HomeEsteriLa guerra delle narrazioni sull'"occupazione israeliana": storia, diritto e distorsioni

La guerra delle narrazioni sull'”occupazione israeliana”: storia, diritto e distorsioni

Un secolo di storia giuridica ignorata da media e politica. Come l’ONU ha costruito la narrativa dell'”occupazione” e perché il dibattito pubblico la semplifica

Per comprendere l’accusa di “occupazione israeliana” che domina oggi il dibattito internazionale bisogna abbandonare la superficie delle dichiarazioni politiche e dei titoli dei giornali. Bisogna tornare indietro di un secolo, quando la Palestina non era uno Stato, non era un’entità sovrana e non era nemmeno un soggetto politico definito. Era un territorio ottomano, amministrato secondo logiche imperiali, e la questione ebraica era ancora inscritta nelle dinamiche europee del primo Novecento.

La Dichiarazione Balfour del 1917, spesso evocata come origine remota del conflitto, non creò alcuno Stato e non parlò di occupazione. Fu un atto politico, non un trattato. Il passaggio decisivo arrivò tre anni dopo, alla Conferenza di Sanremo del 1920, quando le potenze vincitrici della Prima guerra mondiale attribuirono alla Gran Bretagna il Mandato per la Palestina, incorporando formalmente la Dichiarazione Balfour e riconoscendo la connessione storica del popolo ebraico con quel territorio. La Società delle Nazioni ratificò questa decisione nel 1922, conferendo al Mandato un valore giuridico internazionale. In quel momento nacque il titolo legale che legava il popolo ebraico alla Palestina mandataria. Non si trattava di un’occupazione, ma di un’amministrazione fiduciaria internazionale.

Il secondo snodo cruciale si verificò nel 1947, quando l’ONU propose la partizione della Palestina in due Stati, uno ebraico e uno arabo. La leadership ebraica accettò il piano; quella araba lo respinse, annunciando la guerra. La guerra del 1948 vide l’invasione di Israele da parte di cinque eserciti arabi e si concluse con la sopravvivenza dello Stato ebraico e con una realtà territoriale completamente diversa da quella prevista dall’ONU. La Giordania occupò e annesse la Cisgiordania, l’Egitto occupò Gaza e nessuno Stato palestinese venne creato. Tra il 1949 e il 1967 non esistette alcuna sovranità palestinese su quei territori, né alcun tentativo arabo di crearla. L’ONU non contestò mai a Giordania ed Egitto di occupare “territori palestinesi”, perché il soggetto palestinese, come entità giuridica, non era ancora riconosciuto.

La svolta arrivò nel 1967. La Guerra dei Sei Giorni cambiò radicalmente il quadro: Israele, minacciato da una convergenza militare araba, vinse il conflitto e conquistò la Cisgiordania dalla Giordania, Gaza dall’Egitto, il Golan dalla Siria e il Sinai, poi restituito. Da quel momento nacque l’espressione “occupazione israeliana”. Ma la questione giuridica era più complessa: Israele occupava territori che non appartenevano a uno Stato sovrano riconosciuto e non esisteva uno Stato palestinese da “occupare”. Tuttavia, l’ONU scelse di applicare il diritto dell’occupazione militare, mentre Israele definì quei territori “contesi”. Il conflitto si spostò così dalla legittimità originaria alla gestione prolungata della situazione.

Il rifiuto arabo del 1947 non fu un episodio isolato, ma l’inizio di una linea politica che proseguì per decenni. L’OLP, fondata nel 1964, non rivendicava Cisgiordania e Gaza, allora sotto controllo arabo. Nel 1967 arrivarono i “Tre no di Khartoum”: nessuna pace, nessun riconoscimento, nessun negoziato. Solo negli anni Novanta, con Oslo, emerse formalmente l’accettazione di uno Stato palestinese su parte del territorio. L’accusa di occupazione, dunque, non si fondava su una sovranità palestinese preesistente, ma su una reinterpretazione successiva, costruita dopo il 1967.

Dopo quella guerra, l’ONU operò una trasformazione profonda del quadro concettuale. La guerra fredda entrò nel conflitto: il blocco sovietico e i Paesi non allineati adottarono una lettura anti‑coloniale, in cui Israele veniva riclassificato come potenza coloniale occidentale. Parallelamente, l’ONU attraversava una crisi del paradigma coloniale, reinterpretando tutti i conflitti territoriali come scontri tra colonizzatore e colonizzato. In questo contesto, il soggetto palestinese venne costruito politicamente. Nel 1974 l’OLP ottenne lo status di rappresentante del popolo palestinese, e negli anni Settanta e Ottanta l’Assemblea Generale parlò del “diritto inalienabile del popolo palestinese all’autodeterminazione”. Questo riconoscimento avvenne dopo il 1967, non prima, e non perché fosse emerso spontaneamente, ma perché era funzionale al nuovo schema interpretativo.

La domanda cruciale rimane: perché l’ONU non riconobbe il diritto all’autodeterminazione palestinese durante l’occupazione giordana ed egiziana? La risposta reale, benché non ufficiale, è che la narrazione post‑coloniale richiedeva un oppressore occidentale. Giordania ed Egitto, essendo Stati arabi, non vennero mai percepiti come occupanti. Israele, invece, divenne il soggetto perfetto per la categoria del colonizzatore.

La Corte Internazionale di Giustizia, nelle sue opinioni consultive, non ha mai dichiarato illegittima la Conferenza di Sanremo né ha mai abrogato il Mandato per la Palestina. Semplicemente li ha resi irrilevanti. Nei pareri del 2004, del 2024 e del 2025, la Corte non analizza Sanremo, non discute il Mandato e non affronta l’articolo 80 della Carta ONU, che preserva i diritti derivanti dai Mandati fino a un accordo di trusteeship mai esistito per la Palestina. La Corte assume come punto di partenza la formula “territorio palestinese occupato dal 1967”, che compare nel quesito dell’Assemblea Generale, e costruisce tutto il ragionamento a partire da quella premessa. La qualifica di “territorio palestinese” non viene dimostrata, ma presupposta. In questo modo Sanremo diventa superflua.

Una parte significativa della dottrina critica duramente questo approccio. Secondo molti studiosi, la Corte viola il principio di continuità del diritto internazionale ignorando Sanremo e il Mandato senza un atto formale di abrogazione. L’articolo 80 della Carta ONU, che preserva i diritti mandatoriali, viene completamente eluso. Altri criticano la confusione tra evoluzione del diritto e cancellazione selettiva delle fonti. L’autodeterminazione, pur essendo oggi una norma centrale, non può annullare retroattivamente titoli giuridici precedenti. La Corte non spiega quando e come il titolo derivante dal Mandato sarebbe cessato. Un’altra critica riguarda la creazione giurisprudenziale del soggetto palestinese: la Corte assume come dato ciò che dovrebbe essere dimostrato, cioè l’esistenza di un territorio palestinese con una titolarità preesistente.

Il risultato è un sistema in cui la Corte Internazionale di Giustizia non confuta il passato, ma lo rende invisibile, e in cui la narrazione ONU diventa la lente attraverso cui il diritto viene reinterpretato. È un conflitto tra due idee di diritto internazionale: una costituzionale, valoriale, centrata sull’ONU e sull’autodeterminazione come norma superiore; l’altra classica, positivista, fondata sulla continuità delle fonti e sui titoli giuridici originari.

Il problema, oggi, è che questo secolo di storia giuridica e politica viene sistematicamente ignorato nel dibattito pubblico. Media e politica parlano di “occupazione” come se fosse un concetto autoevidente, come se esistesse da sempre, come se fosse scolpito nel diritto internazionale fin dal 1948. Non è così. È il prodotto di una costruzione politica, diplomatica e giuridica che ha trasformato il conflitto nel corso dei decenni. Ridurre tutto a slogan significa tradire la complessità dei fatti e impedire qualsiasi comprensione reale delle dinamiche in gioco.

La superficialità con cui molti commentatori affrontano questi temi non è solo un limite culturale: è un ostacolo alla possibilità stessa di un dibattito informato. Parlare di Israele e Palestina senza conoscere Sanremo, il Mandato, il 1947, il 1967, l’articolo 80 della Carta ONU o la giurisprudenza della Corte Internazionale di Giustizia significa parlare senza strumenti. Significa ripetere narrazioni prefabbricate, spesso ideologiche, che non aiutano a capire e non aiutano a decidere.

In un’epoca in cui la geopolitica è tornata al centro della scena, il compito del giornalismo non è semplificare la realtà fino a deformarla, ma restituirne la complessità. Perché solo la complessità permette di vedere ciò che la propaganda, da qualunque parte provenga, vuole nascondere.

(l’immagine raffigura, a Ovest del Giordano, l’area destinata al “Jewish Nazional Home” – a Est del Giordano c’è l’Emirato di Transgiordania, separato amministrativamente nel 1922 – cioè la Palestina Mandataria Britannica, con la suddivisione nei distratti interni di Galilea, Haifa, Samaria, Lidda, Gerusalemme e Gaza).

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