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I PROFETI DEL DECLINO

Orsini, Di Battista e l'industria dell'errore: come si guadagna costruendo falsi profeti e normalizzando l'odio

C’è un settore dell’industria culturale italiana che non conosce recessione: quello della profezia sbagliata. Mentre l’economia reale premia chi prevede correttamente, il mercato dell’analisi geopolitica televisiva e digitale ha scoperto che l’errore, se confezionato nel modo giusto, vale più della verità. Alessandro Orsini e Alessandro Di Battista sono i due campioni nazionali di questo modello. Non perché siano i soli a sbagliare — tutti sbagliano — ma perché hanno trasformato l’errore sistematico in un metodo, il metodo in un brand, e il brand in un flusso di reddito misurabile.

I. La fallacia logica al cuore del sistema

Il profeta che si auto-assolve

La struttura argomentativa di entrambi è identica nella sua architettura fondamentale, pur differendo nella forma. Si parte da una premessa assiologica — Israele è uno Stato illegittimo e oppressore, l’Occidente è imperialista, i suoi nemici hanno legittimità di resistenza — e su quella premessa si costruisce una previsione geopolitica presentata come analisi tecnica e scientifica. È il movimento inverso rispetto al metodo scientifico: non si parte dai fatti per arrivare alla conclusione, si parte dalla conclusione per selezionare i fatti.

Il risultato è un sistema di previsione impermeabile alla falsificazione. Quando Israele vince sul campo, si dice che «ha vinto sterminando i civili». Quando subisce perdite, si dice che «sta perdendo per giusta nemesi». Quando il conflitto si prolunga, si dice che «il tempo non è dalla sua parte». Qualunque esito reale viene reinterpretato come conferma della tesi di partenza. In epistemologia questo si chiama

immunizzazione della teoria: una struttura argomentativa che per costruzione non può essere smentita da nessun dato empirico.

«Una previsione che non può essere smentita da alcun evento non è una previsione: è una professione di fede. E le professioni di fede, nel mercato dei media, si vendono benissimo.»

Le profezie smentite: un catalogo

I casi concreti sono documentati e verificabili. Sul conflitto a Gaza, entrambi avevano costruito lo scenario della «trappola»: Israele si sarebbe impantanata nella guerra urbana, avrebbe subito perdite insostenibili, l’asse della resistenza avrebbe resistito e vinto per logoramento. La realtà: in meno di dodici mesi l’IDF aveva smantellato la struttura militare di Hamas a Gaza, eliminato la leadership di Hezbollah con un’operazione di intelligence senza precedenti, e poi — con l’attacco diretto all’Iran — colpito le infrastrutture nucleari e militari del regime degli ayatollah.

Orsini aveva costruito la sua tesi sulla «invincibilità nel territorio» di Hezbollah, sull’impossibilità di ripetere il 2006 in modo ancora più sfavorevole per Israele. Il settembre 2024 smentì quella tesi in modo brutale: la decapitazione dell’intera leadership del Partito di Dio, la distruzione stimata dell’ottanta per cento del suo arsenale, il collasso dell’infrastruttura di comando. Nessuna autocritica, nessuna revisione del modello.

Di Battista aveva sostenuto, in un confronto pubblico con Edward Luttwak, che Hamas fosse «estremamente debole» con «pochissimi combattenti» — usandolo paradossalmente come argomento contro l’operazione israeliana. Ma se Hamas è ridotta a pochissimi combattenti, ciò è il risultato diretto dell’operazione militare che lui definiva un genocidio inutile. La contraddizione logica è clamorosa: non si può sostenere simultaneamente che l’IDF non ottenga risultati militari e che Hamas sia stata ridotta a una frangia irrilevante.

La risposta al frame del “massacro indiscriminato”

A questo punto l’obiezione ricorrente è prevedibile: “Israele ha vinto perché ha massacrato indiscriminatamente i civili.” Il frame del massacro sistematico merita una risposta metodologica rigorosa, che affronteremo in dettaglio in un articolo dedicato. Qui basti anticipare la struttura dell’argomento. Il rapporto tra vittime civili e combattenti a Gaza — per quanto tragico in termini assoluti — risulta comparabile o inferiore a quello registrato in altre operazioni urbane di simile scala — Mosul, Fallujah, Raqqa — per le quali nessuno ha mai invocato il genocidio. Le Nazioni Unite stimano che i civili rappresentino tipicamente il 90% delle vittime nei conflitti armati moderni: il dato di Gaza, per quanto contestato nelle cifre precise, non supera strutturalmente quella soglia. Il contesto operativo — la densità urbana più alta al mondo, i tunnel sotto gli ospedali, l’uso sistematico di scuole e moschee come infrastruttura militare da parte di Hamas — spiega una parte rilevante del bilancio senza che ciò equivalga ad assolvere né a condannare: equivale a analizzare. Analogamente, la narrativa della carestia imminente — ripetuta ossessivamente per tutto il 2024 da Albanese, dall’UNRWA e da ampi settori della stampa italiana — si è scontrata con i dati: le soglie tecniche IPC per la dichiarazione di carestia non furono raggiunte nel periodo contestato, e i decessi per malnutrizione documentati furono una frazione infinitesimale delle proiezioni catastrofiche. Questi dati non chiudono il dibattito, ma dimostrano che il frame del “genocidio per fame” era, almeno in quella fase, una costruzione narrativa prima ancora che una realtà verificata.

La struttura della fallacia: il doppio standard come metodo

C’è un indicatore formale che segnala quando un’analisi ha smesso di essere tale ed è diventata advocacy: l’asimmetria sistematica del giudizio. Orsini definisce l’esercito israeliano «esercito cloaca» e i governi occidentali «fogne»; di Hamas e dei suoi sponsor — che hanno perpetrato il più grande massacro di ebrei dalla Shoah — parla con il distacco dell’analista che «comprende le ragioni dei deboli». Di Battista scrive che «i soldati israeliani sono peggio dei nazisti»; non ha mai adoperato un linguaggio analogo per un’organizzazione che il 7 ottobre 2023 ha stuprato, mutilato e assassinato sistematicamente civili inermi, inclusi bambini.

Questa asimmetria non è un accidente stilistico: è la chiave di volta del sistema. Chi valuta con un metro i propri amici e con un altro i propri nemici non sta facendo analisi: sta producendo propaganda. E la propaganda, come dimostreremo, si vende benissimo.

II. L’industria dell’indignazione: quanto rende essere un guru

Prima di entrare nei numeri, è necessario comprendere il modello di business. Entrambi monetizzano la stessa materia prima: l’indignazione di un pubblico che si percepisce «sveglio» mentre gli altri dormono. Il lessico del guru — «le verità che i media non dicono», «la contro-informazione», «chi vuole la guerra» — non è retorica accidentale: è marketing di precisione. Crea identità di gruppo, fidelizza, fa abbonare, fa comprare libri, riempie teatri.

Il modello Orsini: l’accademico che si fa brand

Orsini è professore associato alla LUISS, con uno stipendio base stimabile tra i sessanta e gli ottantamila euro lordi annui. Su questa base fissa ha costruito un edificio di redditi accessori che la trasforma in una cifra ben superiore. Le ospitate televisive nelle stagioni di punta — trenta/cinquanta presenze annue tra Rete4, La7 e RAI — valgono, a tariffe di mercato stimate tra gli ottocento e i duemila euro per presenza, tra i venticinque e i quarantamila euro annui. Il canale YouTube conta circa duecentomila iscritti, con guadagni pubblicitari stimati intorno agli ottomila euro annui — modesti in assoluto, ma con un effetto traino enorme sulla visibilità e sulle vendite librarie. I libri pubblicati con Laterza e altri editori, forti di una visibilità mediatica costruita, raggiungono tirature di diecimila/quindicimila copie, con royalties stimate tra i diecimila e i venticinquemila euro per titolo. Le conferenze, i festival, le serate — una ventina di eventi annui a cachet tra mille e cinquemila euro — aggiungono un ulteriore flusso di quindici/quarantamila euro.

VOCE DI REDDITO — ORSINISTIMA ANNUA (€ lordi)
Stipendio LUISS~70.000
Cachet televisivi25.000 – 40.000
YouTube (AdSense)~8.000
Libri (royalties)10.000 – 25.000
Conferenze ed eventi15.000 – 40.000
TOTALE STIMATO130.000 – 180.000

Il modello Di Battista: il dissidente che si autofinanzia

Di Battista ha costruito qualcosa di strutturalmente più solido e, in prospettiva, più remunerativo. Non dipende da contratti televisivi revocabili — come accadde ad Orsini con la RAI — ma da un ecosistema digitale proprio. La newsletter Substack «Scomate Verità» conta oltre trentamila iscritti totali; applicando il tasso standard di conversione al pagamento del cinque/dieci per cento, si ottengono tra millecinquecento e tremila abbonati paganti a sessanta euro annui, per un flusso stimato tra gli ottantamila e i centosessantamila euro annui, al netto della quota trattenuta dalla piattaforma.

Le serate, i dibattiti e le presentazioni di libri — da quindici a venticinque eventi annui a cachet stimato tra i millecinquecento e i quattromila euro — aggiungono tra i venticinque e gli ottantamila euro. I libri, forti di una base di lettori fidelizzati, raggiungono tirature di diecimila/ventimila copie. Le collaborazioni con TPI e Il Fatto completano il quadro.

VOCE DI REDDITO — DI BATTISTASTIMA ANNUA (€ lordi)
Substack (abbonati paganti)80.000 – 160.000
Serate ed eventi25.000 – 60.000
Libri (royalties)15.000 – 25.000
Collaborazioni editoriali10.000 – 20.000
TOTALE STIMATO130.000 – 265.000

Il dato più significativo non è la cifra assoluta — collocabile per entrambi nell’ordine dei centocinquanta/duecento mila euro annui lordi in stima centrale — ma il meccanismo di produzione del valore. In entrambi i casi, il reddito cresce in proporzione all’intensità dell’indignazione prodotta. Non c’è incentivo alla precisione. C’è incentivo alla radicalizzazione.

III. Il rimosso che torna: il vettore antisemita

Arriviamo al punto più grave, e al più taciuto nel dibattito pubblico italiano. La questione non è se Orsini e Di Battista siano antisemiti nel senso proprio del termine — la risposta è che non lo sappiamo e non è questo il punto. La questione è cosa producono, come effetto sistemico, le loro retoriche nel corpo della società.

I dati del CDEC — il Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea — sono inequivocabili: nel 2025 sono stati registrati novecentosessantatré episodi di antisemitismo in Italia, con una crescita del quattrocento per cento rispetto al 2022. Le aggressioni fisiche sono aumentate del duecentoventicinque per cento in un solo anno. Il quattordici per cento degli italiani concorda con l’ipotesi di espellere gli ebrei dall’Italia: quasi uno su sette. Il punto di inflessione della curva è il 7 ottobre 2023 — e il CDEC documenta esplicitamente che la matrice principale è quella legata a Israele, con antichi pregiudizi antiebraici veicolati attraverso lo schermo semantico del sionismo.

«Si vanno restringendo in maniera allarmante gli spazi sociali in cui essere ebrei in Italia viene ritenuto normale e accettabile. Indossare una kippah, parlare pubblicamente in ebraico, avere un cognome ebraico può condurre a episodi di marginalizzazione e, talvolta, ad aggressioni fisiche.» — CDEC, Rapporto 2025

Il meccanismo in tre livelli

Il primo livello è la normalizzazione del linguaggio deumanizzante. Quando un professore universitario trasmesso in prime time definisce l’esercito israeliano «esercito cloaca» — un esercito composto quasi interamente da cittadini ebrei — stabilisce una soglia. Chiunque voglia esprimersi in modo ancora più violento può farlo sentendosi coperto. Il linguaggio della feccia applicato a un corpo militare ebraico non è neutro: attiva associazioni semantiche che la propaganda antisemita ha usato sistematicamente per secoli. «Sporco», «parassita», «cloaca»: questi termini hanno una storia lunga due millenni, e chi li usa in un contesto colto non può non saperlo.

Il secondo livello è la dissociazione fittizia tra «ebreo» e «israeliano». Entrambi si difendono con la distinzione: «critico Israele, non gli ebrei». È una distinzione che in linea di principio è corretta — l’antisionismo non equivale per definizione all’antisemitismo. Ma nel loro uso concreto la distinzione collassa. Quando Di Battista scrive che «i soldati israeliani sono peggio dei nazisti», sta descrivendo un esercito di coscritti ebrei. Quando Orsini descrive Israele come «Stato terrorista» che pratica il genocidio, l’identità ebraica e quella israeliana — indissolubilmente intrecciate per la stragrande maggioranza degli ebrei nel mondo — diventano entrambe bersaglio, anche se formalmente ci si ferma prima.

Il terzo livello è la costruzione dell’ambiente permissivo. Questo è il contributo specifico del modello guru rispetto al semplice editorialista. Un predicatore costruisce una comunità identitaria con norme sociali proprie. All’interno di quella comunità si afferma progressivamente una regola non scritta: chi critica Israele è «sveglio», chi lo difende è «complice del genocidio». Questa norma abbassa la soglia di inibizione per chi vuole fare il passo successivo. Chi prima taceva perché la norma sociale lo frenava, trova ora nel gruppo una copertura e una legittimazione.

IV. La setta come modello di business: conclusione

Arriviamo all’elemento che unifica tutto quanto precede in una logica coerente — e per questo più preoccupante.

Il modello guru funziona economicamente perché sfrutta una dinamica psicologica precisa: il bisogno di certezza identitaria in un mondo percepito come caotico e ostile. Il follower non compra informazione: compra conferma. Non paga per imparare cose nuove: paga per sentirsi ripetere, con crescente intensità emotiva, ciò che già crede. Questo meccanismo ha un nome nella psicologia sociale:

echo chamber rafforzata da incentivi economici.

La chiave del sistema è l’intensità emotiva, non la qualità del contenuto. Un abbonato al Substack di Di Battista che legge «i soldati israeliani sono peggio dei nazisti» non si chiede se l’affermazione sia verificabile:

la sente vera perché corrisponde a ciò che l’ecosistema in cui è immerso da mesi gli ha insegnato a sentire. E quella sensazione di verità emotiva è esattamente ciò per cui paga.

«Il predicatore rimane pulito. Ha detto “esercito cloaca”, non ha incitato alla violenza. Chi poi aggredisce un ebreo in metropolitana ha fatto una cosa che il predicatore condanna — formalmente. Ma il terreno su cui quella aggressione è diventata possibile è stato preparato nei mesi precedenti con ogni video, ogni post, ogni serata.»

Qui emerge la dimensione più sottile del meccanismo antisemita nel modello guru. L’odio verso un nemico comune è il più potente cemento delle comunità settarie. Non perché i guru scelgano deliberatamente di fare leva sull’antisemitismo latente — forse è così, forse no: non lo sappiamo. Ma perché il mercato lo premia. Chi produce contenuti che toccano, anche indirettamente, il filo dell’ostilità verso Israele — e attraverso di essa verso gli ebrei — trova un pubblico più reattivo, più fidelizzato, più propenso a pagare e a portare amici. L’indignazione condivisa crea legami più forti dell’accordo su un programma positivo. E l’indignazione contro un nemico percepito come potente, protetto, intoccabile — «sionismo», «lobby», «fogne occidentali» — è la più efficace di tutte.

Il ciclo di retroazione è così strutturato: più il linguaggio si radicalizza, più la community si consolida; più la community si consolida, più crescono gli abbonati; più crescono gli abbonati, più cresce il reddito; più cresce il reddito, più c’è incentivo a radicalizzare ulteriormente il linguaggio. Non esiste un meccanismo correttivo interno. L’errore non costa niente: chi sbaglia una previsione non perde abbonati — li guadagna, perché la community chiude le fila intorno al proprio guru attaccato dai «poteri forti».

È il modello dei predicatori televisivi americani applicato alla geopolitica del Mediterraneo. Il contenuto è sempre lo stesso, il nemico è sempre chiaramente identificato, e il pubblico paga per sentirsi confermare quello che già crede. La differenza con un analista serio è che quest’ultimo perde credibilità quando sbaglia. Orsini e Di Battista, quando sbagliano, ne escono rafforzati.

«Finché non esisterà un costo reputazionale ed economico per chi usa questo modello, il ciclo continuerà. E con esso crescerà, lentamente ma documentabilmente, il numero di italiani che considerano normale pensare — o fare — cose che settant’anni di storia avevano insegnato a ritenere inaccettabili.»

La questione, in ultima analisi, non è se Orsini e Di Battista siano in buona o cattiva fede. È che hanno costruito un sistema nel quale la buona fede è economicamente irrilevante. Il mercato non premia la correttezza delle previsioni. Premia la fidelizzazione del pubblico. E la fidelizzazione, quando si costruisce su un nemico comune, tende — non per necessità logica, ma per gravità psicologica — verso la stessa direzione che la storia europea conosce bene.

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