La geopolitica da edicola e il funerale del metodo: se i centri studi fanno i cronisti della domenica
C’è un paradosso sottile, eppure devastante, che attraversa il dibattito pubblico sulle questioni internazionali: più la realtà geopolitica si fa complessa, frastagliata e drammatica, più i centri studi dedicati all’analisi strategica sembrano scivolare verso la semplificazione giornalistica. Dove ci si aspetterebbe rigore quantitativo, distinzione delle fonti, cartografia delle relazioni di forza e cautela metodologica, troviamo sempre più spesso l’adesione acritica alla prima photo opportunity disponibile, confezionata con gli stessi titoli ad effetto che ci si aspetterebbe da un quotidiano da edicola sotto l’ombrellone.
L’ultimo e macroscopico esempio di questo cortocircuito metodologico riguarda la narrazione costruita attorno al discorso di Benjamin Netanyahu all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. La scena, d’altronde, era visivamente perfetta: il leader israeliano sale al podio, gruppi di diplomatici si alzano, lasciano la sala, e gli obiettivi fotografici immortalano settori di sedie vuote.
I media generalisti hanno fatto il loro mestiere: hanno trasformato uno spezzone televisivo in una sentenza politica definendo Netanyahu «solo contro tutti». Il problema sorge quando a fare esattamente la stessa cosa – e con le medesime categorie impressionistiche – è un prestigioso istituto di studi internazionali (mi riferisco ad alcuni articoli apparsi sul sito dell’ISPI). Se persino un centro studi rinuncia ad analizzare ciò che c’è dietro l’immagine per limitarsi a ratificare il frame mediatico dominante, occorre porsi una domanda d’obbligo: a cosa servono ancora i centri studi?
L’illusione dell’immagine e la pigrizia del conteggio
Nel racconto giornalistico divenuto rapidamente dogma, la tesi dell’«isolamento totale» è stata ancorata a un numero quasi magico: 77. Settantasette delegazioni avrebbero abbandonato l’aula in segno di protesta al momento del discorso di Netanyahu.
Se un analista geopolitico facesse il proprio lavoro, andrebbe a verificare la natura di quella cifra. E scoprirebbe immediatamente che quel numero non rappresenta affatto 77 Paesi che si alzano e camminano verso l’uscita. Le ricostruzioni di agenzie prudenti come Reuters parlano molto più sobriamente di «decine di delegati». Report di approfondimento come quelli dell’Hindustan Times e di Middle East Monitor evidenziano come la cifra di 77 mescoli indistintamente tre categorie umane e diplomatiche profondamente diverse:
Delegazioni che hanno effettivamente compiuto il gesto politico del walkout;
Delegazioni che erano semplicemente assenti in aula fin dall’inizio della sessione;
Delegazioni entrate in aula in maniera sovradimensionata per la foto (sfruttando i 6 posti a sedere assegnati a ciascun Paese, vecchio trucco abusato) lasciando poi un solo rappresentante sul posto mentre gli altri uscivano.
Confondere una delegazione parzialmente uscita o un posto non occupato fin dal mattino con un’azione orchestrata di rigetto diplomatico non è una svista da poco: significa sostituire la contabilità dei fatti con la percezione visiva.
Ancor più grave, per un’analisi che ambisca a definirsi scientifica, è l’assoluto oscuramento del dato contrario. Mentre le sedie vuote riempivano le prime pagine, i conteggi effettuati direttamente in aula dai reporter (come Namo Abdullah di Rudaw) mostravano che durante l’intervento di Netanyahu erano ancora rappresentati oltre 120 Paesi. Tra questi figuravano le delegazioni di Stati Uniti, Cina, Regno Unito, Francia e gran parte dei Paesi europei.
Presenza fisica non equivale, ovviamente, ad approvazione politica. Ma se la presenza misura la presenza e l’assenza misura l’assenza, trasformare un’aula dove risiedono più di due terzi delle Nazioni Unite nello scenario di un uomo «solo contro il mondo intero» equivale a fare propaganda o intrattenimento, non analisi strategica.
La differenza tra fatto, coreografia e saggio geopolitico
C’è un ulteriore livello che smaschera la superficialità di questa “geopolitica pop”: la dimensione organizzativa dell’evento. Fonti documentali (tra cui lanci di agenzia come LaPresse) attestano che la Missione palestinese presso l’ONU aveva esplicitamente inviato un messaggio alle delegazioni chiedendo di riempire l’aula con il maggior numero possibile di membri dello staff per poi compiere un’uscita scenografica e coordinata all’arrivo di Netanyahu.
Questa circostanza non riduce l’impatto politico della protesta, che resta reale e legittima. Dimostra però che l’evento era stato deliberatamente studiato per produrre un effetto visivo. E qui risiede la differenza ontologica tra il giornalista e l’analista:
Il giornalista racconta l’effetto visivo e la carica emotiva della protesta.
L’analista geopolitico smonta la coreografia, pesa gli attori in campo, ne misura il PIL, il peso militare, i voti reali nelle risoluzioni vincolanti, i contratti di forniture belliche, le relazioni bilaterali sotterranee e le dinamiche d’alleanza.
Sostenere la tesi dell’isolamento di uno Stato basandosi su una platea svuotata ad uso delle telecamere equivale a giudicare la tenuta finanziaria di una banca guardando quanta fila c’è al bancomat sotto casa in un determinato pomeriggio. È una banalizzazione metodologica che squalifica la ricerca.
C’è infine un’altra platea che la fotografia delle sedie vuote non mostra: quella digitale
Un’analisi circolata dopo il discorso e ripresa dall’israeliana Channel 14 stima in almeno 91,7 milioni le visualizzazioni complessivamente generate da filmati e clip dell’intervento sulle principali piattaforme, con 32,7 milioni su YouTube, 21,4 milioni su X, 18,5 milioni su TikTok e circa 19 milioni complessivi su Facebook e Instagram. I soli caricamenti integrali del discorso avrebbero superato 14,2 milioni di visualizzazioni. Sono numeri da trattare con prudenza: l’analisi non è stata verificata indipendentemente e non ne è stata resa pubblica una metodologia sufficientemente dettagliata da consentire di stabilire sovrapposizioni, repost e visualizzazioni parziali. Non significano dunque che 91,7 milioni di persone abbiano ascoltato Netanyahu. Ma pongono una domanda interessante: nell’era della comunicazione globale, ha ancora senso misurare l’audience politica di un discorso internazionale fotografando esclusivamente quante sedie siano rimaste occupate nella sala in cui viene pronunciato?
Per un ritorno alla trasparenza del metodo
Nessuno chiede ai centri studi una sterile e impossibile neutralità ideologica. Scartare determinati argomenti a favore di altri include già una presa di posizione interpretativa. Ciò che si deve pretendere a tutti i costi da un istituto di ricerca è la trasparenza del metodo:
La capacità di scindere il fatto misurabile dal giudizio di valore;
La disciplina nell’evitare banalizzazioni e frame narrativi prestampati;
L’onestà di presentare i dati che contraddicono la propria tesi di partenza;
La distinzione netta tra il valore simbolico di un gesto e il suo effettivo peso nei rapporti di forza internazionali.
Se i think tank rinunciano a questo standard per rincorrere l’algoritmo dei social network, il titolo civetta e il consenso rapido dell’opinione pubblica, finiscono per smarrire la propria funzione sociale. Diventano la quarantunesima cassa di risonanza di una foto edulcorata.
L’analisi geopolitica è un lavoro lento, rigoroso, spesso scomodo e fatto di tabelle, incroci di fonti primarie e metriche ponderate. Quando si riduce a un articolo d’opinione travestito da report, la geopolitica smette di spiegare il mondo e comincia semplicemente a raccontare le favole che il pubblico vuole sentirsi dire.



