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La guerra legale dell’ONU contro Israele e l’abdicazione del giornalismo

Quando l’autorità sostituisce la prova e l’informazione diventa rito

C’è un cambiamento di clima — prima ancora che di linee editoriali — che attraversa l’informazione contemporanea: la notizia non è più ciò che viene accertato, ma ciò che viene certificato. Non dal giornalista, bensì da un sigillo esterno: un’istituzione sovranazionale, una “commissione”, un “rapporto”, una “risoluzione”. Il pubblico non riceve più fatti sottoposti a controllo; riceve un’aura. Ed è qui che il giornalismo, da cane da guardia, rischia di diventare una forma di servizio liturgico: non indaga, proclama.

Non è nostalgia da Watergate. È una constatazione strutturale: l’ecosistema mediatico si è impoverito proprio dove la verifica costa di più — tempo, competenze, accesso. La tendenza non riguarda soltanto la qualità: riguarda la funzione. In un contesto di audience in declino e trasformazione dei ricavi, la produzione lenta di conoscenza viene sostituita dalla circolazione rapida di contenuti. I dati sulle traiettorie dell’industria — dalla contrazione delle audience tradizionali alla rarefazione dell’informazione locale — descrivono un terreno meno fertile per l’investigazione e più favorevole alla ripetizione.

Il declino non è morale: è infrastrutturale

Il punto cruciale, se vogliamo scriverne in modo culturalmente onesto, è evitare due caricature opposte: la favola dei “giornalisti eroi” di un tempo e la leggenda dei “prezzolati” di oggi. Il degrado non si spiega principalmente con la corruzione individuale, ma con il logoramento delle condizioni materiali che permettono l’autonomia: redazioni ridotte, accelerazione del ciclo delle notizie, dipendenza da flussi di contenuti confezionati. Quando un settore attraversa una crisi di modello economico e di fiducia, la prima cosa che sacrifica è la parte più costosa del mestiere: la verifica indipendente.

In Italia, osservatori di settore descrivono un panorama “cupo”, segnato da calo di vendite, perdita di fiducia, impatto delle piattaforme e dell’intelligenza artificiale, e riduzione degli spazi del giornalismo “nelle sue forme classiche”. Non è un giudizio morale: è un bilancio di trasformazioni. E in quel bilancio la verifica, come pratica, si assottiglia.

Dalla prova al marchio: la delega epistemica

In questo spazio impoverito, la fonte “autorevole” diventa una scorciatoia cognitiva: se un testo reca la testata di un organismo internazionale, il pezzo è già scritto. Questo meccanismo è chiamato, con precisione, “delega epistemica”: l’ONU come fonte di verità normativa, e dunque come sostituto della prova.

Il problema esplode quando il giornalismo confonde forma e forza. Un atto ONU non è automaticamente vincolante; la natura dell’atto e dell’organo conta. La Dag Hammarskjöld Library lo dice in modo quasi scolastico: la vincolatività dipende dal tipo di risoluzione e dall’organo; in generale, le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza sotto Capitolo VII sono considerate binding (coercitive), mentre molte altre risoluzioni hanno funzione politica o raccomandatoria. Se questo non viene spiegato, l’articolo non informa: produce suggestione.

Il caso perfetto: quando “rapporto” diventa “sentenza”

Bisogna chiamare le cose con il loro nome: qui non siamo davanti a un semplice errore tecnico, ma a un fenomeno retorico stabile. Si usano verbi da tribunale (“condanna”, “accerta”, “stabilisce”) per atti che non sono sentenze. E questo avviene in modo particolarmente evidente quando entrano in gioco rapporti di “esperti” o “relatori speciali”.

Ma uno Special Rapporteur non è un giudice. È un esperto indipendente nell’ambito delle “special procedures” del Consiglio per i Diritti Umani: monitora, riferisce, raccomanda. Lo spiega la documentazione istituzionale dell’OHCHR e lo ribadiscono le descrizioni generali del ruolo. Se un giornale titola “ONU: condanna”, quando la fonte è un relatore speciale, non sta prendendo posizione: sta alterando la grammatica della realtà.

Qui si vede la metamorfosi del giornalismo: non più “dimostrare”, ma “trasformare”. Trasformare atti politici deboli in verità forti. Trasformare il calore simbolico in presunta coercizione giuridica. Nel tuo testo questa diagnosi è formulata senza giri di parole: la stampa non mente sempre sui fatti, ma mente sistematicamente sul peso dei fatti.

Il ritorno dell’“accesso”: l’autorità come ricatto dolce

Perché succede? Perché un titolo sbagliato è più comodo di una spiegazione corretta? Una risposta culturale — non psicologica — sta nella parola “accesso”. Il giornalismo contemporaneo vive spesso di accesso alle fonti: briefing, dossier, contatti, inviti, accrediti, immagini. E l’accesso, in un sistema accelerato, vale quasi quanto la notizia stessa. Ne deriva un paradosso: più l’informazione si proclama “critica”, più diventa dipendente da chi le fornisce il materiale per esserlo.

Qui entra in gioco una vecchia ipotesi della critica dei media: che la selezione delle notizie e dei frame sia filtrata dalla struttura economica e dalle fonti dominanti. L’estratto di Chomsky sul “propaganda model” — al netto delle sue controversie — ha un merito: descrive un meccanismo in cui non serve censura esplicita; bastano filtri come proprietà, pubblicità, sourcing e pressione (flak) per orientare ciò che è dicibile e ciò che è marginale. Anche quando non convince come teoria totale, funziona come lente parziale: spiega come un sistema possa produrre conformismo senza bisogno di pagare nessuno.

Genocidio per intenzione: l’abuso di una categoria limite

Il termine genocidio, nel diritto internazionale, è una categoria estrema, tecnica, delimitata.
Richiede intenzione statale specifica, piano coerente, atti sistematici, accertamento giudiziario.

Eppure, nel discorso mediatico, l’accusa viene spesso avanzata per via indiziaria, basandosi su dichiarazioni di singoli ministri, isolate dal contesto istituzionale, mentre vengono sistematicamente ignorati i progetti genocidari espliciti e dichiarati di attori come Iran, Hamas e OLP, inscritti nei loro documenti fondativi.

Non è irrilevante che nessuna corte internazionale abbia accertato un genocidio israeliano, e che persino le pronunce più severe parlino di rischio o obblighi cautelari — non di colpevolezza.
L’uso mediatico del termine non è giuridico, ma retorico: una parola capace di chiudere il dibattito prima ancora che esso inizi.

Fame, aiuti e stenografia umanitaria

Un meccanismo analogo si è prodotto sul tema della fame a Gaza.
L’accusa di aver “lasciato morire di fame” i palestinesi è stata ripetuta come dogma, mentre dati pubblici — inclusi quelli del COGAT e di fondazioni americane — mostravano un quadro più complesso: aiuti che entravano ma non venivano distribuiti.

La distinzione cruciale tra accesso e distribuzione è stata sistematicamente rimossa.
Quando un giornalista RAI, Giovanni Battista Brunori, documenta tonnellate di derrate abbandonate perché Hamas impediva la distribuzione sparando su chi vi si avvicinava, non si apre un’inchiesta: si solleva una polemica politica.

Qui il giornalismo abdica definitivamente: l’immagine che contraddice la narrazione viene delegittimata, non discussa.

Immagini, carestie e psicosi collettiva

Alla costruzione narrativa contribuisce il massiccio uso di immagini false, riciclate o decontestualizzate:
foto dalla Siria, dai terremoti in Turchia, dalle carestie in Yemen; bambini affetti da patologie genetiche presentati come “morti di fame”.

L’immagine, svincolata dal contesto clinico e temporale, diventa prova emotiva.
In questo ambiente informativo iper–carico, ogni affermazione trova credito per saturazione emotiva: la smentita non cancella l’imprinting. È così che si produce una vera e propria psicosi collettiva, in cui la verifica appare sospetta e il dubbio diventa immoralità.

Accesso, conformismo e il cane da gregge

Perché tutto questo accade?
Perché il giornalismo contemporaneo vive di accesso: a fonti, briefing, immagini, accrediti. E l’accesso è una forma di ricatto dolce. Non serve censura: basta il timore di esclusione.

Il giornalismo, proclamandosi “critico”, diventa dipendente proprio da chi gli fornisce il materiale per esserlo.
È il paradosso già descritto da Chomsky: un sistema che produce conformismo senza bisogno di corruzione individuale.

Forse la definizione più triste — e più precisa — non è “propaganda”, ma abdicazione. Il giornalismo non cessa di essere necessario quando sbaglia; cessa di essere necessario quando smette di fare la cosa che nessun’altra istituzione farà al suo posto: distinguere tra autorità e verità, tra voce e prova, tra atto politico e giudizio giuridico.

Se la stampa torna a questo gesto elementare, non diventerà “pro” o “contro” nessuno. Tornerà semplicemente a essere ciò che dice di essere: un servizio al lettore, non un rito dell’autorità.

La crisi dell’inchiesta come crisi della forma democratica

Il giornalismo investigativo non muore perché qualcuno lo vieta; muore perché non si regge economicamente. E quando si regge, spesso lo fa grazie a finanziamenti esterni o filantropici, proprio perché “le grandi inchieste costano: tempo, denaro e risorse umane”. Questo tipo di fragilità è registrato anche in analisi di categoria sul calo dei fondi e sulle difficoltà del giornalismo indipendente. Il punto culturale è semplice: se l’inchiesta diventa eccezione, la normalità torna ad essere la cronaca come trascrizione.

E quando la cronaca è trascrizione, l’atto istituzionale si comporta come un genere letterario: entra nei media non per ciò che dimostra, ma per ciò che evoca. Così la politica internazionale si trasforma in un teatro morale in cui alcune parole — genocidio, apartheid, condanna — funzionano come “cristalli narrativi”: concentrano senso, producono appartenenza, tagliano fuori il dubbio. Nel tuo materiale questo passaggio è descritto come sostituzione del giornalismo con la stenografia dell’autorità.

La via d’uscita non è “contro”: è filologica

Una rivista culturale, più di un quotidiano, può permettersi una proposta che suona antica e però è rivoluzionaria: filologia. Trattare gli atti istituzionali come testi da leggere e non come dogmi da ripetere. Fare ciò che la cultura ha sempre fatto con i documenti: chiedere genere, contesto, funzione, efficacia.

E qui basta una triade minima — non una crociata — che ogni lettore può pretendere:

Chi parla? È un tribunale, un organo politico, un esperto? (Se non è un tribunale, non è una sentenza.)

Che atto è? È vincolante o raccomandatorio? (Se non è vincolante, va detto.)

Che effetto produce? Cambia obblighi o produce solo calore simbolico?

L’assenza sistematica di queste distinzioni è oggi una delle principali fonti di disinformazione.

Un esempio ricorrente riguarda le decisioni della Corte Internazionale di Giustizia: misure provvisorie vengono presentate, nel discorso mediatico, come accertamenti definitivi di responsabilità; la semplice affermazione della “plausibilità che una popolazione vada protetta” viene tradotta in condanna accertata per un fatto ipotetico che non sussiste; il fatto stesso che la Corte non si sia pronunciata sul merito viene omesso. Il testo, però, dice altro: le misure provvisorie non stabiliscono colpe, non accertano intenti, non chiudono il processo.

Un secondo caso riguarda le risoluzioni dell’Assemblea Generale ONU o di organismi affini: atti dichiaratamente non vincolanti vengono raccontati come se imponessero obblighi giuridici immediati a Israele. Qui la distorsione non sta nell’opinione politica, ma nel salto di genere testuale: ciò che nasce come atto politico viene narrato come fonte di diritto.

Un terzo slittamento, più insidioso, riguarda l’uso di materiale mediatico come “prova”: immagini non verificate, video decontestualizzati, affermazioni ritrattate continuano a circolare come basi fattuali di accuse gravissime. Anche in questo caso il problema non è solo l’errore, ma l’assenza di filologia: nessuna domanda su origine, contesto, status epistemico della fonte.

In tutti questi casi, Israele diventa il luogo privilegiato della sospensione delle regole minime di lettura. Non perché sia immune da critica, ma perché intorno ad esso la critica rinuncia spesso agli strumenti che rendono la critica stessa credibile.

Questa non è ideologia.
È igiene del discorso pubblico.

E non serve difendere uno Stato per praticarla: basta difendere la differenza tra un testo e la sua caricatura.

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