana Di Segni. La consigliera, rea di aver abbandonato il partito e di aver portato avanti un’azione autonoma e rigorosa su un tema tanto sensibile, è stata progressivamente isolata.

Ma soprattutto, revocare l’atto in corso d’opera è servito ad evitare che il PD si pronunciasse in modo palese su un atto pubblico. Il timore di doversi votare contro a viso aperto in aula sulla definizione di antisemitismo o di dover mostrare le proprie spaccature interne ha spinto il partito a far saltare il tavolo.

Il risultato di questo calcolo tattico è un evidente danno di immagine e uno spreco di lavoro istituzionale e di risorse pubbliche impegnate. Per non affrontare il nodo del merito e per non scontentare settori del proprio elettorato, il PD ha preferito bloccare la nascita dell’Osservatorio, lasciando le istituzioni municipali in un prolungato stallo. Resta da capire perché l’Amministrazione abbia consentito la revoca del maxi-emendamento approvato, sapendo che c’era un voto che non prevedeva ulteriori emendamenti e che andava soltanto rispettato e reso esecutivo.

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