Seconda puntata — Il Repubblicano
Un arbitro che gioca in casa
Esiste una regola elementare in qualunque sistema di giustizia degno di questo nome: chi ha un interesse nella partita non può arbitrarla. È il principio della terzietà, e non è un’astrazione filosofica — è il fondamento pratico senza il quale nessun verdetto può pretendere legittimità.
Le Nazioni Unite si presentano al mondo come l’unico arbitro disponibile per la risoluzione del conflitto tra Israele e il mondo arabo-palestinese. Media, università, cancellerie europee e commentatori di ogni orientamento ripetono questa premessa come se fosse un dato acquisito, una certezza strutturale dell’ordine internazionale. Raramente qualcuno si ferma a chiedersi se quell’arbitro abbia superato, nel corso della sua storia, il test della terzietà.
La risposta, come vedremo, è no. E non si tratta di una valutazione politica: è una constatazione storica e istituzionale che emerge dalla lettura dei documenti fondativi, delle risoluzioni adottate, degli organismi creati e delle asimmetrie sistematicamente prodotte. La prima puntata di questa serie ha mostrato come quella parzialità si manifesti nel caso specifico di Francesca Albanese. Questa seconda puntata risale alle radici strutturali del problema.
L’eredità tradita — dall’articolo 80 alla Risoluzione 181
Quando nel 1945 fu firmata la Carta delle Nazioni Unite a San Francisco, i redattori inserirono una norma di continuità esplicita con l’ordinamento internazionale precedente. L’articolo 80 stabiliva che nulla nella nuova Carta avrebbe pregiudicato i diritti già acquisiti da qualunque popolo in virtù di accordi esistenti della Società delle Nazioni. Era una clausola di garanzia: i diritti riconosciuti prima della guerra dovevano sopravvivere alla guerra e alle istituzioni che l’avevano preceduta.
Per il popolo ebraico, quei diritti erano stati riconosciuti con solennità e unanimità. La Conferenza di Sanremo del 1920 e il Mandato ratificato dalla Società delle Nazioni nel 1922 — con cinquantacinque voti su cinquantacinque — avevano stabilito il diritto all’autodeterminazione nazionale ebraica nell’intera area della Palestina storica, già ridotta della sua parte orientale nel 1922 con la separazione amministrativa della Transgiordania. Non era una promessa: era diritto internazionale vincolante, dello stesso rango giuridico degli accordi che avevano prodotto la Siria, l’Iraq, il Libano e la Transgiordania stessa.
Le Nazioni Unite avrebbero dovuto portare a compimento quel processo. Invece, la loro prima mossa concreta sulla questione fu la Risoluzione 181 del 29 novembre 1947: una proposta di spartizione che assegnava allo Stato ebraico un territorio ulteriormente ridotto rispetto a quello già previsto dal Mandato, ritagliando un’entità araba in una terra che non aveva mai avuto una propria statualità. La risoluzione non era giuridicamente vincolante — le deliberazioni dell’Assemblea Generale hanno valore di raccomandazione — e non divenne mai operativa, perché la parte araba la rifiutò e scelse la guerra.
Lo Yishuv accettò quella proposta sfavorevole con spirito pragmatico, ritenendo che un riconoscimento parziale fosse comunque preferibile all’assenza di qualunque riconoscimento. Fu una rinuncia volontaria a diritti già acquisiti sul piano del diritto internazionale. La guerra che seguì quella rinuncia dimostrò che la moderazione non era ricambiata. E le Nazioni Unite, che avrebbero dovuto garantire l’esecuzione della risoluzione che esse stesse avevano proposto, si trovarono impotenti di fronte all’aggressione.
Il primo capitolo del rapporto tra le Nazioni Unite e Israele si chiude dunque così: un’istituzione che avrebbe dovuto tutelare diritti già riconosciuti li compresse ulteriormente, propose una soluzione che la parte araba rigettò con la forza e non fu in grado di garantire nemmeno quella.
La struttura del voto — una matematica politica
Per comprendere perché le Nazioni Unite producano sistematicamente risultati asimmetrici sulla questione israelo-araba, occorre guardare alla composizione dell’Assemblea Generale e del Consiglio per i Diritti Umani con la stessa attenzione con cui si guarda alla composizione di una giuria.
L’Assemblea Generale conta oggi 193 Stati membri. Il blocco arabo e islamico, i Paesi del cosiddetto Sud globale e gli eredi del movimento dei non-allineati costituiscono strutturalmente una maggioranza capace di approvare qualunque risoluzione contro Israele senza bisogno di costruire coalizioni contingenti. Non è una maggioranza occasionale: è una maggioranza permanente, consolidata, che funziona indipendentemente dal merito specifico di ogni singola risoluzione.
Il risultato è documentato. Israele è lo Stato che ha ricevuto il maggior numero di risoluzioni di condanna nella storia dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite — un primato che non riflette necessariamente una maggiore gravità oggettiva delle violazioni rispetto a quelle commesse da altri attori in altri conflitti, ma riflette con precisione la composizione politica dell’organo che vota. Sudan, Yemen, Myanmar, Repubblica Democratica del Congo — conflitti che per numero di vittime, sfollati e distruzione sistematica di popolazioni civili superano di gran lunga la dimensione quantitativa del conflitto israelo-arabo — non producono nemmeno lontanamente lo stesso volume di risoluzioni.
Il Consiglio per i Diritti Umani, istituito nel 2006 in sostituzione della precedente Commissione, è stato presentato come una riforma in senso più rigoroso e imparziale. Nella pratica, ha replicato le stesse dinamiche: tra i suoi membri siedono regolarmente Stati con un record documentato di violazioni dei diritti umani, che utilizzano il Consiglio come strumento di pressione su avversari geopolitici piuttosto che come sede di valutazione imparziale. Israele è l’unico Paese al mondo dotato di un punto permanente all’ordine del giorno del Consiglio — il cosiddetto Punto 7 — riservato esclusivamente alla sua situazione, indipendentemente da ciò che accade nel resto del mondo in qualunque sessione.
Nessun altro Stato, in nessuna altra condizione, gode — o subisce — di questo trattamento.
Il Consiglio di Sicurezza — la paralisi come sistema
Il Consiglio di Sicurezza, organo esecutivo delle Nazioni Unite con poteri vincolanti, presenta un problema diverso ma ugualmente strutturale.
Il sistema del veto attribuito ai cinque membri permanenti — Stati Uniti, Russia, Cina, Francia, Regno Unito — garantisce che nessuna risoluzione possa passare se contraria agli interessi strategici di uno qualunque di essi. Nella pratica, questo ha prodotto una paralisi sistematica: gli Stati Uniti hanno esercitato il veto su decine di risoluzioni che avrebbero condannato Israele o imposto misure coercitive nei suoi confronti; Russia e Cina hanno bloccato risoluzioni su Siria, Myanmar, Sudan e altri teatri dove i loro interessi erano in gioco.
Il risultato non è l’equidistanza: è l’impotenza selettiva. Il Consiglio di Sicurezza non è in grado di agire in modo coerente su nessuno dei conflitti maggiori del pianeta, ma la sua incapacità viene percepita e comunicata in modo asimmetrico. Quando il veto americano blocca una risoluzione su Gaza, l’evento è trattato come uno scandalo internazionale. Quando il veto russo o cinese blocca risoluzioni su conflitti con un numero di vittime enormemente superiore, l’evento è registrato come una notizia e rapidamente dimenticato.
Questa asimmetria non è casuale: è il prodotto di decenni di costruzione narrativa in cui il conflitto israelo-arabo ha acquisito una centralità simbolica nel discorso internazionale che non corrisponde alla sua dimensione quantitativa, ma corrisponde perfettamente agli interessi di numerosi attori che hanno convenienza a mantenerlo al centro dell’attenzione globale.
L’UNRWA — l’istituzione che non può risolvere il problema che gestisce
Nessun’altra crisi umanitaria al mondo dispone di un’agenzia delle Nazioni Unite dedicata esclusivamente a quella popolazione. I rifugiati siriani, afghani, rohingya, sudanesi, congolesi sono tutti gestiti dall’UNHCR — l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati — la cui missione dichiarata è la ricerca di soluzioni durature: rimpatrio volontario, integrazione locale, reinsediamento in Paesi terzi. L’UNHCR lavora, per propria natura istituzionale, verso la propria obsolescenza: il suo successo si misura nel numero di rifugiati che non hanno più bisogno di essa.
L’UNRWA — United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees — è costruita su una logica completamente diversa. Istituita nel 1949, gestisce esclusivamente la popolazione degli arabi fuggiti o espulsi durante la guerra del 1948 e, crucialmente, i loro discendenti. Questa distinzione non è un dettaglio tecnico: è il cuore dell’anomalia.
Il diritto internazionale dei rifugiati, nella sua formulazione universale contenuta nella Convenzione di Ginevra del 1951, definisce il rifugiato come l’individuo che ha subito personalmente la persecuzione o la fuga. Lo status non è ereditario: i figli di un rifugiato non sono automaticamente rifugiati ai sensi della Convenzione del 1951, almeno non per il semplice fatto di discendere da chi lo fu. L’UNRWA applica invece una definizione propria, elaborata internamente e mai sottoposta a revisione, in base alla quale lo status di rifugiato arabo-palestinese si trasmette per via patrilineare di generazione in generazione, senza limiti temporali e senza che sia necessario aver mai vissuto nel territorio da cui si è fuggiti.
Il risultato è aritmeticamente prevedibile: i circa 700.000 arabi che lasciarono il territorio dell’attuale Israele nel 1948 — per fuga volontaria, per espulsione o per effetto della guerra — sono diventati, attraverso la trasmissione ereditaria dello status, oltre cinque milioni di «rifugiati» registrati oggi. Nessun’altra popolazione al mondo produce rifugiati per discendenza. Nessun’altra agenzia delle Nazioni Unite gestisce lo status di rifugiato con questi criteri.
La conseguenza istituzionale è altrettanto chiara: l’UNRWA non ha nel suo mandato la ricerca di una soluzione. Non perché i suoi funzionari siano in malafede, ma perché la sua architettura giuridica non la prevede. Un’agenzia che non può risolvere il problema che gestisce è un’agenzia che esiste finché esiste il problema — e che quindi, strutturalmente, non ha incentivi a contribuire alla sua soluzione. È un’istituzione costruita per la permanenza, non per la risoluzione.
È in questo contesto istituzionale che Francesca Albanese ha costruito la sua carriera. Non è un dettaglio biografico: è la chiave per capire che la sua visione del conflitto non è una posizione personale che ha poi portato nell’incarico. È la visione prodotta da vent’anni di immersione in un’istituzione che per definizione non contempla la soluzione come obiettivo.
La Risoluzione 3379 — quando le Nazioni Unite dissero che il sionismo era razzismo
Il 10 novembre 1975, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò la Risoluzione 3379, che equiparava il sionismo al razzismo e alla discriminazione razziale. Fu un atto senza precedenti nella storia dell’istituzione: per la prima volta, l’ideologia fondante di uno Stato membro — l’unico Stato al mondo con una maggioranza ebraica — veniva ufficialmente definita una forma di razzismo da parte dell’organismo internazionale di cui quello Stato faceva parte.
La risoluzione fu revocata nel 1991, con la Risoluzione 46/86, su pressione determinante degli Stati Uniti e nel contesto della fine della Guerra Fredda. Ma la revoca non cancella il fatto storico: per sedici anni, le Nazioni Unite avevano ufficialmente sancito che il progetto nazionale ebraico era moralmente equivalente al razzismo. In quei sedici anni, ogni delegato israeliano che prendeva la parola in Assemblea Generale lo faceva in un’istituzione che aveva formalmente condannato la ragion d’essere del suo Stato.
Chiedersi oggi perché Israele non si fidi delle Nazioni Unite come arbitro imparziale significa ignorare questo precedente. Non si tratta di suscettibilità o di intransigenza: si tratta di memoria istituzionale fondata su atti documentati.
Perché la Palestina e non il Sudan — la questione della selezione
Una domanda che raramente viene posta nei dibattiti italiani sul conflitto israelo-arabo è questa: perché la questione arabo-palestinese occupa una posizione assolutamente centrale nel discorso delle Nazioni Unite, dei media e dell’opinione pubblica internazionale, mentre crisi oggettivamente più gravi per dimensione e intensità rimangono ai margini?
Il Sudan — per limitarsi a un solo esempio — vive dal 2023 una guerra civile che ha prodotto centinaia di migliaia di morti, oltre nove milioni di sfollati interni e quella che gli organismi umanitari definiscono la peggiore crisi di sfollamento al mondo. Le risoluzioni delle Nazioni Unite sul Sudan si contano sulle dita di una mano. Nessun relatore speciale sul Sudan ha mai partecipato a forum internazionali di alto profilo accanto a ministri degli Esteri di potenze regionali. Nessun commentatore sul Sudan ha accumulato un milione di follower sui social media. Nessuna università italiana organizza convegni sul Sudan con la frequenza con cui organizza dibattiti sulla Palestina.
La disparità non si spiega con la gravità oggettiva delle crisi. Si spiega con la funzione simbolica che il conflitto israelo-arabo ha acquisito nel discorso politico internazionale a partire dalla Guerra Fredda, quando il blocco sovietico e il movimento dei non-allineati individuarono nella questione palestinese il punto di massima convergenza anti-occidentale. Quella funzione simbolica è sopravvissuta alla Guerra Fredda, è stata ereditata dal discorso post-coloniale e terzomondista, ed è oggi la principale risorsa retorica di attori come l’Iran, il Qatar e la Turchia nel loro tentativo di costruire egemonia nel mondo islamico.
Le Nazioni Unite non hanno creato questa dinamica. Ma la hanno istituzionalizzata — con il Punto 7 permanente, con l’UNRWA, con i mandati accusatori, con la Risoluzione 3379 — al punto da renderla parte costitutiva del proprio funzionamento. Non è più una distorsione del sistema: è il sistema.
Può ancora esistere un arbitro?
La conclusione di questa analisi non è che le Nazioni Unite vadano abolite o ignorate. Svolgono funzioni insostituibili in decine di ambiti — coordinamento degli aiuti umanitari, diritto del mare, sicurezza nucleare, salute globale, protezione dell’infanzia — dove la loro legittimità tecnica è reale e il loro contributo è concreto. Smontare l’istituzione non è un’opzione: è un’anarchia.
La conclusione è più precisa e più esigente: le Nazioni Unite hanno perso la legittimità di arbitro imparziale specificamente sul conflitto israelo-arabo, e questa perdita non è recente né accidentale. È il prodotto documentabile di scelte istituzionali accumulate in ottant’anni. Presentarle come garante equo di una soluzione a quel conflitto non è un’ingenuità: è un errore metodologico che produce analisi false e politiche inefficaci.
Chi nel dibattito pubblico italiano — nei giornali, nelle università, nelle cancellerie — cita le risoluzioni delle Nazioni Unite sulla questione arabo-palestinese come se fossero pronunciamenti di un arbitro neutrale sta commettendo quell’errore. Non necessariamente in malafede: spesso per abitudine, per comodità narrativa, per mancanza di quella curiosità storica e giuridica che sarebbe necessaria per valutare la fonte prima di citarla.
Il giornalismo serio ha il compito di nominare quella fonte per quello che è: un’istituzione preziosa in molti campi, irrimediabilmente compromessa su questo. Non un nemico di Israele — la questione non è così semplice. Ma certamente non un arbitro. E un arbitro che non è terzo non è un arbitro: è una delle parti.
Conclusione
Francesca Albanese è stata, in questa serie, il punto di partenza. Non il punto di arrivo. Il suo caso è utile non perché sia eccezionale, ma perché è rivelatore: mostra, con una nitidezza insolita, la logica interna di un sistema che produce sistematicamente risultati asimmetrici e poi si stupisce — o finge di stupirsi — quando quella asimmetria viene nominata.
Dall’incarico procedurale del 1993 costruito per accusare, all’UNRWA costruita per perpetuare, alla Risoluzione 3379 che per sedici anni equiparò il sionismo al razzismo, al Punto 7 permanente che riserva a Israele un trattamento senza equivalenti al mondo: non si tratta di episodi isolati. Si tratta di una direzione coerente, documentata, istituzionalizzata.
Riconoscerla non significa essere contro le Nazioni Unite. Significa essere per un’informazione che non confonde l’autorevolezza di un’istituzione con la sua imparzialità su ogni questione. Significa applicare alla fonte lo stesso rigore critico che si dovrebbe applicare a qualunque altra. Significa, in una parola, fare giornalismo.
Fine della serie — «La Voce dell’Accusa / L’Arbitro e la Partita» © Il Repubblicano — Democrazia Repubblicana
Leggi qui la prima puntata https://ilrepubblicano.it/francesca-albanese-relatrice-onu-palestina/



