di Alessandra Pontecorvo
Un’analisi sistematica dell’UNHRC-OHCHR: come blocchi di voto coesi, finanziamenti-ombra e lawfare hanno trasformato l’organismo di Ginevra in un’arena ideologica anti-occidentale
Il presente articolo analizza la struttura istituzionale, la dinamica politica e le derive ideologiche dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (OHCHR) e del suo principale organo politico, il Consiglio per i Diritti Umani (UNHRC). L’argomentazione centrale è che il Consiglio non è — e non è mai stato, nella sua forma attuale — un organo universale di monitoraggio neutrale: è un’arena campista, dominata da blocchi di voto coesi che perseguono interessi nazionali e ideologici attraverso il linguaggio dei diritti.
L’articolo si divide in tre grandi sezioni. La prima ricostruisce la nascita e il funzionamento istituzionale dell’UNHRC, i blocchi di voto, la matematica del consensus e la genealogia storica del campismo in tre fasi (2006–2011, 2011–2020, 2020–oggi). La seconda esamina l’ideologia del campismo: i tre pilastri, la moralizzazione della sovranità, la costruzione di Israele come eccezione morale e i meccanismi concreti di produzione di asimmetria (risoluzioni automatiche, ONG-schermo, sessioni speciali selettive). La terza affronta l’attualità più scottante: i Relatori Speciali cooptati, i meccanismi di finanziamento-ombra, le carriere ONU come sistema di incentivi ideologici, e le implicazioni politiche per i paesi democratici.
La struttura: nascita, funzionamento, blocchi
1. Come è nato il Consiglio: dal fallimento della Commissione all’illusione della riforma
La storia del Consiglio ONU per i Diritti Umani inizia con una confessione di fallimento. Il predecessore — la Commissione per i Diritti Umani, fondata nel 1946 e operante per sessant’anni — era diventata, agli inizi del nuovo millennio, un’istituzione che i diplomatici più cinici chiamavano “il club dei violatori”. Paesi come la Libia di Gheddafi, il Sudan di Bashir, la Cuba di Castro si erano alternati alla presidenza dell’organismo deputato a giudicarli. Il meccanismo era semplice: i paesi che temevano indagini cercavano di sedersi al tavolo che le decideva.
Nel 2005, il Segretario Generale Kofi Annan scrisse nel rapporto “In Larger Freedom” che la Commissione era caduta in un “discredito” che minacciava l’intero edificio dei diritti umani dell’ONU. La risposta istituzionale fu la creazione, nel marzo 2006, attraverso la risoluzione 60/251 dell’Assemblea Generale, del Consiglio per i Diritti Umani: quarantasette seggi, distribuzione geografica codificata, revisione periodica universale (UPR) per ogni Stato membro.
L’ambizione era quella di un organo peer-to-peer di verifica reciproca, in cui tutti i governi passassero sotto la lente. La realtà che si affermò nel giro di pochi anni fu quella di un’arena in cui i blocchi di voto riproducevano le stesse patologie della Commissione, semplicemente con strumenti istituzionali più sofisticati.
Ciò che cambiò non fu la logica, ma la grammatica. La Commissione era apertamente politica. Il Consiglio si esprime nel linguaggio tecnico dei diritti, delle procedure, dei mandati — il che rende il campismo più difficile da smascherare e, paradossalmente, più potente.
2. Come funziona: architettura istituzionale e leve del potere
Il Consiglio si riunisce a Ginevra tre volte l’anno in sessioni ordinarie (marzo, giugno, settembre) e può essere convocato in sessione speciale con il sostegno di un terzo dei membri (sedici stati). Ha sede al Palazzo delle Nazioni, collegato funzionalmente all’OHCHR che lo serve sul piano tecnico-amministrativo.
I 47 seggi sono ripartiti per gruppi regionali secondo quote fisse: Africa 13 seggi, Asia-Pacifico 13, America Latina e Caraibi (GRULAC) 8, Europa Orientale 6, Europa Occidentale e altri (WEOG) 7. I membri sono eletti dall’Assemblea Generale a scrutinio segreto per mandati di tre anni, rinnovabili una volta consecutivamente.
L’architettura produce una struttura di voto permanentemente sbilanciata: il blocco africano, il blocco asiatico e il gruppo dei Paesi islamici (OIC, che trasversalmente copre molti seggi in Africa e Asia) dispongono di una maggioranza matematica stabile. Il WEOG — dove risiedono le principali democrazie liberali — non ha mai i numeri per bloccare risoluzioni quando gli altri si muovono in modo coeso.
Il Consiglio decide per voto a maggioranza semplice. Su Israele vota quasi sempre per consensus interno ai blocchi, con maggioranze amplissime. Su Cina, Russia, Arabia Saudita, Turchia, il blocco opposto raramente raggiunge i voti necessari per aprire procedure. Il risultato è un sistema dove la geografia del voto predice quasi perfettamente l’esito di ogni votazione sensibile.
L’OHCHR è la burocrazia permanente che esegue le decisioni del Consiglio, pubblica rapporti, coordina i Relatori Speciali e gestisce i rapporti con le ONG accreditate. È finanziato per circa il 40% da contributi volontari — ossia da donatori specifici che possono orientare le priorità tematiche.
I Gruppi Regionali e il loro peso
OIC – Organizzazione per la Cooperazione Islamica: Cinquantasette stati membri, presenza trasversale in Africa e Asia-Pacifico. L’OIC non è ufficialmente un gruppo ONU, ma vota in blocco con una disciplina eccezionale su tutte le questioni che coinvolgono Israele, la Palestine e, in misura minore, le critiche alla Cina sul dossier uiguri. La presidenza di turno dell’OIC produce spesso le risoluzioni-quadro su cui il resto del blocco si allinea.
African Group: Tredici seggi al Consiglio, il gruppo più numeroso. Ha una posizione ufficiale di “non interferenza” nella politica interna degli stati africani, che nella pratica si traduce in scudi reciproci contro le investigazioni. Vota quasi sempre in blocco con l’OIC su Israele, e si oppone ai meccanismi di monitoraggio su Etiopia, Eritrea, Sudan, Zimbabwe quando i rispettivi governi esercitano pressioni politiche bilaterali.
Asia-Pacific Group: Tredici seggi, comprendente Cina, India, Pakistan, Bangladesh, Indonesia, Qatar, Emirati Arabi, Kuwait, tra gli altri. La Cina svolge un ruolo di coordinamento attivo, spesso attraverso la sua missione diplomatica a Ginevra. Il gruppo ha sistematicamente bloccato ogni tentativo di sessione speciale sulla Cina (Xinjiang, Hong Kong, Tibet) e supporta le risoluzioni contro Israele.
GRULAC – America Latina e Caraibi: Otto seggi. Gruppo molto eterogeneo: include democrazie liberali (Chile, Uruguay, Costa Rica, Argentina) e regimi autoritari o semi-autoritari (Venezuela, Cuba, Nicaragua, Bolivia). Il GRULAC vota in modo non uniforme, ma i governi socialisti tendono ad allinearsi con l’asse OIC-Africa su Israele e a proteggere i regimi alleati da investigazioni.
Eastern European Group: Sei seggi. Include la Russia fino all’esclusione del 2022, nonché paesi baltici, Polonia, Romania, Ucraina, etc. Dopo il 2022, con la sospensione della Russia a seguito dell’invasione dell’Ucraina, il gruppo ha perso la sua funzione di protezione per Mosca, ma resta numericamente marginale.
WEOG – Western European and Others Group: Sette seggi. Include UE, USA (che non è sempre membro poiché si era ritirato nel 2018 sotto Trump e rientrato nel 2021), Canada, Australia, Nuova Zelanda, Giappone (classificato qui per convenzione politica). Il gruppo più attivo sul piano normativo ma strutturalmente in minoranza numerica.
La matematica campista
Quando Africa (13) + Asia-Pacifico (13) + GRULAC parziale (4-5) + Europe Orientale (1-2 quando Russia era presente) votano insieme, raggiungono facilmente 30-32 voti su 47. La soglia per approvare una risoluzione è la maggioranza semplice dei presenti e votanti, il che abbassa ulteriormente la soglia effettiva. Per una sessione speciale bastano 16 firme. Questo significa che l’OIC da solo, con i suoi 20-25 voti al Consiglio in un dato momento, può aprire una sessione speciale e avvicinarsi alla maggioranza su Israele quasi indipendentemente dal voto altrui.
Nessuna di queste cifre è casuale. La distribuzione geografica dei seggi fu negoziata nel 2006 con la consapevolezza che avrebbe prodotto questa matematica. La critica occidentale al momento della fondazione — guidata da John Bolton per gli USA, che si astenne nella votazione sull’istituzione del Consiglio — era esattamente questa: che il meccanismo di elezione e la distribuzione geografica avrebbero replicato la patologia della Commissione. La storia ha dato ragione ai critici.
3. Come votano: Israele, Cina, Siria
Il caso Israele: l’eccezione permanente
Tra il 2006 e il 2024, il Consiglio ha adottato più risoluzioni di condanna contro Israele che contro tutti gli altri paesi del mondo messi insieme. Questo fatto, documentato annualmente da organizzazioni come UN Watch e Israel Policy Forum, non è una questione di interpretazione: è il risultato contabile delle votazioni.
Le forme istituzionali di questa asimmetria sono multiple. Primo: il punto 7 dell’agenda permanente del Consiglio è dedicato esclusivamente a “la situazione dei diritti umani in Palestina e negli altri territori arabi occupati”. Nessun altro paese ha un punto fisso dell’agenda a sé. Secondo: esistono mandati permanenti — non soggetti a revisione periodica — dedicati ai territori palestinesi. Terzo: le sessioni speciali convocate su Gaza o sulla Cisgiordania sono tra le più frequenti nella storia del Consiglio.
Le votazioni su Israele mostrano la coalizione campista nella sua forma più compatta: il blocco OIC più Africa più la maggioranza del GRULAC votano sempre a favore delle risoluzioni di condanna, con poche eccezioni individuali. Il WEOG vota contro o si astiene sistematicamente, ma non ha i numeri. Il risultato è una macchina di produzione di condanne che funziona quasi automaticamente, indipendentemente da ciò che accade sul campo.
La parola chiave è “automaticamente”. Le risoluzioni su Israele non sono il prodotto di un’analisi contingente: sono uno strumento politico ciclico. Quando scoppia un conflitto, una sessione speciale viene convocata nel giro di giorni; quando non c’è conflitto, le risoluzioni ordinarie vengono comunque adottate alle sessioni regolari. Non esiste una soglia probatoria da superare, non esiste una procedura di verifica preliminare indipendente: il mandato è permanente e il voto è predeterminato.
Il caso Cina: lo scudo del blocco
La Cina è l’esempio più istruttivo dell’altra faccia del campismo: non la produzione di condanne, ma il blocco delle investigazioni. Nonostante le documentazioni sistematiche — da parte di giornalisti, accademici, ex detenuti, governi occidentali — dell’internamento di massa degli uiguri nello Xinjiang, dei campi di “rieducazione”, della sorveglianza di massa, delle sterilizzazioni forzate, il Consiglio non è mai riuscito ad aprire un’investigazione formale sulla Cina.
Nel 2022, l’OHCHR pubblicò un rapporto senza precedenti — sotto la gestione di Michelle Bachelet, e dopo anni di pressioni — che parlava di “gravi violazioni dei diritti umani” nello Xinjiang potenzialmente costituenti crimini contro l’umanità. Ma quando, nel settembre 2022, si votò se discutere il rapporto al Consiglio, la mozione fu respinta con 19 voti contrari, 17 favorevoli e 11 astenuti. È il momento più emblematico della storia recente del Consiglio: un rapporto prodotto dal proprio ufficio tecnico, bloccato politicamente da una coalizione guidata dalla Cina stessa con i suoi alleati africani e asiatici.
Il meccanismo di protezione cinese opera su più livelli. Sul piano diplomatico, Pechino gestisce un sistema capillare di pressioni bilaterali sui paesi del Sud globale — aiuti, investimenti, accordi commerciali — che si traduce in disciplina di voto a Ginevra. Sul piano procedurale, i delegati cinesi sono tra i più abili nell’usare il regolamento del Consiglio per ritardare, emendare, diluire. Sul piano narrativo, la Cina ha investito massicciamente nel promuovere un’interpretazione dei diritti umani “con caratteristiche cinesi”, basata sullo “sviluppo” piuttosto che sulle libertà individuali, che molti governi del Sud globale trovano ideologicamente più vicina alle proprie posizioni.
Il caso Siria: la selettività come sistema
La Siria è un caso intermedio. Il regime di Assad ha effettivamente subito investigazioni e condanne dal Consiglio, inclusa l’istituzione di una Commissione Indipendente di Inchiesta nel 2011. Questo sembra smentire la tesi del campismo — ma non è così.
Le investigazioni sulla Siria furono possibili perché la Lega Araba, in un momento di rottura interna al mondo arabo, non protesse inizialmente Assad. Poi, quando la Russia assunse la tutela diplomatica di Damasco al Consiglio di Sicurezza, la situazione si complicò. Le risoluzioni sul conflitto siriano venivano regolarmente bloccate al Consiglio di Sicurezza con veto russo e cinese, mentre al Consiglio per i Diritti Umani si riusciva a fare di più — ma le investigazioni erano comunque ostacolate e i meccanismi di follow-up sistematicamente svuotati.
La Siria dimostra che il campismo non è monolitico: è contingente alle alleanze del momento. Ciò che non cambia è l’asimmetria strutturale: quando un paese ha la protezione di un blocco forte, è immune. Quando non ce l’ha, è vulnerabile. La qualità delle violazioni è un fattore secondario rispetto alla geometria delle alleanze.
La logica: il campismo, la sua genealogia, la sua ideologia
4. Il campismo come regime di voto: definizione e punto di partenza
Il termine “campismo” descrive una struttura politica in cui gli attori internazionali si dividono in blocchi coesi — “campi” — che si muovono in modo solidale prescindendo dal merito delle singole questioni. Nel contesto dell’HRC, il campismo non è un’anomalia: è il regime normale di funzionamento.
Il punto di partenza è il regime di voto. Un’istituzione in cui si vota per maggioranza su questioni di diritti fondamentali, con rappresentanza geografica obbligatoria, è strutturalmente esposta alla politicizzazione: i paesi portano interessi, non imparzialità. La domanda non è se questo accade — accade inevitabilmente — ma in che misura le regole istituzionali aggravano o attenuano il problema.
L’HRC ha regole che aggravano il problema. La distribuzione geografica dei seggi sovrarappresenta i paesi in via di sviluppo, dove i regimi autoritari sono più frequenti. La procedura di elezione non impone criteri di conformità ai diritti umani verificabili: un paese può essere eletto mentre ha Relatori Speciali che investigano il suo territorio. Il punto 7 dell’agenda permanente su Israele non ha equivalenti, creando un’asimmetria strutturale codificata nelle regole stesse.
Il campismo, quindi, non è solo il risultato di cattive intenzioni: è in parte il prodotto di una progettazione istituzionale che non ha saputo o voluto neutralizzare le spinte politiche.
5. Genealogia storica: tre fasi
Prima fase: 2006–2011 — Il campismo fondativo
I primi anni del Consiglio sono quelli in cui le patologie della Commissione vengono riassunte e sistematizzate. Già nel 2006, il Consiglio adotta undici risoluzioni su Israele nella sua prima sessione, e nessuna sugli altri paesi. Il mandato su Israele diventa permanente con il consenso del blocco OIC-Africa, mentre l’Occidente protesta isolato.
In questo periodo si consolidano due meccanismi fondamentali. Il primo è il “voto di copertura”: i paesi che temono indagini votano sistematicamente per proteggere altri paesi in situazione analoga, creando un sistema di reciprocità implicita. Il secondo è il “agenda monopoly” su Israele: il punto 7 assorbe tempo, risorse politiche e attenzione mediatica, creando uno spazio protetto per le violazioni negli altri paesi.
Già nel 2007, gli Stati Uniti — ancora fuori dal Consiglio — e Israele, che non partecipa alle sessioni dell’Asia-Pacifico in cui dovrebbe essere classificato, denunciano la struttura come iriformabile. La risposta istituzionale è di cosmesi: qualche aggiustamento procedurale, nessuna riforma sostanziale.
Seconda fase: 2011–2020 — La normalizzazione e l’espansione dello strumento
La seconda fase coincide con l’ingresso degli USA nel Consiglio nel 2009 (sotto Obama) e il tentativo di riforma dall’interno. Il calcolo era che la presenza americana avrebbe potuto modificare la matematica del voto e la cultura procedurale. Il calcolo era sbagliato: gli USA entrarono nel Consiglio, ma non cambiarono il Consiglio.
Ciò che cambia in questa fase è la sofisticazione dello strumento. I Relatori Speciali diventano sempre più aggressivi nelle formulazioni sulle politiche israeliane, estendendo le proprie analisi dal diritto umanitario al diritto penale internazionale, alla responsabilità degli individui, fino al linguaggio del “apartheid” e del “genocidio”, che rientra nel vocabolario ufficiale nella fase successiva.
Nel 2014, dopo l’Operazione Margine Protettivo a Gaza, il Consiglio convoca una sessione speciale, istituisce una Commissione di Inchiesta e adotta risoluzioni con formulazioni sempre più ampie. Nello stesso anno, in Siria si registrano decine di migliaia di morti e l’uso sistematico di armi chimiche: il meccanismo di risposta è comparativamente più lento e meno risoluto.
In questa fase si rafforza anche la rete di ONG accreditate che operano come amplificatori del messaggio campista. Organizzazioni come Al-Haq, Al-Mezan, Defense for Children International – Palestine, con accreditamento ECOSOC, partecipano alle sessioni del Consiglio, si incontrano con i Relatori Speciali, forniscono documentazione che spesso diventa la base fattuale delle risoluzioni. La distinzione tra ONG indipendenti e strutture di sostegno alle posizioni governative di alcuni paesi diventa sempre più sfumata.
Terza fase: 2020–oggi — La radicalizzazione e il “genocidio” come categoria politica
La terza fase è quella in cui il campismo raggiunge la sua espressione più matura e più preoccupante. Tre eventi la definiscono: l’adozione della Commissione di Inchiesta permanente su Israele nel 2021, il conflitto del 7 ottobre 2023 e le sue conseguenze istituzionali, e la progressiva cooptazione di una parte del personale tecnico dell’OHCHR da parte dell’ideologia post-coloniale.
Nel 2021, il Consiglio istituisce la Commissione di Inchiesta permanente (CoI) su Israele, con un mandato a tempo indeterminato, senza l’equivalente per nessun altro paese in corso di conflitto. La Commissione include esperti come Miloon Kothari e Navi Pillay (ex Alta Commissaria), e nel 2022 produce un rapporto che utilizza la categoria di “apartheid”. Nel 2023, dopo il 7 ottobre, la CoI non condanna gli attacchi di Hamas nelle prime settimane, suscitando scandalo internazionale.
Il 7 ottobre segna un punto di rottura. L’attacco di Hamas — con 1.200 morti, stupri di massa documentati, sequestro di 251 ostaggi — viene inizialmente ignorato o relativizzato da voci ufficiali dell’OHCHR. La Relatrice Speciale Francesca Albanese parla di “resistenza”. L’Alto Commissario Volker Türk ci mette giorni a condannare gli stupri, e le prime dichiarazioni sono formulate con un equilibrismo che molti ritengono indecente rispetto alla gravità dei fatti.
Nella risposta militare israeliana a Gaza, invece, il meccanismo si attiva in pochi giorni: sessioni speciali, risoluzioni, mandati investigativi. La Relatrice Speciale Albanese inizia a utilizzare la parola “genocidio” in comunicati e interviste, superando il limite del suo mandato e trasformando una categoria giuridica in slogan politico. Il Consiglio, in questa fase, non è più un’istituzione che applica il diritto internazionale: è un partecipante attivo di una narrativa politica.
6. L’ideologia del campismo: i tre pilastri
Il campismo al Consiglio non è pura tattica politica: ha una base ideologica coerente che si è formata nell’arco di due decenni. Questa ideologia poggia su tre pilastri.
Primo pilastro: la moralizzazione della sovranità post-coloniale
Il primo pilastro è la trasformazione del principio di non ingerenza — eredità del movimento di non allineamento — in una dottrina morale. Secondo questa dottrina, i paesi del Sud globale, avendo subito il colonialismo, hanno un diritto morale alla non interferenza che i paesi del Nord globale non possono rivendicare per sé. Questo asimmetria morale autorizza una doppia applicazione degli standard.
Nella pratica, ciò significa: le violazioni nei paesi del Sud vengono contestualizzate come conseguenze del colonialismo o come forme di autodeterminazione; le azioni dei paesi del Nord (o dei loro alleati, come Israele) vengono trattate come espressioni strutturali del dominio coloniale. La sovranità è dunque moralizzata: proteggere un regime africano o asiatico da investigazioni è un gesto anti-coloniale; criticare Israele è anti-coloniale per definizione.
Questo schema ideologico permette di sostenere posizioni altrimenti contraddittorie. La Cina che reprime gli uiguri — un popolo colonizzato — è paradossalmente protetta dallo stesso frame anti-coloniale. Il meccanismo di selezione è politico, non principiale: il frame anti-coloniale viene applicato quando protegge gli alleati, ignorato quando li condannerebbe.
Secondo pilastro: la costruzione di Israele come eccezione morale
Il secondo pilastro è l’ideologema centrale del campismo all’HRC: Israele non è un paese come gli altri, ma un’anomalia sistemica, un caso categorialmente distinto. Questa costruzione si è sedimentata progressivamente attraverso il vocabolario: da “occupazione” a “apartheid” a “genocidio”, ogni passo ha ampliato la distanza normativa tra Israele e gli altri stati.
La costruzione funziona attraverso tre meccanismi retorici. Il primo è la de-contestualizzazione: le azioni israeliane vengono sempre presentate senza il contesto del conflitto armato in corso, delle operazioni terroristiche, della struttura di sicurezza imposta dalle azioni di Hamas o Hezbollah. Il secondo è la massimizzazione: ogni azione militare viene inquadrata nella categoria più grave disponibile nel diritto internazionale. Il terzo è la singolarizzazione: i confronti con situazioni analoghe in altri conflitti vengono evitati sistematicamente, rafforzando l’impressione che il caso israeliano sia unico.
Il risultato è che Israele esiste al Consiglio in una dimensione normativa separata: non è soggetto alle stesse procedure, agli stessi standard probatori, agli stessi equilibri retorici che si applicano a tutti gli altri. Questo non è il prodotto di analisi giuridica: è il prodotto di una scelta politica reiterata e istituzionalizzata.
Terzo pilastro: la fine dello stato come orizzonte
Il terzo pilastro è più sottile ma forse il più significativo: l’uso sistematico del frame dei diritti umani per delegittimare non singole politiche, ma l’esistenza stessa di certi stati. Nel caso di Israele, la progressione dal criticare l’occupazione al contestare il diritto all’esistenza come stato ebraico è avvenuta gradualmente, con il linguaggio dei diritti come vettore.
Questo processo è visibile nella linguistica dei mandati. Fino al 2015, i testi ufficiali usavano “occupazione” e “colonie”. Dal 2016, “pulizia etnica” compare in documenti ufficiali. Dal 2022, “apartheid” entra nei rapporti ufficiali. Dal 2023-24, il termine “genocidio” è utilizzato da Relatori Speciali in servizio attivo in comunicazioni ufficiali o semi-ufficiali.
Ogni passo semantico ha conseguenze pratiche. “Apartheid” e “genocidio” non sono aggettivi valutativi: sono categorie giuridiche che, se riconosciute, attivano obblighi giuridici internazionali per tutti gli stati, incluso quello di non cooperare con lo stato accusato. Usare queste categorie nel linguaggio dei Relatori Speciali è, dunque, un atto di lawfare: utilizzare il diritto internazionale come arma politica.
7. I meccanismi concreti: come opera il campismo
Le risoluzioni automatiche
Il meccanismo più visibile del campismo è la produzione seriale di risoluzioni contro Israele in ogni sessione ordinaria del Consiglio. La sessione di settembre di ogni anno include quasi invariabilmente da tre a cinque risoluzioni sul conflitto israelo-palestinese, adottate con le stesse coalizioni di voto, con testi che si ripetono con modifiche marginali.
Il carattere automatico di queste risoluzioni è dimostrato dalla loro insensibilità agli eventi: vengono adottate indipendentemente dal fatto che ci sia un escalation militare in corso, una tregua, un processo di pace, o semplicemente un periodo di relativa calma. Sono prodotti istituzionali ciclici, non risposte a situazioni contingenti.
Le ONG di facciata
Un meccanismo meno visibile ma egualmente potente è il ruolo delle organizzazioni non governative accreditate al Consiglio che fungono da strutture ausiliarie del campismo. Molte ONG con accreditamento ECOSOC che intervengono nelle sessioni del Consiglio su Israele/Palestina ricevono finanziamenti da governi — Qatar, Turchia, Iran, Arabia Saudita, in alcuni casi — o sono direttamente collegate a strutture governative.
Il problema non è solo il finanziamento: è il ruolo epistemico. Queste ONG producono rapporti che vengono citati dai Relatori Speciali come fonti indipendenti, citati nelle risoluzioni come basi fattuali, e poi usati nelle corti internazionali come evidenza. Il circuito chiude su sé stesso: la fonte è presentata come indipendente, ma è parte dell’ecosistema campista.
Tra le organizzazioni più controverse: Al-Haq, il cui direttore Shawan Jabarin è stato più volte segnalato per legami con il PFLP (designato organizzazione terroristica da Israele, UE, USA); Defense for Children International – Palestine, accusata da Israele di avere al suo vertice persone con legami con Hamas; il Centre for Constitutional Rights, che ha sistematicamente litigato solo in un senso su questioni israelo-palestinesi.
Le sessioni speciali selettive
Il meccanismo delle sessioni speciali è progettato per rispondere a crisi urgenti. In teoria, qualsiasi crisi grave dovrebbe attivare questo meccanismo. In pratica, le sessioni speciali vengono convocate con una frequenza decrescente man mano che il paese imputato si avvicina al centro del blocco campista.
Su Gaza: sei sessioni speciali tra il 2006 e il 2024. Su Myanmar: tre sessioni speciali (ma il Myanmar non ha protezioni di blocco forti). Su Ucraina: una sessione speciale nel 2022, approvata di misura. Su Xinjiang: nessuna sessione speciale mai. Su Yemen, dove Arabia Saudita ed Emirati conducono operazioni militari con decine di migliaia di vittime civili: un meccanismo di monitoraggio istituito nel 2017 e poi smantellato nel 2021 proprio con il voto del blocco OIC. Su Siria: commissione di inchiesta dal 2011, ma meccanismi di follow-up ostacolati.
La distribuzione delle sessioni speciali è essa stessa la mappa del campismo.
La Revisione Periodica Universale come teatro
La Revisione Periodica Universale (UPR) è presentata come il principale strumento di universalità del Consiglio: ogni paese viene esaminato ogni quattro anni e mezzo. In teoria, è uno strumento democratizzante. In pratica, la UPR è diventata anch’essa un’arena campista.
Durante la UPR, i paesi si scambiano raccomandazioni. Ma il blocco campista coordina le proprie raccomandazioni: i paesi del blocco OIC-Africa presentano raccomandazioni blandissime gli uni agli altri, raccomandazioni aggressive verso Israele, e raccomandazioni tematicamente vuote verso la Cina (spesso si tratta di lodi ai “progressi nello sviluppo” o alla “riduzione della povertà”). Il meccanismo tecnico è neutro; il contenuto politico è completamente determinato dal campismo.
Il personale: rapporteur, carriere e cooptazione
8. I Relatori Speciali: tra mandato e ideologia
I Relatori Speciali (SR) sono esperti indipendenti nominati dal Consiglio per monitorare situazioni specifiche o temi tematici. Sono unpaid, dunque non dipendenti dall’ONU sul piano contrattuale, ma operano con il logo e le risorse dell’OHCHR, hanno accesso privilegiato ai governi, ai media e agli organismi internazionali, e la loro produzione — rapporti, comunicazioni, visite-paese — ha un peso politico e giuridico reale.
Il sistema dei Relatori Speciali, nella sua concezione originaria, doveva produrre expertise tecnica indipendente. In una parte significativa della sua storia recente, ha prodotto militanza ideologica con la copertura dell’expertise. Questo non vale per tutti i Relatori, ma è diventato un pattern sufficientemente sistematico da richiedere un’analisi strutturale.
I casi più problematici
Richard Falk (2008–2014, SR sui territori palestinesi): Falk è il caso paradigmatico di ideologizzazione del mandato. Professore emerito di Princeton, già noto per posizioni contraddittorie sul regime iraniano dopo il 1979 e per aver diffuso teoria dei complotti sull’11 settembre, Falk ha prodotto rapporti in cui il sistema di sicurezza israeliano veniva descritto come “apartheid” e in cui il linguaggio del diritto internazionale era sistematicamente usato per sostenere conclusioni politiche predeterminate. Nel 2011 pubblica sul suo blog una vignetta antisemita, poi rimossa. L’OHCHR non ha preso provvedimenti disciplinari.
Francesca Albanese (2022–presente, SR sui territori palestinesi): Albanese è la figura più controversa dell’attuale ciclo. Prima della nomina, aveva pubblicato scritti in cui minimizzava l’antisemitismo nel discorso pro-palestinese, e aveva fatto affermazioni fortemente critiche nei confronti della lobbying israeliana negli USA. Da Relatrice, ha superato sistematicamente i limiti del suo mandato: ha usato il termine “genocidio” prima di qualsiasi determinazione giuridica da parte di organi competenti, ha rilasciato dichiarazioni immediatamente dopo il 7 ottobre che erano meno di una condanna del massacro e degli stupri di massa, e ha pubblicato un rapporto — “Anatomy of a Genocide” (2024) — che costituisce un documento politico-giornalistico più che un’analisi giuridica. Il suo mandato è stato rinnovato con il voto del blocco campista nonostante le proteste formali di diversi governi.
Jean Ziegler (2000–2008, SR sul diritto al cibo): Ziegler è una figura che trascende il Consiglio: politico svizzero, ex eurodeputato, vicepresidente del Consiglio consultivo dei diritti umani ONU fino al 2015. Nel 1989 ha co-fondato il Premio Muammar Gheddafi per i diritti umani (sic), e lo ha ricevuto personalmente nel 2002. Ha sostenuto pubblicamente movimenti e regimi — tra cui Cuba, Venezuela, Zimbabwe — con record problematici sui diritti. La sua visibilità istituzionale ONU non è mai stata compromessa da queste posizioni.
Idriss Jazairy (2014–2020, SR sulle misure coercitive unilaterali): Il mandato di Jazairy è quello che nella pratica funziona come principale strumento di opposizione alle sanzioni occidentali. Jazairy ha prodotto rapporti in cui le sanzioni USA/UE su Russia, Iran, Venezuela, Cuba vengono trattate come violazioni dei diritti umani, senza mai comparare l’impatto delle sanzioni con quello delle politiche interne dei governi sanzionati. Il mandato è stato istituzionalizzato proprio per creare questa asimmetria.
Alfred de Zayas (2012–2018, SR per l’ordine democratico e internazionale): De Zayas ha prodotto rapporti favorevoli al Venezuela di Maduro e si è espresso contro le critiche al governo venezuelano come “ingerenza”. Ha visitato Caracas nel 2017 e prodotto una valutazione che contraddiceva la documentazione sistematica delle violazioni del regime. Ha anche prodotto tesi negazioniste sull’uso di armi chimiche in Siria, suggerendo che i rapporti fossero di parte.
Hilal Elver (2014–2020, SR sul diritto al cibo): Elver ha sistematicamente denunciato le sanzioni come principale causa di insicurezza alimentare nei paesi colpiti, senza mai analizzare il ruolo delle politiche interne dei governi. Ha visitato la Corea del Nord e prodotto un rapporto che attribuiva la carestia nordcoreana principalmente alle sanzioni, ignorando il sistema di allocazione delle risorse del regime.
Nils Melzer (2016–2022, SR sulla tortura): Melzer è noto soprattutto per il suo coinvolgimento nel caso Julian Assange, di cui divenne un sostenitore appassionato ben oltre il suo ruolo istituzionale, e per la campagna mediatica in cui sostenne che Assange era vittima di tortura psicologica sistematica da parte di stati democratici. Pur trattandosi di un caso legittimo di difesa dei diritti, il modo in cui Melzer usò il mandato ONU come piattaforma di campagna personale è problematico per l’indipendenza procedurale del ruolo.
Michael Lynk (2016–2022, SR sui territori palestinesi): Lynk ha prodotto il primo rapporto ufficiale ONU che usa in modo esteso la categoria giuridica di “apartheid” per descrivere il sistema israeliano in Cisgiordania e Gaza. Il rapporto del 2022, approvato dal Consiglio con il voto del blocco campista, ha fissato l’“apartheid” nel vocabolario ufficiale ONU, con conseguenze durature per il lawfare internazionale.
Leilani Farha e Balakrishnan Rajagopal (SR sull’alloggio): Il mandato sull’alloggio è diventato un veicolo per critiche sistemiche al modello di mercato immobiliare dei paesi occidentali. Farha ha usato il mandato per campagne sulla “finanziarizzazione” degli alloggi, tematiche legittime ma sistematicamente applicate solo ai paesi OCSE, mai ai sistemi di controllo statale degli alloggi in Cina o Cuba.
Tlaleng Mofokeng (2020–presente, SR sulla salute): Mofokeng ha prodotto linguaggio e framework estremamente ideologizzati, incluso un approccio alla “salute sessuale” che ignora sistematicamente i sistemi di controllo del corpo delle donne nei paesi islamici, mentre è molto critica verso le politiche sanitarie occidentali.
Miloon Kothari (membro CoI su Israele): Kothari, membro della Commissione di Inchiesta permanente su Israele, ha rilasciato nel 2022 un’intervista in cui si chiedeva perché Israele “fosse ammesso alle Nazioni Unite”. La dichiarazione, che mette in discussione il diritto all’esistenza di uno stato membro dell’ONU, ha causato uno scandalo istituzionale. L’Alto Commissario Bachelet ha chiesto un passo indietro, ma Kothari è rimasto in carica.
9. I meccanismi di cooptazione: come si compra un Relatore
Il rapporto di UN Watch pubblicato nel 2023, “From Watchdogs to Ideologues”, documenta in modo sistematico il problema della cooptazione dei Relatori Speciali da parte di governi autoritari. Il meccanismo non è sempre corruzione diretta: include premi, onorificenze, incarichi retribuiti, visti selettivi per visite-paese, e la struttura degli incentivi di carriera dell’ambiente accademico e delle ONG.
Finanziamenti ombra e premi
Diversi Relatori Speciali hanno accettato premi, honorary degrees o speaking fees da governi o fondazioni collegate a governi che erano o potevano essere soggetti al loro mandato. Jean Ziegler ha co-fondato il Premio Gheddafi. Idriss Jazairy era un diplomatico algerino di carriera prima di diventare SR. Alcuni SR hanno accettato inviti a conferenze finanziate da Qatar o da think-tank cinesi senza disclosure adeguata.
Il meccanismo è sottile: non si tratta di buste con contanti. Si tratta di inserimento in circuiti di influenza in cui l’SR diventa un attore apprezzato dalla rete di alleanze del paese sponsor, e in cui le aspettative implicite orientano la produzione dei rapporti. La struttura dell’incentivo è quella di qualsiasi lobbying sofisticato: non compro il voto, creo l’ambiente in cui il votante arriva spontaneamente alle conclusioni che mi convengono.
I visti selettivi come premio/punizione
I Relatori Speciali chiedono ai governi visite-paese (country visits) per svolgere indagini sul campo. L’accettazione o il rifiuto di questi inviti è discrezionale: nessun governo è obbligato ad accettare. Il risultato è che i governi cooperativi — spesso democrazie liberali — ricevono visite che producono critiche, mentre i governi restrittivi — Cina, Russia, Arabia Saudita — rifiutano le visite o le ritardano all’infinito, creando un’asimmetria nel volume di documentazione disponibile.
I SR che si mostrano “cooperativi” con certi governi ricevono più facilmente accessi. Quelli che sono percepiti come ostili vedono le loro richieste rifiutate. Su un orizzonte di carriera, questo crea un segnale: essere percepito come ostile da certi governi ha costi professionali.
Le ONG come intermediari
Il sistema delle ONG accreditate funge da interfaccia tra i governi sponsor e i Relatori Speciali. Il meccanismo funziona così: un governo finanzia (direttamente o attraverso fondazioni collegate) una o più ONG che operano nell’area tematica del mandato. Le ONG forniscono all’SR documentazione, analisi, contatti sul campo. L’SR cita le ONG nei propri rapporti come fonti. La documentazione — in realtà prodotta nell’orbita del governo sponsor — appare nel rapporto ufficiale ONU come evidenza indipendente.
Il Dipartimento dell’Interno israeliano ha designato sei ONG palestinesi come organizzazioni terroristiche nel 2021, tra cui il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, che aveva strutture collegate a diverse delle ONG attive a Ginevra. La designazione è contestata; ma ha sollevato pubblicamente la questione delle sovrapposizioni tra attivismo umanitario e militanza armata, aprendo un dibattito che l’OHCHR ha evitato di affrontare.
Think tank governativi e violazioni del codice di condotta
Il codice di condotta per i Relatori Speciali e gli esperti del Consiglio (risoluzione 5/2 del 2007) stabilisce standard di imparzialità, obiettività e non discriminazione. Vieta esplicitamente di agire in modo compatibile con un interesse personale o di terzi e di fare dichiarazioni che vadano oltre il mandato assegnato.
Le violazioni documentate da UN Watch includono: Relatori che hanno rilasciato interviste a media di stato di paesi coperti dal loro mandato senza disclosure; SR che hanno firmato petizioni politiche su questioni inerenti il loro mandato prima di produrre rapporti; SR che hanno partecipato a conferenze organizzate da think-tank governativi di paesi con i quali avevano relazioni di voto favorevoli. Nessuna di queste violazioni ha mai portato a procedimenti disciplinari formali.
L’organigramma del potere: Türk, Guterres e la struttura OHCHR
10. Chi comanda: la struttura Türk e il suo rapporto con Guterres
L’Alto Commissario per i Diritti Umani è nominato dal Segretario Generale dell’ONU e confermato dall’Assemblea Generale. È un incarico politico: non esiste una procedura di selezione competitiva aperta. L’Alto Commissario risponde formalmente all’AG e al Consiglio, ma nella pratica la sua indipendenza dipende interamente dalla volontà del Segretario Generale di tutelarla.
Volker Türk, austriaco, già Alto Commissario Aggiunto dell’UNHCR, è stato nominato Alto Commissario nel 2022 da António Guterres. Türk è un diplomatico multilaterale di carriera, con una formazione e una sensibilità vicine alla cultura dei diritti umani onusiana. La sua gestione del post-7 ottobre — i giorni di ritardo nel condannare gli stupri di Hamas, la gestione cauta delle dichiarazioni di Albanese — ha sollevato critiche che Türk ha respinto come “tentativi di strumentalizzazione politica”.
Il rapporto tra Türk e Guterres riflette una tensione strutturale: il Segretario Generale ha bisogno del Consiglio di Sicurezza per la sua carica, e il CS è dominato da grandi potenze che non vogliono un OHCHR troppo attivo sui propri dossier. L’Alto Commissario, in teoria, dovrebbe essere una voce autonoma. In pratica, opera in un vincolo politico molto stretto.
La genealogia delle nomine: sempre gli stessi
La storia delle nomine all’OHCHR riflette una logica di rotazione geografica e politica che non è neutrale. José Ayala Lasso (Ecuador, 1994-1997): discreta. Mary Robinson (Irlanda, 1997-2002): più assertiva, si scontrò con USA e Israele alla Conferenza di Durban del 2001. Sérgio Vieira de Mello (Brasile, 2002-2003): ucciso a Baghdad, mandato brevissimo. Louise Arbour (Canada, 2004-2008): più aggressiva sulle democrazie. Navi Pillay (Sudafrica, 2008-2014): fortemente critica verso Israele, membro successivamente della CoI permanente su Israele. Zeid Ra’ad Al Hussein (Giordania, 2014-2018): critico di Trump e Orban, scontrò con Russia. Michelle Bachelet (Cile, 2018-2022): gestione controversa del dossier Xinjiang. Türk (Austria, 2022-presente).
Il pattern: con eccezioni, i nomi che emergono sono figure gradite ai blocchi di voto che contano a Ginevra. Le nomine “orientate ai diritti” che suscitano entusiasmo nelle ONG tendono ad essere attivisti su temi occidentali (migrazione, povertà, clima) e caute sui temi che irriterebbero OIC e Africa Group. Le eccezioni esistono, ma confermano la regola: Arbour e Hussein hanno pagato prezzo politico per la loro assertività.
Chi è in predicato dopo Türk
Il meccanismo delle nomine suggerisce che il successore di Türk sarà quasi certamente un diplomatico del Sud globale, con profilo non conflittuale verso il blocco OIC-Africa e con background nei diritti socioeconomici piuttosto che nelle libertà civili. I nomi che circolano negli ambienti diplomatici già dal 2024 includono figure dell’Asia del Sud-Est e dell’Africa subsahariana, con carriere costruite nell’ONU e nelle organizzazioni regionali. Nessuno dei nomi in circolazione ha una reputazione di confronto diretto con Cina o Russia.
11. Il parallelo con la Croce Rossa Internazionale
Il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) offre un parallelo istruttivo per capire dove l’OHCHR è arrivato e dove potrebbe andare. Il CICR ha scelto da decenni una dottrina di riservatezza operativa: conduce ispezioni nei luoghi di detenzione, documenta le violazioni, le comunica ai governi in modo confidenziale, e pubblica solo quando il dialogo riservato ha esaurito le sue possibilità.
Questa dottrina ha un costo di visibilità: il CICR è meno presente nel dibattito pubblico, non produce dichiarazioni quotidiane, non ha Relatori che rilasciano interviste. Ma ha un vantaggio funzionale: mantiene l’accesso. Può entrare nelle carceri nordcoreane, nei campi di detenzione cinesi (o ci prova), nelle prigioni di regimi con cui un’organizzazione più apertamente critica non avrebbe alcun rapporto.
L’OHCHR e il Consiglio hanno scelto un modello opposto: massima visibilità, dichiarazioni frequenti, linguaggio assertivo. Il vantaggio è politico: la pressione pubblica. Lo svantaggio è che, quando le dichiarazioni sono sistematicamente asimmetriche — aggressive verso certi paesi, silenziose verso altri — l’effetto sulla percezione non è di maggiore credibilità ma di minore.
Il parallelo suggerisce una domanda: l’OHCHR ha sacrificato l’efficacia funzionale sull’altare della visibilità politica? E se sì, a vantaggio di chi?
Perché il campismo è così potente e le sue implicazioni
12. La demografia dell’ONU e il potere dei numeri
Il campismo è potente perché riflette una realtà demografica e geopolitica: il mondo non è a maggioranza liberale. Su 193 stati membri dell’ONU, circa 90 sono classificabili, in vari gradi, come autocrazie, democrazie illiberali o stati di competizione limitata, secondo i principali indici (Freedom House, Economist Intelligence Unit, V-Dem). Questi paesi, nelle questioni che toccano la loro autonomia interna, si muovono in modo solidale.
La matematica del voto all’Assemblea Generale e al Consiglio dei Diritti Umani riflette questa distribuzione. I paesi OCSE — le democrazie liberali più sviluppate — sono circa 37 su 193. Al Consiglio dei Diritti Umani, dove i seggi WEOG sono 7 su 47, la sproporzione è ancora più acuta. Questo non è un difetto del sistema: è il sistema.
Il campismo è potente anche perché ha risorse. La Cina investe miliardi nella diplomazia multilaterale. Il Qatar finanzia una rete di organizzazioni della società civile, media e think-tank a livello globale. L’Arabia Saudita gestisce l’OIC come uno strumento diplomatico attivo. Contro questi investimenti, i governi occidentali portano avvocati migliori e meno voti.
Il campismo è potente, infine, perché occupa il campo semantico: ha colonizzato il linguaggio dei diritti umani, adattandolo alle proprie esigenze. Quando “diritti umani” viene usato per proteggere regimi che torturano e per condannare democrazie che conducono operazioni militari, il termine perde il suo contenuto normativo e diventa un’arma politica. Il campismo non distrugge il sistema dei diritti umani: lo svuota dall’interno.
13. Il Consiglio non è un organo universale: è un’arena campista
La conclusione analitica più importante di questo saggio è anche la più scomoda: il Consiglio per i Diritti Umani non è e non può essere, nella sua forma attuale, un organo universale di monitoraggio neutrale dei diritti umani. È un’arena politica in cui stati portano interessi nazionali e ideologici, coperti dal linguaggio dei diritti.
Questo non significa che il Consiglio non produca nulla di valore: alcuni mandati tematici funzionano bene, alcune investigazioni su crisi non protette da blocchi forti hanno avuto risultati concreti, alcuni rapporti della UPR contengono analisi utili. Ma queste isole di funzionalità esistono nonostante la struttura campista, non grazie ad essa.
La domanda politica che rimane aperta è cosa fare. Le opzioni storicamente esplorate includono: ritiro strategico (USA sotto Trump nel 2018, Israele che non partecipa), riforma istituzionale (vari tentativi falliti), engagement critico (posizione attuale di UE e USA post-2021). Nessuna di queste opzioni risolve il problema strutturale: finché il meccanismo di voto permette a una coalizione di autocrazie di dettare l’agenda, il Consiglio sarà un’arena campista.
14. L’output asimmetrico del Lawfare
Il termine “lawfare” indica l’uso strategico del diritto internazionale come arma in un conflitto politico o militare. Il Consiglio e i suoi Relatori Speciali sono diventati uno dei principali vettori di lawfare asimmetrico: producono output giuridico-normativo — rapporti, risoluzioni, comunicazioni, dichiarazioni — che viene poi usato in altre arene — Corte Penale Internazionale, Corte Internazionale di Giustizia, corti nazionali, campagne di boicottaggio — con effetti politici e giuridici reali.
L’asimmetria di questo output è documentabile su tre piani. Primo: il silenzio sistematico sulle violazioni dei paesi protetti dal campismo. Gli uiguri nello Xinjiang non hanno un Relatore Speciale dedicato. Le donne in Iran, che dal 2022 conducono una delle più coraggiose campagne di resistenza non violenta della storia contemporanea, non hanno mai avuto una sessione speciale dedicata, nonostante le centinaia di morti per repressione. I dissidenti cubani, i prigionieri politici venezuelani, i cristiani perseguitati in Nigeria non hanno mandati comparabili a quelli su Israele/Palestina.
Secondo: l’attacco frontale alle sanzioni. Il mandato sulle misure coercitive unilaterali è un meccanismo progettato specificamente per opporre resistenza istituzionale agli strumenti di pressione che USA e UE usano contro i regimi autoritari. I Relatori in questo mandato hanno sistematicamente prodotto rapporti che equiparano le sanzioni a violazioni dei diritti umani, fornendo copertura normativa ai regimi colpiti e argomenti ai loro avvocati.
Terzo: la delegittimazione permanente di Israele. Attraverso la sedimentazione progressiva del vocabolario — occupazione, apartheid, genocidio — e la produzione seriale di risoluzioni e rapporti, l’HRC ha costruito un corpus normativo-politico che viene usato: nei procedimenti alla CPI e alla CIG; nelle campagne BDS; nelle risoluzioni parlamentari di diversi paesi; nelle petizioni di accuse presentate da paesi terzi. L’obiettivo dichiarato di questo corpus è l’isolamento diplomatico e giuridico di Israele. La struttura che lo produce è il Consiglio.
15. Le implicazioni politiche per i paesi democratici
Per i governi delle democrazie liberali, la domanda pratica è come gestire un’istituzione che produce output dannosi pur avendo una struttura che non può essere facilmente riformata. Le risposte coerenti richiedono di fare tre cose.
La prima è smettere di finanziare senza condizionamenti. I contributi volontari all’OHCHR da parte di stati europei e USA ammontano a centinaia di milioni di dollari annui. Questi contributi non sono accompagnati da condizionamenti sulla neutralità dell’output. Una politica di condizionamento — niente fondi per mandati o produzioni che violino il codice di condotta — cambierebbe la struttura degli incentivi dell’istituzione.
La seconda è sistematizzare il contrasto all’interno. UN Watch e altre organizzazioni della società civile fanno già questo lavoro, ma con risorse limitate e senza il sostegno diretto dei governi. Un investimento sistematico nel contro-narrativo tecnico-giuridico — con la stessa qualità di documentazione che producono le ONG campiste — modificherebbe il rapporto di forze.
La terza è essere più onesti sull’istituzione. Il discorso pubblico occidentale sull’OHCHR tende a oscillare tra entusiasmo istituzionale (quando produce output graditi) e silenzi imbarazzati (quando produce output problematici). Una valutazione onesta e sistematica, che riconosca sia le funzioni che le patologie, servirebbe a capire meglio cosa vale la pena difendere e cosa vale la pena riformare.
Conclusione: il diritto come arena
Il Consiglio ONU per i Diritti Umani nasce da una promessa di universalismo — la stessa promessa che aveva animato la Commissione che sostituiva. La promessa è stata disattesa non per cattiva volontà di singoli attori, ma per una struttura istituzionale che incorporava le contraddizioni del sistema multilaterale senza dotarsi di anticorpi efficaci.
Il campismo che abbiamo descritto non è un incidente: è l’equilibrio naturale di un sistema di voto in cui la maggioranza non è liberale. La costruzione di Israele come eccezione morale non è una distorsione accidentale: è il prodotto di vent’anni di investimento politico sistematico da parte di una coalizione che ha trovato in questo obiettivo il massimo comune denominatore. L’ideologia post-coloniale non è uno sfondo neutro: è il framework intellettuale che legittima l’asimmetria.
Capire tutto questo non significa rifiutare l’idea che i diritti umani possano essere tutelati a livello internazionale. Significa riconoscere che le istituzioni sono prodotti politici, che il diritto internazionale è anche un’arena di potere, e che la credibilità di un’istituzione si misura sulla coerenza dell’applicazione dei suoi principi, non sull’intensità della sua retorica.
Il Consiglio oggi produce più retorica che coerenza. Questo è il problema.
Appendice: note metodologiche
I dati sulle votazioni al Consiglio sono tratti dai verbali ufficiali dell’HRC (hrcvoting.unog.ch) e dal database di UN Watch (unwatch.org). I riferimenti ai Relatori Speciali e ai loro rapporti si basano sulle pagine ufficiali dell’OHCHR. Il rapporto “From Watchdogs to Ideologues” di UN Watch (2023) è accessibile sul sito dell’organizzazione. I dati sulle valutazioni di democraticità degli stati ONU sono tratti da Freedom House Freedom in the World 2024. I riferimenti al finanziamento OHCHR si basano sui rapporti annuali di bilancio pubblici. Le posizioni attribuite ai singoli Relatori Speciali sono documentate dalle loro dichiarazioni ufficiali, comunicati stampa e rapporti, pubblicamente accessibili sul sito OHCHR.
E’ possibile avere informazioni aggiuntive ai link:
Bias at the United Nations Human Rights Council
https://www.eng.arenajournal.org.il/single-post/2018/09/28/resnick-unhrc-eng
International Journal of Human rights Council at 16: a creature of compromise or a compromised creature [pdf]
https://www.tandfonline.com/doi/abs/10.1080/13642987.2022.2061952



