C’è una dote che va riconosciuta ai maestri della politica municipale romana: il senso del ritmo. O meglio, la capacità di rallentarlo fino a indurre la morte clinica di qualsiasi buona intenzione.
Prendete la storia dell’Istituzione dell’Osservatorio Municipale sull’Antisemitismo e sull’Odio Razziale al Municipio XI. Una vicenda che merita un posto d’onore nella nostra rubrica (e infatti la inaugura), perché unisce il dramma della cronaca al capolavoro dell’ingegneria burocratica da palazzo.
Tutto comincia ad aprile. A Roma, zona viale Marconi, un signore ebreo che indossa la kippah viene aggredito per strada. Roba seria, d’urgenza democratica. La consigliera Fabiana Di Segni ha un’idea persino banale nella sua civiltà: istituire un Osservatorio per monitorare, prevenire e fare cultura. Mica l’Inquisizione spagnola, un organismo consultivo. A maggio, il Consiglio municipale – colto da un insolito impeto di efficienza – delega la Commissione Politiche Sociali (presieduta dalla stessa Di Segni) a sfornare una bozza di regolamento.
E qui la Commissione commette l’errore fatale: lavora. Davvero.
In un mese, tra un ponte e una festività, i commissari si vedono sette-otto volte, fanno audizioni con esperti, limano gli articoli e – incredibile ma vero – partoriscono una bozza completa e impacchettata. Pronta per la consegna.
A quel punto, nei corridoi del Municipio, deve essere scattato il panico. “Ma come, questi hanno fatto sul serio? Nei tempi stabiliti? E ora che facciamo, lo approviamo?”.
Sia mai. Anche perché nel frattempo il quadro politico è cambiato: la Di Segni ha lasciato il PD. E nella logica spietata della ditta, sorge il dramma dei drammi: se l’Osservatorio passa, la medaglia d’oro se la intesta una che ha cambiato casacca. Il PD non potrebbe prendersi il merito esclusivo. Piuttosto che regalare un successo politico a un’ex compagna di banco, la soluzione è una sola: applicare la tattica della terra bruciata. O meglio, della palude burocratica.
Il 4 giugno va in scena il capolavoro. In Aula viene presentata una delibera di proroga dei tempi. Senza ammettere repliche, senza far parlare la presidente di Commissione (bavaglio istituzionale d’ordinanza), la maggioranza approva un nuovo, fantascientifico cronoprogramma. La motivazione? Serve tempo per approfondire. Poco importa che per settimane la presidente abbia chiesto appunti, note e nomi di esperti da audire ricevendo in cambio solo il silenzio o, nel dubbio, consiglieri a cui “cadeva la connessione” strategicamente sul più bello.
Il nuovo calendario è una poesia di fine legislatura:
- 19 giugno: deposito delle relazioni.
- 26 giugno: termine per le osservazioni.
- 17 luglio: termine per gli emendamenti aperti persino ai consiglieri esterni alla Commissione.
Avete letto bene: metà luglio. Quando i romani pensano a Ostia e i consiglieri ai lettini di Fregene, il Municipio XI aprirà il dibattito universale sull’antisemitismo, permettendo anche a chi non ha mai letto mezza pagina di pratica di proporre modifiche e allungare il brodo. Un trionfo della democrazia balneare. Il tempo di fare due rinvii in autunno e – oplà – la legislatura finisce, tutti a casa e la delibera si azzera.
La parte più esilarante (se non ci fosse da piangere) sono le firme in calce a questo capolavoro di melina. Un documento che unisce quasi tutti in un abbraccio ecumenico: PD, Demos, Sinistra Civica Ecologista, Movimento 5 Stelle e persino la Lega. Tutti uniti, non contro il razzismo, ma contro la consegna di un lavoro già finito. Alcuni di loro sono gli stessi che avevano dettato i tempi alla Commissione e che ora chiedono di non rispettarli.
Così, mentre nelle piazze e nelle università si fatica a parlare e l’odio razziale picchia duro sui marciapiedi di viale Marconi, la politica del Municipio XI si stringe attorno alle sue certezze: i dotti calcoli di bottega sono salvi, le medaglie degli avversari sono state fuse e l’efficienza è stata sventata con successo.
L’antisemitismo può attendere. La burocrazia punitiva no.



