Dalla revoca dell’onorificenza a Francesca Albanese all’attentato di via Emilia, la rimozione comunicativa della sinistra emiliana svela le fragilità di una città trasformata in frontiera delle tensioni globali
Modena, la Frontiera Omissiva: Geopolitica del Silenzio all’Ombra della Ghirlandina
Quando il sindaco di Modena, Massimo Mezzetti, ha rilasciato l’intervista a caldo alla giornalista del Corriere di Bologna, la sua città sembrava avvolta da una fitta nebbia di dolore e stupore; un pulviscolo di scorie emotive non ancora elaborate, ma che l’amministrazione aveva una gran fretta di smaltire. Una narrazione costruita quasi ad arte per rassicurare l’opinione pubblica, focalizzandosi sulle emozioni e sul lutto collettivo per evitare di affrontare i nodi politici, assistenziali e amministrativi più spinosi che stanno lacerando il territorio.
La Passerella Ideologica: il Caso Albanese e l’Omissione Nazionale
Erano passati pochissimi giorni dall’attentato di via Emilia per mano di Salim El Koudri, e appena qualche mese dalla clamorosa e imbarazzata retromarcia sull’onorificenza istituzionale a Francesca Albanese. L’onorificenza — declassata poi a semplice “atto di omaggio” — era stata consegnata nel settembre del 2025, poco prima del DIG Festival (Documentari, Inchieste, Giornalismo). Parliamo di una rassegna cinematografica e giornalistica dedicata a un giornalismo d’approfondimento fortemente orientato a tesi, i cui finanziamenti arrivano quasi esclusivamente da soggetti pubblici (Regione Emilia-Romagna, Film Commission ER, Comune di Modena – City of Media Arts e Fondazione di Modena) e che, nella sua edizione del 2025, era stata declinata principalmente sul tema di un “genocidio” inesistente. La rapporteur ONU vi avrebbe dovuto partecipare per il secondo anno consecutivo.
Un invito che l’amministrazione ha formalizzato malgrado il profilo della Albanese fosse già pesantemente compromesso a livello internazionale. Quando Modena le offre la passerella istituzionale, la funzionaria ha già sulle spalle una dichiarazione di persona non grata da parte di Israele, la dura condanna formale di Parigi per aver derubricato i massacri del 7 ottobre a mero “effetto dell’oppressione”, ripetute richieste di rimozione da parte del Congresso USA per i suoi trascorsi commenti sulle “lobby ebraiche” e il pesantissimo annuncio di sanzioni da parte di Washington arrivato nel luglio del 2025.
Eppure, in Italia l’eco di queste controversie internazionali non arriva. La pubblicistica nostrana e i talk-show televisivi seguitano a intervistarla come un’esperta di diritto internazionale che l’incarico ONU renderebbe intrinsecamente super partes. I media proseguono imperterriti, ignorando persino le proteste scritte e formali di intellettuali ed esponenti della comunità ebraica rivolte alla Rai per chiedere che si degni, almeno per decenza professionale, di contemplare un qualche tipo di contraddittorio alla propaganda unilaterale della Albanese.
Ma poi il meccanismo si inceppa. Succede l’imprevisto in diretta TV: al solo suono del nome di Liliana Segre — la quale non nega la tragicità del conflitto o la possibilità di crimini di guerra, ma rifiuta categoricamente la formula giuridica e propagandistica del “genocidio” — la Albanese si alza e abbandona lo studio. Una fuga precipitosa, mascherata da un presunto appuntamento precedente; un comportamento quasi fobico, tipico di chi porta avanti una narrazione totalizzante che non può essere messa in dubbio né confrontata con nulla e con nessuno.
È solo a questo punto che la sinistra italiana, colpita al cuore nel suo pantheon valoriale, inizia a prendere faticosamente le distanze. Per decenni, infatti, la sinistra ha giustificato la propria presunta superiorità morale rispetto alla destra brandendo il dovere della memoria e il ricordo della persecuzione ebraica. Ma oggi che il vecchio antigiudaismo popolare è stato camuffato e riciclato sotto le spoglie dell’antisionismo militante, il progressismo nostrano si è ritrovato prigioniero di un paradosso letale: rischiare lo scontro aperto con i miti viventi e i sopravvissuti della Shoah — con cui ha dominato moralmente la scena politica per quarant’anni — pur di inseguire il voto delle comunità immigrate islamiche, cavalcando la propaganda hamasiana.
A fare da detonatore a questo corto circuito ideologico è stato lo show dell’Albanese a Reggio Emilia. In quell’occasione, la sedicente avvocata ha dato prova della sua militanza mettendo in grave imbarazzo il sindaco Marco Massari, aggredito dai fischi della claque della “star” internazionale per aver osato chiedere non solo la fine del conflitto a Gaza, ma anche la liberazione degli ostaggi israeliani nelle mani di Hamas. Anziché dissociarsi dai fischi, Albanese ha preso la parola per “strigliare” pubblicamente il primo cittadino, pronunciando davanti alla platea una frase emblematica:
“Il sindaco non lo giudico, lo perdono. Però mi dispiace. Non dirlo più e ti perdono.”
Il “peccato” da perdonare, ovviamente, era aver menzionato gli ostaggi israeliani. Solo a seguito dell’enorme eco mediatica e delle critiche bipartisan che l’hanno accusata di arroganza e totale mancanza di terzietà, la stessa Albanese è stata costretta a una parziale, ipocrita marcia indietro settimane dopo, ammettendo che quel modo di fare “non era da lei”.
Il quadro che emerge è quello di un territorio in cui la classe politica dirigente si è spesa attivamente nella diffusione di una vera e propria calunnia di sangue, per poi rendersi conto, tardivamente, che i propugnatori di tale tesi non sono interessati alla pacificazione tra i popoli, quanto a fare carriera e ad acquisire potere e influenza.
Il Muro di Gomma : l’Uso Politico dei Sentimenti
Ed è qui che il silenzio di Mezzetti si fa più assordante. Nell’intervista al Corriere, il sindaco preferisce la via della commozione pur di non rispondere dei fallimenti concreti del proprio sistema, a partire dal corto circuito dei servizi di salute mentale territoriali e dalle ambiguità rappresentate da figure come l’avvocato Fausto Gianelli, in un groviglio in cui la geopolitica ideologizzata si sposa con i disastri amministrativi locali.
Eppure, scorrendo le colonne di quell’intervista, la realtà materiale degli eventi evapora. L’attentato appare decontestualizzarsi, piovere dal cielo. Resta una prosa fatta di “odio”, di “città ferita”, di “avvoltoi” e di “sciacalli della destra”. Mezzetti parla di sentimenti, si rifugia nel perimetro rassicurante del clima emotivo, evoca la comunità come uno scudo morale. Parla, in buona sostanza, come se la politica non esistesse, o meglio, come se la politica fosse unicamente la speculazione degli avversari e non la catena di comando, di scelte e di omissioni che determina la vita di una città.
L’intervista si rivela un documento straordinario non per ciò che dice, ma per ciò che evita accuratamente di nominare. Il testo si configura come un classico saggio di rimozione comunicativa, un vero e proprio muro di gomma istituzionale eretto per non aprire fronti, per non riconoscere che Modena ha smesso di essere la placida capitale gastronomica ed economica del modello emiliano per trasformarsi in una frontiera geopolitica avanzata.
Il primo, macroscopico buco nero dell’intervista ha un nome e un cognome precisi: Francesca Albanese. È un’assenza che urla. Mezzetti è il sindaco che ha promosso il conferimento di un riconoscimento pubblico alla Special Rapporteur dell’ONU, una figura intrinsecamente divisiva, al centro di aspre contese internazionali e bandiera delle reti dell’attivismo pro-Palestina transnacional. Ed è lo stesso Mezzetti che, sotto il peso di ripensamenti mai chiariti, ha deciso di revocarla nel giro di quarantott’ore, senza offrire una sola spiegazione trasparente alla cittadinanza. Nell’intervista questo passaggio cruciale viene letteralmente polverizzato. Nominare la Albanese significherebbe ammettere che quell’onorificenza non era un innocuo dettaglio amministrativo, ma un atto di proiezione geopolitica, e che la sua revoca è stata dettata da pura paura istituzionale.
La Filiera Militante e il Paravento Clinico
A questa rimozione se ne salda immediatamente una seconda, se possibile ancora più strutturale: la figura dell’avvocato Fausto Gianelli. Esiste una linea invisibile, ma chiarissima per chiunque analizzi le dinamiche del potere e del territorio, che unisce il caso Albanese all’attentato di El Koudri. Questa linea passa per lo studio di Gianelli, penalista storico, esponente di spicco del GAP (Giuristi e Avvocati per la Palestina), firmatario dell’esposto alla Corte Penale Internazionale contro il governo italiano e, infine, difensore legale sia delle reti legate alla Albanese sia dello stesso El Koudri dopo l’attacco. Un cortocircuito politico e simbolico formidabile: due crisi sistemiche che insistono sullo stesso identico ecosistema militante e giuridico.
Ma nell’intervista Gianelli non esiste. Il sindaco lo cancella dalla mappa per evitare che l’opinione pubblica colleghi i puntini, preferendo declassare l’attentato di via Emilia a un tragico, isolato episodio di follia clinica, slegato dal contesto di un territorio saturo di tensioni globali.
Questa chirurgia della narrazione si spinge fino alla manipolazione dei fatti di cronaca più minuti. Nella ricostruzione della cattura di El Koudri, scompare misteriosamente il cittadino italiano che per primo ha affrontato e bloccato fisicamente l’attentatore, pronunciando la frase politicamente densa: “Volevo far vedere che l’Italia non è morta”. Al suo posto, la retorica sindacale preferisce glorificare unicamente gli “stranieri coraggiosi” intervenuti successivamente. Un’operazione ideologica evidente: la vicenda deve essere piegata a forza dentro il canovaccio dell’integrazione riuscita a tutti i costi, espungendo un elemento troppo identitario, troppo ruvido, troppo “di destra” per l’estetica della sinistra di governo.
Laddove i fatti non possono essere taciuti, interviene la delega tecnica, e nello specifico la psichiatria utilizzata come parafulmine politico. Mezzetti lamenta la carenza di strutture e le fragilità della salute mentale, ma scivola via dalle domande fondamentali. Non chiarisce quali siano le responsabilità regionali e quali quelle comunali; non spiega come mai le mail deliranti e ossessive inviate per tempo da El Koudri alle istituzioni non abbiano attivato alcun protocollo di sicurezza; non dice quale servizio sociale o sanitario avesse in carico un soggetto così palesemente instabile. La psichiatria si trasforma nell’alibi perfetto: un destino biologico e clinico inevitabile che assolve la governance e azzera il dibattito sulle politiche pubbliche. Un silenzio che si fa ancora più cupo e inquietante nei confronti dei feriti dell’attentato, mai menzionati, mai aggiornati nel loro decorso, quasi che la materialità dei corpi squarciati potesse disturbare l’astrazione del racconto emotivo.
Il cuore del problema risiede proprio in questo squilibrio: i sentimenti proteggono, le politiche espongono. Evocare la sofferenza collettiva permette al sindaco di sottrarsi al bilancio dei fallimenti dei servizi di prossimità, della frammentazione della comunità marocchina reale, delle reti transnazionali che usano la provincia come retrovia sicura e meno esposta rispetto alle grandi metropoli. Modena oggi non è un caso isolato o un’eccezione eccentrica; è un laboratorio e un’anticipazione di ciò che attende l’Europa interna laddove il welfare collassa, le seconde generazioni vivono il blocco definitivo dell’ascensore sociale e la politica locale perde gli anticorpi culturale per gestire i flussi della geopolitica che entra dalla porta principale.
La Complicità dei Media Locali
In questo quadro di rimozioni sistemiche, la responsabilità più grave ricade tuttavia sul sistema informativo locale. L’intervista del Corriere di Bologna si offre come il paradigma di un giornalismo che ha rinunciato alla propria funzione di contropotere, accettando passivamente il perimetro del dicibile tracciato dal sindaco. Un’intervista reale, degna di una democrazia matura, avrebbe dovuto scardinare quel frame consolatorio con domande stringenti e chirurgiche.
Bisognava chiedere conto delle pressioni diplomatiche ricevute sul caso Albanese; bisognava interrogare il primo cittadino sui legami tra l’attivismo forense del GAP e la gestione delle emergenze cittadine; occorreva pretendere trasparenza sui protocolli falliti di monitoraggio sociale e sul perché si continui a narrare un’integrazione da cartolina mentre i quartieri registrano il distacco definitivo tra le istituzioni e le comunità straniere. Quando i media si autocensurano per prudenza o per contiguità culturale con il potere, la cronaca si converte in agiografia e la politica viene sollevata dall’obbligo di rispondere. Il silenzio che avvolge Modena non è assenza di rumore; è il suono di una classe dirigente che si copre gli occhi davanti allo specchio della propria fragilità.
La Realtà presenta il Conto: il Silenzio Infranto di Reggio Emilia
Ma la strategia di nascondere la polvere sotto il tappeto per superare indenni la tornata elettorale è stata letteralmente spazzata via dalla realtà. La censura pre-elettorale si è infranta contro la notizia dell’arresto, da parte della Digos di Reggio Emilia e Bologna, di un ventiduenne italiano di origini marocchine, fermato con la pesantissima accusa di arruolamento con finalità di terrorismo internazionale.
I dettagli emersi mostrano un quadro ancora più inquietante di quello di Modena, svelando un clamoroso corto circuito istituzionale, di sicurezza e di prevenzione medica. Il giovane, strettamente legato ad account telematici affiliati al Daesh (Stato Islamico) a cui aveva dato la propria disponibilità per un’azione di sangue, è stato intercettato e bloccato armato di coltello a ridosso dell’affollatissima via Emilia a Reggio Emilia. Aveva pianificato l’attacco in concomitanza con un evento sportivo nazionale, puntando dritto a colpire una folla di migliaia di spettatori.
Non si è trattato di un fulmine a ciel sereno. Il ragazzo era un soggetto ad altissimo rischio, già arrestato in Germania nel 2024 per le stesse tesi jihadiste ed espulso dalle autorità tedesche all’inizio del 2026 perché considerato socialmente pericoloso. “Scaricato” sui servizi sociali e sanitari emiliani, era stato inserito in un programma di recupero tra la Questura e il locale Centro di Salute Mentale (CSM). Un percorso interrotto bruscamente dalle intercettazioni della Polizia di Prevenzione, che hanno colto la flagranza della pianificazione terroristica mentre il giovane si trovava in un apparente “stato confusionale”.
Questo tassello toglie all’amministrazione locale ogni alibi e fa saltare definitivamente il banco. La pretesa di descrivere queste terre come un’eccezione culturale e un modello di perfetta integrazione si scontra con la realtà più dura. Non siamo più di fronte “solo” a una tragedia legata alla salute mentale, ma a un disegno strutturato e inquietante.
Ed è qui che il silenzio e la commozione di facciata di Mezzetti nell’intervista svelano tutta la loro debolezza amministrativa e politica. Se la prima ferita è quella ideologica, legata alla ritirata imbarazzata dall’abbraccio tossico con la Albanese, la seconda è una ferita di carne, sangue e sicurezza. Il castello di carte dell’”isola felice” e del “modello emiliano” dell’integrazione è crollato sotto il peso di due colpi simmetrici e ravvicinati.
Da un lato, il dramma di via Emilia a Modena per mano di un ragazzo di seconda generazione, laureato in economia e apparentemente inserito, che falcia i pedoni in pieno centro storico. Dall’altro, a stretto giro, la notizia geopoliticamente ancor più devastante del mancato massacro di Reggio Emilia.
Due crisi consecutive, due ferite perfettamente simmetriche ed esposte che hanno incrinato la postura di un territorio storicamente abituato a pensarsi e a raccontarsi immune dalle grandi scosse della storia contemporanea. Un’amministrazione e una classe dirigente che per anni hanno preferito coccolare la propaganda internazionale e rincorrere il voto identitario, dimenticandosi del controllo del territorio, della sicurezza reale dei propri cittadini e della bomba a orologeria che stava crescendo nelle proprie periferie ideologiche. Nascondere la polvere sotto il tappeto non ha pagato: la realtà ha presentato il conto, ed è un conto altissimo.



