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Il paradosso italiano: tra moschee mascherate e ricatti sociali, così lo Stato abdica alla legalità

Mentre l’Europa si interroga da anni sulle crepe dei modelli di integrazione oltreconfine, l’Italia rischia di scivolare in un cortocircuito identico, ma aggravato da una cronica miopia istituzionale. Il recente caso di Venezia e Mestre, dove la comunità bengalese locale ha minacciato di “bloccare la città e i cantieri” con uno sciopero generale per forzare la concessione di una maximoschea in un’ex area industriale, solleva un velo ipocrita su una realtà non più ignorabile: l’uso del peso demografico e della leva economica come strumenti di pressione politica per aggirare le leggi dello Stato.

Il nodo di Venezia e l’uso del peso economico come leva politica

La dinamica in corso nel Nord-Est non è un episodio isolato, ma il sintomo visibile di un’infrastruttura più profonda. Da anni assistiamo a una finzione giuridica tollerata: l’escamotage dei “centri culturali”. In base all’articolo 8 della nostra Costituzione, i rapporti tra lo Stato e le confessioni religiose devono essere regolati da Intese. Altre fedi hanno sottoscritto questi accordi, accettando doveri, trasparenza e riconoscimento dei propri rappresentanti. L’Islam non lo ha mai fatto, frammentato com’è in sigle rivali incapaci di esprimere un interlocutore unico.

L’escamotage dei centri culturali e il vuoto normativo dell’Articolo 8

Il risultato? Il vuoto normativo è stato colmato dalla proliferazione di capannoni, negozi e seminterrati acquistati privatamente e registrati come associazioni culturali, ma utilizzati di fatto come moschee abusive. Uno stratagemma urbanistico che sottrae questi luoghi al controllo preventivo dello Stato, trasformandoli in enclave dove le amministrazioni comunali possono intervenire solo ex post, armate di ordinanze antincendio o verifiche edilizie.

Formazione degli imam e rischio di separatismo dottrinale

In questo perimetro d’ombra si sviluppa l’humus sociale e dottrinale più rischioso. Se l’azione violenta e il terrorismo militante restano numericamente marginali, è innegabile che la radicalizzazione si alimenti di una predicazione non controllata. Molti degli imam che operano sul territorio nazionale provengono dall’estero, spesso formati e stipendiati da nazioni straniere con agende politiche ben precise, e non sempre parlano la nostra lingua o rispettano i principi costituzionali. La proposta di un percorso di studi nazionale per gli imam, con programmi definiti e controllati dallo Stato, giace da tempo nei cassetti dei ministeri, frenata dai timori di violare la libertà di culto.

Difendere la laicità: perché le regole della Repubblica non sono negoziabili

Ma confondere la libertà di culto con l’anarchia amministrativa è l’errore fatale delle democrazie occidentali. Permettere a organizzazioni radicali o a comunità radicalizzate di crearsi una legittimità politica attraverso l’assistenzialismo o la gestione dei centri culturali — ricalcando, fatte le dovute proporzioni, la strategia del do ut des tipica di movimenti come Hezbollah in Libano — significa abdicare alla sovranità territoriale.

La Minaccia

Intimare a una città d’arte e a un polo industriale di fermarsi per ottenere una variante urbanistica, non è rivendicare un diritto civile: si sta testando la tenuta e la fermezza delle nostre istituzioni. Se lo Stato cede a questo metodo, legittima l’idea che le regole della Repubblica siano negoziabili sotto la minaccia del danno economico. Difendere la laicità e la legalità non significa negare la libertà di preghiera, ma esigere che quest’ultima non diventi mai lo strumento per imporre un separatismo culturale contrario ai valori costituzionali.

Alexandro Ascoli
Alexandro Ascoli
Imprenditore ed esperto di storia militare. Presidente onorario della Associazione di Ricostruzione Storica "Mos Maiorum". Studioso di Geopolitica e dei conflitti dell'evo antico e moderno del Medio Oriente.
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