HomeEsteriIl tramonto dell'Africa Corps in Mali: la caduta di Kidal e il...

Il tramonto dell’Africa Corps in Mali: la caduta di Kidal e il fallimento della strategia russa nel Sahel

Dalla ritirata dei paramilitari di Mosca all’alleanza tra Tuareg e Jihadisti: perché il collasso della giunta di Goita minaccia la sicurezza dell’Europa e dell’Italia

Mentre a Venezia i riflettori della Biennale illuminavano un DJ set curato da paramilitari russi in cerca di una nuova estetica “culturale”, a quattromila chilometri di distanza, la polvere di Kidal seppelliva le ambizioni geopolitiche del Cremlino. Quella che doveva essere la roccaforte della “Pax Russica” nel Sahel si è trasformata, a fine aprile 2026, in un teatro di ritirata precipitosa e umiliante.

La Notizia: Il crollo del mito dell’invincibilità

Le forze dell’Africa Corps — l’erede diretto e formalizzato della galassia Wagner dopo la dipartita di Prigožin — hanno abbandonato la città strategica di Kidal. Non è stata una ritirata tattica programmata, ma il risultato di una massiccia offensiva coordinata tra i separatisti Tuareg del FLA (Fronte per la Liberazione dell’Azawad) e i jihadisti dello JNIM (Gruppo di sostegno all’Islam e ai musulmani).

Per la prima volta, gruppi con agende ideologiche agli antipodi hanno trovato una sintesi operativa, colpendo simultaneamente il nord e il cuore pulsante del paese, Bamako, dove è rimasto ucciso persino il ministro della Difesa maliano. I russi, un tempo celebrati come i liberatori capaci di fare ciò che i francesi non avevano voluto o potuto fare, hanno lasciato dietro di sé blindati, jeep e dotazioni militari: un bottino di guerra che ora alimenta la propaganda dei ribelli.

La Russia in Africa: Una strategia tra nostalgia e opportunismo

La presenza di Mosca nel continente non è un fungo nato dalla pioggia improvvisa, ma una pianta dalle radici profonde.

  • L’eredità sovietica: Tra gli anni ’60 e ’80, l’URSS fu il partner principale dei movimenti anticolonialisti, stabilendo basi in Somalia, Etiopia e Libia.
  • Il ritorno del 2019: Dopo il decennio di oblio post-sovietico, il vertice di Sochi ha segnato il “grande ritorno”. Da allora, la Russia ha venduto una formula seducente: protezione dei regimi in cambio di risorse (oro, uranio, metalli rari) e appoggio diplomatico in sede ONU per rompere l’isolamento post-Ucraina.

Tuttavia, il passaggio da Wagner ad Africa Corps ha segnato la fine dell’ambiguità. Se Wagner offriva a Putin il lusso della “negabilità plausibile”, l’Africa Corps è uno strumento diretto del Ministero della Difesa. Fallire a Kidal, dunque, non è l’errore di una compagnia di ventura; è il fallimento dello Stato russo.

La storia del conflitto nel Sahel: Un mosaico di grievances

Per comprendere perché il Mali non trova pace, bisogna guardare oltre la lente del terrorismo. Il conflitto nel Sahel è una stratificazione di crisi:

  1. La questione Tuareg: Il popolo berbero dei Kel Tamasheq rivendica da decenni l’autonomia dell’Azawad. Per loro, Bamako è una forza coloniale interna tanto quanto lo era Parigi.
  2. Il Jihadismo d’area: Lo JNIM, guidato dal carismatico Iyad Ag Ghali, ha saputo “indigenizzare” la lotta globale di al-Qaeda, inserendosi nelle pieghe della marginalizzazione sociale.
  3. Il fallimento dello Stato: Gli Accordi di Algeri del 2015 avrebbero dovuto garantire autonomia e sviluppo. La loro sistematica disattesa ha convinto i Tuareg che il dialogo con lo Stato maliano sia un vicolo cieco.

La possibile soluzione: Oltre il miraggio militare

La sconfitta russa dimostra un assioma ignorato per troppo tempo: non esiste soluzione militare alla crisi del Sahel. L’illusione che un pugno di paramilitari stranieri potesse stabilizzare un territorio vasto quanto l’Europa è crollata.

Una via d’uscita richiede:

  • Uno statuto speciale per l’Azawad: Un’autonomia reale che permetta alle comunità locali di gestire sicurezza e risorse.
  • Il disaccoppiamento dei separatisti dai jihadisti: Solo offrendo un’alternativa politica credibile ai Tuareg si può spezzare l’alleanza tattica con lo JNIM.
  • Il ruolo dell’Algeria: Algeri resta l’unico attore capace di mediare, ma necessita che la giunta maliana abbandoni il sogno della riconquista totale per tornare al tavolo della politica.

Perché interessa Europa e Italia: La nostra “frontiera profonda”

Non è una questione esotica. Il Sahel è la prima linea della nostra sicurezza nazionale per tre motivi:

  1. Migrazioni: L’instabilità del Mali agisce come una pompa aspirante per i flussi migratori verso il Mediterraneo.
  2. Terrorismo: Un Azawad fuori controllo rischia di diventare la base di lancio per operazioni jihadiste che guardano alle capitali europee.
  3. Geopolitica: L’Italia ha un profilo diplomatico unico, meno gravato dal passato coloniale francese. Già con la missione di Romano Prodi nel 2012, l’Italia aveva intuito che la stabilità del Sahel si gioca sulla mediazione e sullo sviluppo, non sui droni.

Perché non se ne parla (nonostante la strage dei cristiani)?

Il fallimento militare russo dimostra l’inefficacia del modello “normalizzatore predatorio” (a cui il Piano Mattei si pone come alternativa radicale) ma, contemporaneamente, lascia un vuoto di potere pericoloso: l’instabilità attuale, alimentata dal ritiro o dal fallimento dei russi e dall’avanzata di gruppi jihadisti, rende quasi impossibile l’attuazione pratica del Pano stesso (costruire scuole e ospedali richiede sicurezza sul terreno). Per non parlare della stragi di cristiani: in Mali, la situazione per la minoranza cristiana è diventata estremamente critica tra il 2025 e l’inizio del 2026, a causa di una violenta escalation jihadista che ha colpito vaste aree del Paese, inclusa la capitale Bamako. Nell’ultima settimana di aprile 2026, l’offensiva da parte di un’alleanza tra separatisti Tuareg e lo JNIM, legato ad Al Qaeda, ha preso di mira le comunità cristiane rurali che sono rimaste isolate e vulnerabili ad attacchi mirati e rappresaglie. Nelle regioni del nord e del centro, gli estremisti islamici incendiano regolarmente chiese e abitazioni, costringendo i cristiani alla fuga. In diverse località del centro del Paese (come nel circondario di Douentza), i gruppi jihadisti hanno imposto ai cristiani il pagamento di una tassa di protezione per poter continuare a praticare la propria fede. Chi non paga rischia la morte o l’espulsione forzata. Pastori evangelici e leader cattolici sono bersagli privilegiati, spesso accusati di essere “agenti dell’Occidente”.

Sebbene secondo il rapporto World Watch List 2026, il Mali sia uno dei Paesi più pericolosi al mondo per i cristiani a causa della combinazione di estremismo religioso, instabilità del governo militare e crimine organizzato che controlla miniere e rotte di contrabbando, il silenzio mediatico che circonda questa vicenda è quasi assordante, e non è casuale. Parlare della sconfitta russa in Mali significa ammettere che il “multipolarismo” promesso da Mosca è, al momento, un caos sanguinoso. Significa anche ammettere che l’Occidente non ha ancora trovato una narrazione alternativa capace di competere con il populismo anti-coloniale delle giunte militari. Per cui si resta sullo sperimentato abituale atteggiamento di condanna quotidiana di Israele nonostante si stia difendendo dalla stessa minaccia islamista da cui nessuno ha il coraggio di proteggere i cristiani africani.

Il Mali oggi è uno specchio: riflette la fragilità delle nuove alleanze e l’insostenibilità di una politica estera fatta solo di mercenari e propaganda. Mentre a Kidal si contano i morti, il mondo guarda altrove, ignorando che è proprio in quelle sabbie che si sta scrivendo una parte decisiva del futuro equilibrio globale.

ARTICOLI CORRELATI

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

- Advertisment -
Google search engine

Articoli popolari

Commenti recenti