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L’Ordine dei Giornalisti ha tradito la verità: il caso Prado-Molinari smaschera la crisi etica dall’informazione italiana

Mentre chi denuncia manipolazioni e violazioni deontologiche viene punito o delegittimato, l’Ordine difende narrazioni tossiche, ignora gli esposti e censura chi osa toccare i tabù dell’informazione

L’icona e il sacramento: la nascita del “giornalista di Gaza”

Nell’ecosistema dell’informazione contemporanea, i simboli possiedono una forza d’urto che spesso prescinde dalla realtà che dovrebbero rappresentare. Niente lo dimostra più chiaramente della parabola mediatica dei cosiddetti “giornalisti di Gaza” tra il 2023 e il 2026. Subito dopo i massacri del 7 ottobre 2023, la macchina della propaganda e il riflesso condizionato dei media occidentali hanno elevato a feticcio un oggetto preciso: il giubbotto antiproiettile blu con la scritta bianca “PRESS”.

Quel giubbotto non è stato trattato come un semplice strumento di protezione individuale, bensì come un sacramento laico. Chiunque lo indossasse veniva automaticamente investito, per direttissima mediatica, delle prerogative del cronista d’assalto: neutralità, rigore, ricerca della verità, status di civile protetto dal diritto internazionale.

La realtà dei fatti, tuttavia, parlava una lingua diversa, persino secondo le ammissioni felpate delle istituzioni internazionali. Il Reuters Institute Digital News Report del 2024 annotava esplicitamente che, nella Striscia di Gaza, “la maggior parte dei reporter non appartiene a strutture giornalistiche formalizzate”. Lo stesso Committee to Protect Journalists (CPJ), nei suoi report programmatici sul Medio Oriente tra il 2023 e il 2024, ammetteva che “la maggioranza dei reporter locali non è formalmente registrata come giornalista”.

La quasi totalità di queste figure non apparteneva a nessun ordine professionale, non possedeva tesserini riconosciuti da autorità terze, non vantava alcuna formazione giornalistica certificata e non lavorava per testate registrate. Molti di quei giubbotti blu, semplicemente, erano forniti e distribuiti dall’apparato burocratico e militare di Hamas. Ma per i media occidentali l’abito ha fatto il monaco. Se indossi un giubbotto blu, sei un giornalista. Punto. L’atto di fede mediatica era compiuto, ponendo le basi per una delle più colossali manipolazioni informative della storia recente.

Il paradosso italiano: 35mila euro a scatola chiusa

È in questo scenario che il caso italiano assume i contorni di un cortocircuito logico e corporativo senza precedenti. L’Italia è il Paese che vanta una delle strutture professionali più rigidamente iper-regolamentate del mondo occidentale. L’Ordine dei Giornalisti (OdG) presidia l’accesso alla professione con severe barriere all’entrata: percorsi di praticantato blindati, esami di Stato faticosi, l’obbligo di iscrizione a un albo e il rispetto formale di codici deontologici stringenti. In Italia, se un cittadino scrive su un blog senza essere iscritto all’albo rischia l’accusa di esercizio abusivo della professione.

Eppure, di fronte al fronte di Gaza, questo severissimo custode della legalità professionale ha improvvisamente sospeso l’incredulità. Già nel novembre 2023, con un comunicato ufficiale, l’Ordine Nazionale apriva una sottoscrizione pubblica di solidarietà per “i giornalisti di Gaza”. Un’operazione culminata nell’agosto del 2025 con l’invio di un finanziamento di ben 35.000 euro stanziati direttamente dalle casse dell’OdG, destinati all’ordine dei giornalisti palestinesi di Ramallah, come specificato dallo stesso ordine nel dare l’annuncio dei frutti della raccolta.

L’Ordine ha inviato denaro pubblico e degli iscritti senza operare alcuna verifica preliminare. Nessuno si è domandato chi fossero i reali beneficiari di quei fondi; nessuno ha chiesto di esibire una formazione professionale, l’appartenenza a un organismo indipendente o la natura ideologica delle testate per cui scrivevano. Soprattutto, non è stata effettuata alcuna due diligence per scongiurare che quei soldi finissero nelle mani di membri di Hamas o della Jihad Islamica Palestinese (PIJ), o di combattenti che usavano il giubbotto come scudo tattico. Un Ordine corporativo che ha rinnegato il proprio pilastro fondativo – la certificazione della qualifica professionale – accettando il giubbotto blu come unico, sufficiente documento d’identità.

Le prove (israeliane) ignorate e il terremoto del CPJ (Committee to Protect Journalists)

Mentre l’Occidente stanziava fondi e contava i “martiri della libera informazione”, sul terreno emergevano anomalie macroscopiche. Fin dall’ottobre del 2023, l’Unità del Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) aveva pubblicato briefing e prove materiali (come il monitoraggio del 14 novembre 2023) in cui si documentava l’uso sistematico da parte di Hamas di travestimenti operativi: giubbotti PRESS per coprire i miliziani durante gli spostamenti, camici medici per muovere quadri militari dentro gli ospedali, ambulanze usate come trasporti truppe. Sebbene persino testate non sospette di simpatie israeliane, come il New York Times (22 dicembre 2023), avessero infine confermato l’uso militare delle strutture ospedaliere da parte dei terroristi, la denuncia sui falsi giornalisti è rimasta a lungo lettera morta.

La verità è emersa paradossalmente per mano degli stessi carnefici. Tra il 2024 e il 2025, i canali Telegram e i media ufficiali di Hamas e della PIJ hanno iniziato a pubblicare i tradizionali necrologi celebrativi dei propri caduti. È qui che il castello di carte è crollato: individui che il CPJ e i network globali avevano inserito nelle liste dei “giornalisti uccisi dall’IDF” venivano solennemente glorificati dalle sigle jihadiste come “martiri combattenti”, “comandanti di unità logistica” o “miliziani caduti in prima linea con le armi in pugno”. Analisti indipendenti e giornalisti investigativi (come Eitan Fischberger, Ainzberg e Leslie Kajnmovitz su X) hanno iniziato a incrociare i dati, pubblicando screenshot inequivocabili che mostravano i “reporter” del database CPJ in posa con lanciarazzi e uniformi mimetiche nei manifesti funebri del terrorismo.

La pressione sul CPJ è diventata insostenibile all’inizio del 2026, quando la crisi è esplosa dall’interno. Nika Soon-Shiong, influente membro del board del CPJ dal 2021, ha inviato una durissima lettera interna ai vertici dell’organizzazione. La Soon-Shiong denunciava l’assenza totale di criteri professionali nell’elaborazione dei dati, la presenza conclamata di militanti armati nelle liste dei giornalisti e il fatto che il CPJ si affidasse ciecamente a fonti locali controllate e filtrate dal Ministero dell’Informazione di Hamas. La risposta dell’organizzazione è stata una purga da manuale: pochi giorni dopo aver sollevato il velo sul fallimento metodologico, Nika Soon-Shiong è stata rimossa dal board (il Washington Free Beacon ne darà notizia il 26 giugno 2026), liquidando la coincidenza con la scusa formale di un “mandato scaduto”.

Ma l’evidenza pubblica era ormai incontenibile. Il 25 giugno 2026, il CPJ è stato costretto alla resa formale, annunciando una storica revisione del proprio database. Il risultato è stato un’ammissione di colpa implicita ma devastante: ben venti nomi sono stati cancellati d’imperio dalle liste dei giornalisti uccisi. Per almeno otto di loro è stata accertata la diretta appartenenza ai ranghi combattenti di Hamas o della PIJ; gli altri non possedevano alcun requisito professionale riscontrabile. La dichiarazione ufficiale del CPJ recita ora: “Il CPJ non include individui che prendono parte alle ostilità o incitano alla violenza imminente”. Ma fino al giorno prima, lo avevano fatto.

Verità censurate e il doppio standard dell’OdG: il caso Molinari

Di fronte a questo scandalo internazionale, la reazione della stampa mainstream e delle istituzioni giornalistiche italiane è stata il silenzio o la minimizzazione. Una rassegna della copertura effettuata dai grandi network (BBC, CNN, Al Jazeera) e le analisi di osservatori come Media Bias Watch nel luglio 2026 confermano che la notizia della correzione forzata del CPJ è stata nascosta nelle retrovie delle cronache, senza alcuna autocritica da parte di chi, per due anni, aveva usato quei numeri gonfiati per alimentare la retorica del “genocidio dei reporter”.

Questo atteggiamento di censura morbida e di rifiuto del fatto sgradito non è una novità, ma si inserisce in una precisa postura politica dell’Ordine dei Giornalisti italiano, incline a pesare la libertà d’espressione e il dovere di cronaca a seconda del bersaglio. Lo si è visto chiaramente nella vicenda della contestazione e della censura subita da Maurizio Molinari, all’epoca direttore di La Repubblica, a cui è stato materialmente impedito di parlare in un’aula universitaria a Napoli da parte di collettivi studenteschi pro-Gaza.

In quel frangente, il diritto all’informazione e la libertà di espressione di un grande giornalista sono stati sacrificati sull’altare della tolleranza verso la contestazione ideologica. L’Ordine dei Giornalisti ha mantenuto una condotta elusiva, tiepida, incapace di una condanna ferma e istituzionale contro la censura preventiva di una voce non allineata alla narrazione dominante sul conflitto mediorientale. La verità dei fatti è stata subordinata all’opportunità politica di non scontentare la piazza ideologica.

Iuri Maria Prado e i richiami deontologici ignorati

È contro questa deriva strutturale che si è scagliata l’azione sistematica, rigorosa e quasi solitaria dell’avvocato e giornalista Iuri Maria Prado. Laddove l’Ordine dei Giornalisti ha abdicato al proprio ruolo di garante delle regole interne, Prado ha deciso di utilizzare gli strumenti del diritto formale per costringere l’istituzione a guardarsi allo specchio.

Prado ha promosso una vera e propria “valanga” di esposti disciplinari indirizzati ai Consigli di disciplina di vari Ordini regionali d’Italia. Non si è trattato di denunce politiche o generiche invettive, ma di ricorsi di un’esattezza chirurgica, basati sull’applicazione letterale del Testo Unico dei Doveri del Giornalista. Prado ha reso pubblici questi esposti pubblicandoli integralmente sul suo profilo X, offrendo all’opinione pubblica un faldone documentale inattaccabile.

L’azione di Prado ha preso di mira i pesi massimi del giornalismo italiano, accusati di aver violato l’obbligo inderogabile della verifica delle fonti e del rispetto della verità sostanziale dei fatti. Negli esposti si contestano:

  • La pubblicazione sistematica di informazioni false, parziali o non verificate sulla guerra a Gaza, chiamando in causa direttamente i direttori delle principali testate nazionali, tra cui Luciano Fontana (Corriere della Sera) e Andrea Malaguti (La Stampa).
  • L’esagerazione propagandistica e acritica del numero dei morti civili fornito dal Ministero della Salute di Hamas, contestata specificamente nei confronti di figure di primo piano come Giovanna Botteri e Aldo Cazzullo.
  • L’introduzione nei resoconti di affermazioni discriminatorie, stereotipi denigratori e paragoni impropri tra lo Stato d’Israele e il regime nazista.

Le motivazioni profonde sollevate da Prado toccano il nucleo drammatico della responsabilità sociale del giornalista. Come evidenziato anche in analisi di settore (quali quelle pubblicate da L’Europeista), Prado ha denunciato come la sistematica falsificazione o superficialità nella copertura del conflitto mediorientale non fosse un’innocente sciatteria, bensì il carburante che ha alimentato la spaventosa ondata di antisemitismo registrata in Italia dopo il 7 ottobre. Accettando acriticamente le veline di Hamas, i media italiani hanno contribuito alla costruzione dell’“ebreo collettivo” come legittimo bersaglio politico, trasformando la polemica geopolitica in ostilità strisciante verso le comunità ebraiche locali. Gli esposti si concludevano con la richiesta formale ai Consigli di disciplina di stabilire se i professionisti si fossero resi responsabili di comportamenti censurabili sotto il profilo deontologico e di adottare “i provvedimenti di ragione”.

La reazione del vertice dell’Ordine dei Giornalisti di fronte a questa richiesta di rigore è stata indicativa del crollo morale dell’istituzione. Il presidente nazionale Carlo Bartoli non ha aperto un’inchiesta interna sulla qualità dell’informazione italiana; al contrario, ha pubblicamente stigmatizzato l’iniziativa di Prado, parlando apertamente di un “abuso dello strumento dell’esposto” da parte di “presentatori seriali” volti unicamente a “intimidire i colleghi” e colpevoli di “svilire lo strumento disciplinare”. Il guardiano delle regole ha accusato chi chiedeva il rispetto delle regole di essere un molestatore.

Conclusioni: la complicità narrativa come rinuncia al metodo

Il filo rosso che lega la correzione forzata delle liste del CPJ, la donazione a fondo perduto dell’OdG italiano ai portatori di giubbotti press a Gaza, il silenzio sulle censure a Molinari e l’ostilità istituzionale verso gli esposti di Iuri Maria Prado rivela una verità amara. Una parte significativa del giornalismo occidentale e delle sue strutture di autogoverno ha consapevolmente rinunciato al metodo scientifico della verifica per abbracciare la militanza ideologica e la complicità narrativa.

Il giubbotto blu è stato lo scudo perfetto dietro cui nascondere fucili e appartenenza a Hamas o Jihad islamica a Gaza, così come il conformismo è lo scudo dietro cui i giornalisti italiani nascondono la propria parzialità. Quando la propaganda viene scambiata per cronaca e i miliziani vengono promossi a colleghi, il giornalismo cessa di essere lo strumento di comprensione del mondo e diventa un’arma di distrazione di massa. La capitolazione metodologica del CPJ nel giugno 2026 rimarrà nella storia della professione come il monumento a questo fallimento: la dimostrazione che una narrazione globale può essere edificata sul falso, e che la verità non è stata semplicemente tradita, ma programmaticamente sacrificata. Chissà se assisteremo mai a un processo di autocritica, a un mea culpa da parte soprattutto della TV pubblica, pagata col canone obbligatorio.

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