HomeAttualitàMeglio vivi e cattivi che morti e buoni

Meglio vivi e cattivi che morti e buoni

Oggi ho visto la foto di un palestinese con un enorme 44 scritto con il pennarello sulla fronte.

È successo ieri, durante un’operazione dell’IDF a Qabatiya, in Cisgiordania. L’esercito ha perquisito circa cento edifici, arrestato due palestinesi sospettati di pianificare attentati e fermato o interrogato altre persone. Ad alcuni sono stati scritti dei numeri sul corpo, anche sulla fronte.

L’IDF ha confermato tutto e ha detto che è stato un comportamento grave, che non avrebbe dovuto verificarsi e dal quale sarebbero state tratte lezioni.

Bene.

Ma guardando quella foto mi sono accorto che la cosa che mi interessava davvero non era il pennarello.

Era come guardiamo oggi quella foto.

Perché ho la sensazione che prima del 7 ottobre una scena del genere sarebbe stata inserita prima di tutto dentro il contesto di un’operazione di sicurezza israeliana.

Chi sono?
Perché sono stati fermati?
Cosa sta cercando l’esercito?
C’è un attentato da impedire?

Oggi no.

Oggi basta la foto.

Israele scrive un numero sulla fronte di un palestinese e quella foto diventa immediatamente un altro tassello della stessa storia: Israele umilia, Israele opprime, Israele disumanizza.

Il processo è già finito prima ancora di iniziare.

Ed è qui che secondo me il 7 ottobre ha prodotto uno dei paradossi più assurdi di questa guerra.

Il 7 ottobre Hamas e altri gruppi armati entrarono in Israele, uccisero circa 1.200 persone, in maggioranza civili, e ne portarono 251 a Gaza come ostaggi. È stato il giorno più sanguinoso per gli ebrei dalla Shoah.

Israele ha avuto una super reazione.

Gigantesca.

Una reazione che ha devastato Gaza, provocato un numero enorme di vittime palestinesi e che può e deve essere discussa, criticata e analizzata. Secondo il ministero della Salute di Gaza, il bilancio ha superato i 73.000 morti; Reuters continua a riportare quel dato attribuendolo alle autorità sanitarie della Striscia.

Ma io quella reazione la leggo anche in un altro modo.

Nessuno dovrà mai più azzardarsi solamente a pensare di poter fare un altro 7 ottobre e uscirne vivo e vincitore.

Del resto uno degli obiettivi dichiarati continuamente da Israele è stato esattamente questo: distruggere le capacità militari di Hamas, riportare a casa gli ostaggi e fare in modo che Gaza non possa mai più rappresentare una minaccia del genere.

E qui arriva il paradosso.

Dopo il 7 ottobre il mondo avrebbe dovuto comprendere meglio Israele.

Non necessariamente approvarlo.
Non concedergli un assegno in bianco.
Comprenderlo.

Capire perché un israeliano è ossessionato dalla sicurezza.
Perché vede un terrorista dove un europeo vede un ragazzo a un checkpoint.
Perché dopo aver visto gente entrare nei kibbutz, ammazzare famiglie e trascinare ostaggi a Gaza, la frase “tranquilli, non succederà” vale esattamente zero.

E invece è successo il contrario.

In meno di tre anni la propaganda ha fatto un lavoro impressionante: Israele è diventato il cattivo della storia.

E questa volta non è soltanto una mia sensazione.

Nel 2026 Pew ha rilevato che, nei 36 Paesi analizzati, una mediana del 67% ha un’opinione sfavorevole di Israele. In Italia il giudizio negativo attraversa persino destra, centro e sinistra. Negli Stati Uniti, tra il 2022 e il 2026, la percentuale di persone con un’opinione favorevole degli israeliani è scesa dal 67 al 52%.

Capito il paradosso?

Israele subisce il 7 ottobre e dopo il 7 ottobre viene capito meno di prima.

E allora mi faccio una domanda anche io, perché non voglio diventare quello che difende Israele qualsiasi cosa faccia.

Quanto lo si può difendere?

Quando finisce il contesto e comincia la giustificazione?

Quanto di quello che sta succedendo in Cisgiordania è realmente necessario alla sicurezza e quanto invece è abuso, estremismo o semplicemente qualcosa che uno Stato dovrebbe impedire?

Perché gli abusi esistono.

La violenza dei coloni esiste.

E persino nel caso del pennarello da cui sono partito, è stato lo stesso IDF a dire: avete sbagliato.

Difendere Israele non può significare inventarsi un Israele che non sbaglia mai.

Ma forse dobbiamo iniziare a farci anche un’altra domanda, molto meno elegante.

Davanti alla sicurezza reale di uno Stato, quanto conta ancora la reputazione?

Forse questa guerra ci sta riportando a una forma molto brutale di nazionalismo.

Quello in cui uno Stato non si domanda più: “come apparirò?”

Si domanda: “alla fine di tutto questo, i miei cittadini saranno ancora vivi?”

Perché alla fine, detta nel modo peggiore possibile, è meglio vivere ed essere ricordati come i cattivi che morire ed essere ricordati per sempre come i buoni.

E qui arriviamo anche ai nostri fantastici Jewish-chic.

Quelli che, per dimostrare quanto sono equilibrati, ogni tre frasi devono sparare a zero su Ben-Gvir.

Ben-Gvir si può criticare eccome.

Non è nato il 7 ottobre, era già ministro prima. È stato condannato nel 2007 per incitamento razzista e sostegno a un’organizzazione messa fuorilegge, e alcune delle cose che dice sono perfettamente contestabili.

Ma contestualizzarlo non significa assolverlo.

Perché se vuoi spiegarmi Ben-Gvir senza raccontarmi attentati, Intifade, razzi, fallimenti dei processi di pace, 7 ottobre e il crollo della fiducia israeliana nella possibilità che dall’altra parte arrivi finalmente qualcuno che non voglia ammazzarti, allora non mi stai spiegando Ben-Gvir.

Mi stai semplicemente dicendo che Ben-Gvir è cattivo.

Grazie.

Lo avevamo capito.

Nel 2025 soltanto il 21% degli israeliani pensava ancora che Israele e uno Stato palestinese potessero convivere pacificamente. Prima del 7 ottobre erano il 35%.

Forse dovremmo chiederci perché.

Io non so dove sia esattamente il confine.

Non so quanta reputazione Israele possa sacrificare prima che perdere alleati, legittimità e sostegno internazionale diventi a sua volta un problema di sicurezza.

E non credo neanche che ogni cosa fatta in nome della sicurezza diventi automaticamente giusta.

Ma una cosa continua a sembrarmi assurda.

Dopo il 7 ottobre pensavo che il mondo avrebbe finalmente capito un po’ meglio perché Israele ha paura.

È successo l’esatto contrario.

Quasi tre anni dopo, Hamas ha massacrato Israele e siamo arrivati al punto in cui è Israele a dover spiegare continuamente perché ha paura di essere massacrato di nuovo.

Forse, prima di giudicare ogni singola cosa che fa, dovremmo almeno ricordarci da dove siamo partiti.

ARTICOLI CORRELATI

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

- Advertisment -
Google search engine

Articoli popolari

Commenti recenti