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Silenziare il dolore: il bullismo interno all’ONU e il tradimento delle donne israeliane

La fabbrica della menzogna a Ginevra: come la burocrazia internazionale e i media complici hanno trasformato la verità sul 7 ottobre in una merce di scambio politico.

Il ribaltamento della realtà e l’uso politico delle istituzioni nate per difendere i diritti umani hanno toccato livelli senza precedenti. Analizziamo due fatti recenti per poi fare alcune considerazioni sul doppio doppio-standard che l’ONU applica a Israele.

I Fatti: Il contrasto a Ginevra e l’omertà interna

La violenza negata

Il caso Reem Alsalem e Ilana Gritzewsky (Giugno 2026)

  • Il fatto: Pochi giorni fa, durante la sessione del Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU a Ginevra, Ilana Gritzewsky (ex ostaggio israeliana rapita il 7 ottobre dal Kibbutz Nir Oz e rilasciata nel novembre 2023) ha preso la parola per confrontare direttamente Reem Alsalem, la Relatrice speciale dell’ONU sulla violenza contro le donne.
  • La negazione: Alsalem ha più volte minimizzato o derubricato a “disinformazione” le prove dei sistematici crimini sessuali perpetrati da Hamas il 7 ottobre. Subito prima della testimonianza, la relatrice aveva presentato un rapporto sulla violenza contro le madri che citava ampiamente Gaza senza fare la minima menzione del 7 ottobre.
  • La reazione: Gritzewsky, con immenso coraggio, l’ha guardata negli occhi dicendo: «Il 7 ottobre sono stata abusata sessualmente, picchiata e mutilata… Sono la prova vivente della violenza sessuale di Hamas. Quando io e altre donne pregavamo di non essere violentate, perché è rimasta in silenzio? Mi guardi. Ci crede adesso? Chiederà scusa?». Di fronte a questo, Alsalem è rimasta completamente impassibile, impassibile ed algida, rifiutando qualsiasi accenno di empatia o replica.

La special rapporteur “bullizzata”

Il caso Alice Edwards (Giugno 2026)

  • Il fatto: Alice Edwards, Relatrice speciale dell’ONU sulla tortura, ha denunciato pubblicamente a Londra (durante un incontro alla UCL) di essere stata bullizzata, ostacolata e minacciata dai suoi stessi colleghi esperti delle Nazioni Unite.
  • L’ostruzionismo: Nel gennaio 2024, Edwards aveva redatto una lettera ufficiale per mettere a verbale le accuse di violenze e torture sistematiche commesse da Hamas il 7 ottobre. I suoi colleghi dell’ONU hanno avviato una campagna per costringerla a non inviarla, dicendole che “tutto ciò che conteneva era falso”.
  • Il risultato: A causa delle fortissime pressioni interne, la lettera è stata drasticamente “annacquata”, ha visto ridursi i contenuti ed è stata firmata, alla fine, solo da lei e da un altro relatore (quello sulle esecuzioni extragiudiziali). Tutti gli altri gruppi di lavoro e relatori che inizialmente volevano firmare si sono sfilati perché intimoriti dal bullismo interno.

Le Considerazioni: I due doppi standard paralleli

Questi fatti non sono incidenti isolati, ma la manifestazione plastica di una patologia sistemica dell’ONU, che si muove su due binari paralleli.

Il primo doppio standard: L’iper-fissazione e la menzogna geopolitica

L’ONU soffre storicamente di una sproporzione numerica ossessiva nelle condanne a Israele. Più della metà delle risoluzioni di condanna del Consiglio per i Diritti Umani sono storicamente rivolte a un solo Stato (Israele), mentre regimi totalitari e teocrazie sistematicamente violentatrici dei diritti umani siedono negli stessi comitati giudicanti.

L’evoluzione più recente di questo meccanismo è l’accettazione acritica della menzogna: i dati forniti da organizzazioni terroristiche (come il Ministero della Salute di Hamas) vengono internalizzati dall’ONU come oro colato e diffusi senza verifiche indipendenti, mentre le prove materiali, i video autoprodotti dai terroristi e le testimonianze dirette delle vittime israeliane vengono sottoposte a un regime di scetticismo iperbolico che non si applica a nessun altro contesto globale.

Il secondo doppio standard: L’uso cinico del corpo delle donne

L’aspetto più doloroso e sfacciato è il tradimento della missione di protezione di genere. Per decenni, l’agenda internazionale (si pensi al principio del “Credere alle donne”, cardine della difesa contro i crimini di guerra) ha lottato per far cadere il tabù dello stupro come arma bellica, imponendo il principio che la parola della vittima di violenza sessuale non debba subire l’onere di prove impossibili nel trauma.

Nel caso del 7 ottobre, l’ONU ha operato una vera e propria selezione politica del dolore:

  • Le donne israeliane sono state private dello status di “vittime universali” e relegate a “strumenti di propaganda dello Stato ebraico”.
  • Figure istituzionali come Reem Alsalem usano il proprio posizionamento ideologico per fare gaslighting (manipolazione psicologica per far dubitare della realtà) sulle sopravvissute, invertendo i ruoli di vittima e carnefice.
  • Chi, all’interno dell’istituzione (come Alice Edwards), tenta di applicare la legge internazionale in modo cieco e imparziale, viene isolato e ostracizzato tramite un meccanismo mafioso di conformismo ideologico.

Il silenzio di fronte a Ilana Gritzewsky non è solo l’assenza di empatia di una singola burocrate; è il simbolo di un’istituzione che preferisce proteggere la propria narrazione geopolitica piuttosto che guardare in faccia la carne viva delle donne che ha giurato di difendere.

ora è il momento di chiedersi: che ruolo hanno la verità, la realtà delle accuse in questo lavoro burocratico dell’ONU?

In questo specifico meccanismo burocratico e geopolitico, la risposta è tanto netta quanto cinica: la verità e la realtà delle accuse non hanno alcun ruolo oggettivo. Sono state completamente destrutturate e sostituite da due nuovi parametri: la funzionalità ideologica e il consenso di blocco.

Il lavoro burocratico dell’ONU non opera più come un tribunale o un ente di accertamento dei fatti (fact-finding), ma come una gigantesca fabbrica di linguaggio e di legittimazione politica. Ecco come viene distorto il concetto di verità in questo perimetro:

La verità come “prodotto di consenso” (La dittatura della maggioranza)

All’ONU la “verità” è democratica nel senso più perverso del termine: è vero ciò che la maggioranza degli Stati membri decide sia vero. Poiché l’Assemblea Generale e il Consiglio per i Diritti Umani (UNHRC) sono dominati da un massiccio blocco automatico — composto dal blocco arabo-islamico, dai paesi non allineati e da superpotenze come Cina e Russia — la realtà geopolitica impone la propria narrazione. Se un’accusa contro Israele è utile a compattare questo blocco, essa diventa “verità ufficiale” dell’ONU, a prescindere dalle prove. Viceversa, se una realtà (come lo stupro sistematico del 7 ottobre) disturba la narrativa di quel blocco, la burocrazia attiva i suoi anticorpi per rigettarla, diluirla o insabbiarla.

Il capovolgimento dell’onere della prova

In un sistema burocratico polarizzato, la realtà subisce un trattamento asimmetrico:

  • Per le accuse a Israele: Vale il principio della colpevolezza presunta. Qualsiasi accusa, anche la più inverosimile o non verificata (si pensi alle cifre sui morti o ai resoconti su presunti crimini mirati forniti direttamente da Hamas), viene immediatamente timbrata con il sigillo dell’agenzia ONU di turno e trasformata in un comunicato stampa globale. La smentita o la rettifica successiva non contano: l’importante è l’effetto burocratico immediato.
  • Per i crimini subiti da Israele: Vale il principio dello scetticismo assoluto. Le prove materiali (DNA, video dei terroristi, autopsie, ammissioni dei catturati) vengono trattate non come fatti, ma come “propaganda di una parte in causa”. La burocrazia richiede un livello di standard probatorio che non ha mai applicato in nessun altro conflitto mondiale (come la Siria, il Sudan o la Repubblica Democratica del Congo), col solo fine di prendere tempo e far sbiadire l’urgenza della realtà.

La burocratizzazione della menzogna

La macchina dell’ONU eccelle nel tradurre l’ideologia in linguaggio tecnico. Quando un funzionario o un relatore speciale decide di ignorare la realtà, non dice “sto mentendo”. Utilizza la neolingua burocratica: si parla di “mancanza di accesso indipendente sul terreno”, di “necessità di ulteriori contestualizzazioni”, o si inseriscono i crimini di Hamas all’interno di una fumosa e infinita lista di “violenze da ambo le parti”, annullando la specificità e l’orrore del fatto.

La testimonianza di Alice Edwards è illuminante: i suoi colleghi l’hanno bullizzata dicendole che i fatti della sua lettera erano “falsi” non perché avessero prove contrarie, ma perché quella verità era politicamente inconveniente. Nel lavoro burocratico dell’ONU, un fatto scomodo è un fatto falso; una menzogna utile è una linea guida.

l fattore della “carriera” e del conformismo interno

I burocrati dell’ONU, i relatori e gli esperti indipendenti (che spesso indipendenti non sono) rispondono a dinamiche di carriera e di posizionamento. Sfidare il dogma anti-israeliano significa diventare paria all’interno del Palazzo di Vetro o a Ginevra, subire il trattamento denunciato dalla Edwards, vedersi tagliare i fondi o i supporti logistici, o non venire riconfermati nei mandati successivi. La “realtà delle accuse” passa in secondo piano rispetto all’istinto di autoconservazione del burocrate.

In sintesi: Per l’ONU odierna, la verità non è un valore assoluto da ricercare, ma una risorsa scarsa da gestire e manipolare. La realtà del 7 ottobre e delle donne israeliane è stata sacrificata sull’altare di una burocrazia che ha venduto la propria autorevolezza morale in cambio del quietismo politico e del favore dei blocchi di potere ideologici.

Ma perché, per l’ONU, è così indispensabile seppellire il 7 ottobre e portare avanti accuse improbabili contro Israele? Non capisce che si gioca la reputazione, la credibilità?

Questa è la domanda cruciale. Quando un’istituzione internazionale accetta di farsi smentire in diretta mondiale da un ex ostaggio e di far denunciare il proprio bullismo interno da una sua stessa funzionaria di punta, significa che la posta in gioco per quella burocratizzazione è infinitamente più alta della sua stessa reputazione.

L’ONU non è cieca: sa perfettamente di rischiare la credibilità agli occhi delle democrazie occidentali. Ma ha scelto consapevolmente di sacrificarla per tre ragioni sistemiche e strutturali che rendono il 7 ottobre un “problema” intollerabile per la sua stessa sopravvivenza politica.

Il crollo del paradigma del “Vittimismo Terzomondista”

La struttura ideologica profonda che domina le agenzie dell’ONU (specialmente quelle per i diritti umani e i rifugiati) si basa su una rigida dicotomia post-coloniale: l’Occidente (e Israele come sua estensione) è l’eterno oppressore; il “Sud del mondo” (e i palestinesi come simbolo supremo) è l’eterno oppresso.

In questa griglia mentale, la vittima non è definita dalle sue sofferenze, ma dalla sua identità politica. Il 7 ottobre fa saltare completamente questo schema:

  • Mostra un livello di ferocia sadica, deliberata e genocidaria perpetrata dagli “oppressi” contro i civili.
  • Lo stupro di massa, la mutilazione e il rapimento di donne e bambini distruggono la narrazione della “resistenza legittima”.

Se l’ONU validasse pienamente l’orrore del 7 ottobre, dovrebbe ammettere che la causa palestinese è stata egemonizzata da un movimento nazifascista e jihadista. Per non far crollare l’intero castello ideologico su cui poggiano carriere, finanziamenti e risoluzioni decennali, il 7 ottobre deve essere seppellito, minimizzato o ridotto a “una reazione a decenni di occupazione”.

Il ricatto del Blocco Automatico e l’autoconservazione dell’ONU

L’ONU non è un’entità astratta e morale, ma una somma di Stati. L’Assemblea Generale e il Consiglio per i Diritti Umani sono numericamente in ostaggio del blocco formato dai paesi dell’OCI (Organizzazione della Cooperazione Islamica), dai paesi non allineati e dall’asse multipolare (Cina, Russia, Iran).

  • La forza dei numeri: Questo blocco esprime la maggioranza assoluta dei voti.
  • Il prezzo del quietismo: Il Segretario Generale e i vertici delle agenzie sanno che per far funzionare la macchina burocratica, per approvare i budget e per garantire il rinnovo dei propri mandati, non possono inimicarsi questa maggioranza.

Portare avanti accuse improbabili o inventate contro Israele serve come collante politico per tenere unito questo blocco e per dare sfogo alla sua agenda geopolitica. Isolare Israele è la merce di scambio che la burocrazia dell’ONU paga per mantenere una parvenza di funzionamento globale.

La protezione delle complicità strutturali (Il caso UNRWA)

C’è un motivo molto più materiale e spaventoso per cui l’ONU deve seppellire i crimini di Hamas: l’autodifesa istituzionale.

Con il passare dei mesi è emerso in modo inconfutabile come la presenza dell’ONU sul terreno (in particolare l’UNRWA) sia totalmente fusa e infiltrata dalle strutture di Hamas — dai tunnel costruiti sotto i quartieri generali, all’uso delle scuole come depositi di armi, fino al coinvolgimento diretto di dipendenti ONU nei massacri e nel sequestro degli ostaggi (come ricordato anche da Alice Edwards nella sua denuncia, menzionando ostaggi detenuti in strutture UNRWA).

Se l’ONU aprisse una vera, onesta e profonda indagine sul 7 ottobre e sul sistema di violenze di Hamas, solleverebbe il velo sulla propria complicità strutturale. Dovrebbe ammettere che i soldi dei contribuenti occidentali hanno finanziato la logistica del terrore e dello stupro di massa. Mentire e accusare Israele a ritmi industriali serve a creare una cortina fumogena per proteggere l’istituzione stessa dal collasso legale e finanziario.

Di quale credibilità parliamo?

Quando ci chiediamo se l’ONU non capisca di giocarsi la reputazione, dobbiamo chiederci: la reputazione presso chi?

All’ONU non interessa la credibilità presso l’opinione pubblica occidentale o liberale. Per la burocrazia di Ginevra e New York, la “credibilità” si misura nella capacità di compiacere la maggioranza degli Stati membri che la compongono. Nella loro logica cinica, sacrificare la verità sulle donne israeliane è un costo accettabile pur di non perdere il controllo del meccanismo di potere globale.

Il ruolo moltiplicatore dei media complici

Il ruolo dei media in questo cortocircuito è quello del moltiplicatore di forza. Senza una sponda mediatica compiacente, la burocrazia dell’ONU produrrebbe scartoffie destinate a rimanere nei cassetti di Ginevra. Invece, la stampa mainstream trasforma i rapporti preliminari e le dichiarazioni dei relatori speciali in “verità giuridiche assolute”.

L’aspetto più inquietante è il silenzio coordinato: le notizie devastanti su Alice Edwards (bullizzata dai colleghi per aver documentato i crimini di Hamas) e sul drammatico faccia a faccia tra Ilana Gritzewsky e Reem Alsalem a Ginevra semplicemente non esistono sui grandi canali internazionali. Esiste un’asimmetria totale tra la viralità data alle accuse contro Israele e l’oscuramento sistematico dei fatti che minano la narrativa dell’ONU.

Possiamo mappare questo ecosistema mediatico dividendolo in tre categorie principali, a seconda del loro posizionamento ideologico e del modo in cui “montano” le notizie dell’ONU.

I “Validatori Istituzionali” (I Grandi Network Anglo-Sassoni)

Questi media non usano toni apertamente militanti, il che li rende ancora più efficaci nel far passare la propaganda dell’ONU come “informazione neutrale”.

  • Chi sono: BBC, The Guardian, The New York Times, CNN.
  • La tecnica di montaggio: Applicano il cosiddetto giornalismo dell’autorità. Se un’accusa proviene da un’agenzia ONU o da un relatore speciale, viene inserita direttamente nei titoli con formule assertive (“L’ONU accusa: crimini di guerra a Gaza”), senza usare il condizionale e senza verificare le fonti originarie (che spesso sono i dati di Hamas). Le risposte o le smentite dettagliate di Israele vengono relegate alla fine dell’articolo, presentate come “la versione della difesa” o “propaganda militare”.
  • L’oscuramento: Casi come quello della Edwards o della Gritzewsky vengono deliberatamente ignorati perché creerebbero una “dissonanza cognitiva” nel lettore, incrinando l’autorità dell’ONU che questi stessi media usano come bussola morale del conflitto.

I “Moltiplicatori Ideologici” (La Sinistra Progressista ed Euro-Centrica)

In questa fascia si collocano i media che hanno sposato la griglia interpretativa post-coloniale e “intersezionale” tipica di certe università occidentali e delle agenzie di Ginevra.

  • Chi sono: Le Monde (Francia), El País (Spagna), e gran parte della stampa di sinistra italiana (Il Fatto Quotidiano, Il Manifesto, i talk-show di approfondimento della TV pubblica e privata).
  • La tecnica di montaggio: Qui il diritto internazionale viene trattato come una religione e l’ONU come il suo clero. Le accuse a Israele non vengono solo riportate, vengono spetcolarizzate e connesse a una narrazione storica di colpevolezza. Il corpo della donna viene utilizzato politicamente: la violenza sulle donne palestinesi (spesso basata sui rapporti non verificati di Reem Alsalem) riceve coperture in prima pagina, mentre le testimonianze in carne ed ossa delle sopravvissute israeliane vengono silenziate.
  • L’oscuramento: Per questi media, raccontare che i burocrati dell’ONU bullizzano una relatrice (Alice Edwards) per proteggere Hamas significherebbe ammettere che il sistema “umanitario” è corrotto. Quindi, la notizia viene attivamente censurata.

I “Registi della Disinformazione di Stato” (I Network dei Paesi Terzi)

Sono i canali di informazione controllati direttamente da Stati che hanno un interesse geopolitico diretto a distruggere la credibilità dell’Occidente e di Israele.

  • Chi sono: Al Jazeera (Qatar) e i network di stato russi e cinesi (RT, CGTN), che saturano i social media occidentali.
  • La tecnica di montaggio: Al Jazeera funge da vero e proprio hub logistico per la burocrazia ONU anti-israeliana. I funzionari delle agenzie (come UNRWA o l’Ufficio per i Diritti Umani) vengono intervistati a getto continuo, e le loro dichiarazioni vengono trasformate in grafiche d’impatto e clip virali per TikTok, Instagram e X. Le notizie vengono montate omettendo sistematicamente il contesto militare (la presenza di ostaggi o armi nei siti colpiti) per far apparire ogni azione israeliana come un atto di pura e gratuita crudeltà burocraticamente certificato.

I tre trucchi del montaggio mediatico

Per far sembrare “provate” le accuse dell’ONU, i media utilizzano tre espedienti retorici fissi:

  1. Il Sigillo del “Diritto Internazionale”: Qualsiasi opinione politica espressa da un comitato dell’ONU viene etichettata dai giornalisti come “violazione del diritto internazionale”. Il lettore comune pensa che si tratti di una sentenza emessa da un giudice terzo dopo un regolare processo, mentre è solo una dichiarazione politica di un comitato a maggioranza anti-israeliana.
  2. L’Asimmetria dello Scetticismo: Se Hamas dichiara una cifra di morti, i media la pubblicano immediatamente; se un ex ostaggio israeliano descrive lo stupro subito a Ginevra, i media pretendono “indagini indipendenti” prima di parlarne, usando lo scetticismo come barriera per non dare la notizia.
  3. La De-contestualizzazione Cronologica: I media che amplificano l’ONU iniziano il racconto sempre dopo la risposta israeliana, cancellando il 7 ottobre dalla timeline. Il massacro originario scompare, lasciando sullo schermo solo la reazione, descritta attraverso la lente deformante dei rapporti burocratici dell’ONU.
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