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Oltre il dogma: il Golfo sceglie Israele contro l’impero dei proxy iraniani

Tecnologia, deterrenza e corridoi economici: la convergenza tra Gerusalemme e le capitali del Golfo ridisegna la regione e mette a nudo la miopia europea

C’è un Medio Oriente reale, fatto di scelte strategiche e di minacce esistenziali, e c’è il Medio Oriente immaginario che continua a vivere nelle analisi europee: un teatro immobile, governato da categorie morali ormai consunte. La distanza tra questi due mondi non è più una divergenza interpretativa: è una frattura cognitiva. Mentre l’Europa insiste nel dialogo rituale con Teheran, le capitali del Golfo hanno già tratto la loro conclusione. E hanno agito di conseguenza. L’errore dell’Occidente non è aver sottovalutato l’Iran: è aver frainteso il mondo arabo. Per troppo tempo lo si è raccontato come un blocco emotivo, prigioniero di riflessi ideologici, incapace di una propria Realpolitik. Oggi quella narrazione è smentita dai fatti. Le monarchie del Golfo non stanno “tradendo” una causa: stanno scegliendo la sopravvivenza. E, per la prima volta, lo fanno senza più chiedere il permesso a nessuno.

Ogni ordine geopolitico muore molto prima di essere dichiarato tale. Il Medio Oriente che per decenni ha imposto il dogma della solidarietà islamica, dell’anti‑sionismo automatico e dell’ambiguità verso l’Iran è già alle nostre spalle. A renderlo evidente non sono i comunicati diplomatici, ma le scelte strategiche di Riad, Abu Dhabi e Manama. Chi continua a non vederlo, semplicemente, non sta guardando.

Esiste una distanza ormai incolmabile tra il Medio Oriente raccontato dal dibattito pubblico europeo e quello che si osserva oggi tra Riad, Manama e Abu Dhabi. Nelle capitali occidentali persiste una forma di colpevole innocenza: la convinzione che l’Iran resti un interlocutore difficile ma recuperabile, e che le dinamiche regionali possano ancora essere lette con le lenti di vent’anni fa. Nel Golfo, al contrario, quella stagione è finita. Non per cinismo, ma per necessità.

Per decenni il mondo arabo ha mantenuto un tacito patto di non‑criticabilità interna: una solidarietà islamica di facciata che ha consentito a Teheran di espandere la propria influenza attraverso una guerra per procura sistematica. Yemen, Libano, Siria, Iraq: non episodi isolati, ma tappe di una strategia coerente. Oggi, sempre più analisti arabi descrivono l’Iran per ciò che è apparso loro evidente: non un vicino problematico, bensì una potenza teocratica a vocazione imperiale, capace di destabilizzare intere regioni senza assumersene mai apertamente la responsabilità.

Il caso del Bahrein, raramente compreso in Occidente, è rivelatore. Lì la percezione della minaccia iraniana non nasce da astrazioni ideologiche, ma da un’esperienza diretta: il tentativo di trasformare legami religiosi e flussi migratori in strumenti di sovversione politica. È stato uno dei momenti in cui il Consiglio di Cooperazione del Golfo ha compreso che l’ospitalità era stata interpretata come debolezza.

Anche il Qatar, a lungo maestro di equilibri ambigui, sembra aver interiorizzato una lezione ormai condivisa nella regione: l’equidistanza non protegge quando si è circondati da attori che utilizzano i proxy come estensione della propria sovranità. L’abbraccio di Teheran non garantisce sicurezza; produce dipendenza.

In questo quadro, il ruolo dell’Arabia Saudita e di Mohammed bin Salman va letto senza indulgenze, ma anche senza caricature. La sua strategia non è ideologica, né “conversionista”. È una Realpolitik difensiva, dettata da una minaccia divenuta esistenziale. I missili e i droni che hanno colpito infrastrutture vitali saudite hanno chiarito che la modernizzazione economica – la Vision 2030 – non può prescindere da una ridefinizione delle alleanze strategiche.

È qui che Israele entra in scena non più come anomalia regionale, ma come attore centrale. Per le monarchie del Golfo, Israele non è più il nemico simbolico della retorica novecentesca: è un magnete tecnologico. Intelligence avanzata, difesa antimissile, integrazione cyber, capacità di risposta rapida: in un’epoca di guerra asimmetrica, queste non sono opzioni, ma assicurazioni sulla sopravvivenza. I Patti di Abramo hanno aperto la strada; oggi si assiste a una cooperazione sempre più concreta, silenziosa e operativa.

Questa convergenza non si esaurisce nel perimetro regionale. Sta emergendo un corridoio strategico più ampio – spesso ignorato dal dibattito mediatico italiano – che collega l’India al Mediterraneo attraverso il Golfo e Israele. L’IMEC, impropriamente liquidato come slogan, rappresenta una risposta strutturale alla penetrazione economica e infrastrutturale cinese. Per l’India, Israele è un partner chiave in materia di difesa e sicurezza alimentare; per Israele, l’India offre profondità strategica e un mercato di dimensioni continentali. In mezzo, i Paesi del Golfo hanno compreso che la prosperità futura passa per reti di innovazione e stabilità, non per l’allineamento a teocrazie aggressive o a imperi autoritari.

Colpisce, in questo contesto, la persistente cecità di larga parte del giornalismo italiano, ancora incline a raccontare il Medio Oriente come un teatro immobile di vittime e fatalismi. Salvo rare eccezioni, si fatica a riconoscere che il “patto di omertà” musulmano si è spezzato non per pressioni esterne, ma perché l’Iran è ormai percepito come un attore estraneo e predatorio. Non diversamente da come l’Europa orientale percepisce oggi la Russia.

Il Medio Oriente sta scegliendo il futuro attraverso il linguaggio della potenza, della tecnologia e della crescita. Israele ne è uno dei perni centrali. Continuare a ignorarlo non è prudenza diplomatica: è ritardo analitico. E, in geopolitica, i ritardi si pagano sempre.

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