Di Adriano Angelini Sut
L’inizio
Siamo a Gary Indiana, nel 1966. Un omome afroamericano che fa l’operaio in quel distretto entra in casa e raduna i suoi cinque figli nel salottino spartano. Sono uno vicino all’altro, solo il più piccolo è un po’ più avanti. Al cenno dell’uomo iniziano la performance. Il piccoletto si muove snodato, la vocina angelica che emana luce nella notte cupa e nevosa. L’omone si chiama Joseph Jackson e se i ragazzi non fanno ciò che lui dice s’infuria. Il piccoletto si chiama Michael ed è l’unico che prova a ribellarsi quando, sfiniti, vorrebbero andare al letto e invece Jospeh li costringe a continuare. Col risultato di beccarsi una sfilza di cinghiate davanti alla madre e ai fratelli sgomenti. L’uomo non voleva che i suoi figli, dieci per l’esattezza, facessero la sua fine. Li voleva stelle nel firmamento dello showbiz.
Inizia così il film “Michael” di Antoine Fuqua, già regista di “Equalizer” e “Training Day”. Un bio pic uscito il 22 aprile sulla più grande pop star del secolo scorso (e probabilmente di questo), Michael Jackson. La pellicola ha un merito e nello stesso tempo un demerito. Il demerito è per chi ama il cinema e voleva più storia. Il merito è per gli appassionati di musica (come il sottoscritto); ce n’è tanta (a momenti sembra orientarsi verso il musical), interi brani eseguiti dal vivo da Jaafar Jackson, come la sontuosa “Human Nature”. Ecco, a proposito: Jaafar, il Michael sullo schermo, cioè suo nipote, uno dei sette figli di Jermaine. È nato nel 1996 dal terzo matrimonio del padre con Alejandra Genevieve Oaiaza, ex moglie del fratello Randy Jackson. Altra pecca, il film non spiega perché Jermaine, più grande di Michael, è potuto uscire dai Jackson 5 nel 1975 per iniziare la sua carriera solista senza che il suo padre-padrone battesse ciglio (a differenza del putiferio che fece per tenere Michael fino all’ultimo).
L’abilità di Jafaar
Jaafar è impressionate, non solo per la somiglianza con Michael ma per il modo in cui lo imita, si muove, balla come lui. Per il tono di voce, per l’atteggiamento (forse al limite del caricaturale). Il film cadenza i momenti chiave della sua carriera. Le prime tournée dei Jackson 5, il successo del singolo “ABC”, nel 1970, che spodesta “Lei it Be” dei Beatles dal numero 1 della Billboard chart. Fino al 1978 quando decide che è ora di staccarsi dalla sua famiglia (o almeno provarci) per iniziare la sua carriera solista, cosa che gli riuscirà in pieno soltanto dopo “Thriller” e il Victory Tour dei Jackson 5 del 1984, funestato dall’incidente in cui durante le prove gli si incendiarono i capelli. Fuqua indugia sui primi piani, sul volto di Jaafar/Michael, le sue espressioni, i suoi occhi dolci e disorientati di bambino che gioca soltanto con gli animali e non con i consimili; animali che poi invaderanno la loro villa faraonica di Encino in California. Il futuro re del pop legge Peter Pan, sogna Neverland e vede la Tv con sua mamma Katherine, testimone di Geova dal 1963 e moglie che solo quando il ragazzo diventerà la star che il mondo ha conosciuto troverà la forza di ribellarsi al marito.
La Cornice
Ottime le ricostruzioni temporali, azzeccate le presenze significative nella vita di Michael, dal suo avvocato John Branca (interpretato da Miles Teller), quello che liquiderà il padre padrone dal ruolo di manager con un fax, a Quincy Jones (interpretato da Kendrick Sampson), inarrivabile produttore e compositore che benedirà il primissimo Michael solista dando al mondo quel capolavoro ineguagliato che è “Off The Wall” nel 1978 (e poi “Thriller nel 1983 e “Bad” nel 1987). Nullo, purtroppo, l’approfondimento su alcune presenze familiari importanti nella sua vita, dal rapporto coi fratelli Tito e Jermaine, appunto, che nel film non è mai accennato, alla presenza di Janet che, a differenza dell’altra sua sorella La Toya, è completamente assente anche se fin dall’adolescenza è stata un punto di riferimento forte nella sua vita. La futura icona infatti nacque proprio nell’anno in cui inizia il film, nel 1966, e nel 1986 pubblicherà uno degli album più belli della black anni’80, “Control”. E sarà con lei che Michael duetterà con enorme successo nel singolo “Scream”, nel 1995, tratto dal suo album “History”, e il cui testo rispecchia l’arrabbiatura che Michael aveva nei confronti del suo entourage, e del mondo dello showbiz e discografico in quegli anni. Viene il sospetto, vista la scelta spiazzante del regista, che Janet non abbia dato il permesso a essere rappresentata. Forse per problemi con la sua famiglia? «Vorrei che ci fossero tutti nel film», ha detto La Toya alla prima di Michael (a cui Janet non ha partecipato). «Le è stato chiesto di venire e ha gentilmente rifiutato, quindi bisogna rispettare i suoi desideri». Chissà.
Un po’ di gossip. Inevitabile.
Il film, nonostante queste mancanze, e l’inevitabile Gossip scatenato (per esempio Jermaine è produttore del film dove non si cita mai suo fratello Randy, marito della sua terza moglie e madre di Jaafar) merita la visione, se non altro per la spumeggiante abilità appunto di Jaafar e le sue convincenti performance. Una piccola nota va aggiunta a chiosa; nel 1988 Michael diede alle stampe la sua autobiografia; “Moonwalk”. Un lavoro prezioso ma sofferto. Fu Jacqueline Kennedy, allora caporedattrice alla Doubleday di New York a convincerlo a scriverla. Si sentivano regolarmente al telefono la sera, lui le raccontava del suo disagio nel dover affrontare i fan e una vita pubblica non più gestibile, lei lo comprendeva per esserci passata quando era la First Lady più famosa del mondo, più di suo marito, il presidente JFK, nei primi anni’60. L’autobiografia sorvola volontariamente sugli aspetti del padre padrone Joseph, non si sa se per timore o riverenza, mentre approfondisce di più i rapporti con Tito e Jermaine. “Moonwalk” vendette 500.000 copie nella prima settimana, arrivando al numero 1 della classifica dei libri. Una volta esaurito, Michael non volle più ristamparlo.



