HomeUncategorizedL’OMBRA DEL SILENZIO: PIZZABALLA E LE COLPE STORICHE

L’OMBRA DEL SILENZIO: PIZZABALLA E LE COLPE STORICHE

Di Elisa Garfagna

​La questione che oggi avvolge la figura del Cardinale Pierbattista Pizzaballa non può essere liquidata come una semplice crisi diplomatica in terra straniera. Al contrario, essa rappresenta il punto di rottura di una diga che per decenni ha cercato di contenere, con alterno successo, i detriti di un antisemitismo mai del tutto sradicato e oggi rinvigorito da mille pretesti ideologici. Il Patriarca di Gerusalemme si trova oggi a gestire non solo le tensioni di un conflitto devastante, ma anche l’eredità pesante di una Chiesa che, nei suoi massimi vertici e attraverso i suoi plenipotenziari, ha spesso preferito l’ambiguità della diplomazia alla chiarezza della verità storica.

​L’antisemitismo contemporaneo ha trovato una nuova linfa vitale, travestendosi da critica politica o da afflato umanitario, ma la sua radice rimane la stessa: la ricerca di un capro espiatorio. Le comunità ebraiche si ritrovano strette in una morsa di odio incentivato da una narrazione che la Santa Sede, negli ultimi due sogli pontifici, non ha saputo o voluto contrastare con la necessaria fermezza. Analizzare la “vicenda Pizzaballa” significa dunque scoperchiare il velo sulle omissioni sistematiche che hanno caratterizzato il rapporto tra il Vaticano e l’ebraismo nell’ultimo ventennio, evidenziando come la prudenza politica si sia spesso trasformata in una pericolosa zona grigia.

​Il passaggio dal pontificato di Benedetto XVI a quello di Francesco segna un continuum di zone d’ombra che meritano un’analisi severa. Nella stagione di Joseph Ratzinger, emerge il ritratto di una Chiesa che, pur cercando un dialogo teologico raffinato, è incappata in scelte che hanno riaperto ferite mai rimarginate. Non si è trattato solo di incidenti di percorso, come la riammissione dei vescovi lefebvriani tra cui spiccavano note voci negazioniste, ma di una visione strategica dei plenipotenziari di allora che ha spesso sacrificato la sensibilità ebraica sull’altare della riconciliazione interna con le frange più reazionarie del cattolicesimo. Quei silenzi, quelle mancate sanzioni definitive verso chi alimentava il pregiudizio nel nome di una tradizione malintesa, hanno offerto un primo, pericoloso paravento a chi cercava legittimazione per il proprio livore antisemita sotto il manto della dottrina.

​Con l’avvento di Francesco, lo scenario è mutato nella forma ma non nella sostanza delle sue criticità più profonde. La “geopolitica della misericordia” di Bergoglio, orientata a un abbraccio universale che spesso finisce per livellare le responsabilità storiche, ha prodotto un effetto paradossale. Invocando una neutralità che talvolta sfocia in una sorta di equidistanza morale tra vittima e carnefice, il Soglio di Pietro ha lasciato spazio a interpretazioni ambivalenti. I suoi rappresentanti, muovendosi tra le macerie di un Medio Oriente in fiamme, hanno talvolta utilizzato un linguaggio che, pur parlando di pace, ha finito per rinfocolare vecchi stereotipi. Questo ha permesso che la critica, pur legittima, alle politiche di uno Stato scivolasse pericolosamente verso la demonizzazione dell’identità ebraica tout court, senza che da Roma arrivasse quella parola definitiva capace di scindere il piano politico da quello dell’odio razziale e religioso.

​Le colpe storiche non risiedono però solo nella figura dei Pontefici, ma in quella rete di “uomini d’ordine” cioè i Segretari di Stato e i plenipotenziari di Curia, che hanno gestito i dossier più caldi dietro le quinte. È in quegli uffici che l’omissione è diventata un vero e proprio metodo di governo. Si è scelto spesso di tacere di fronte all’uso strumentale della sofferenza per giustificare attacchi diretti alle comunità della diaspora; si è preferito non vedere come certi ambienti cattolici, sia progressisti che conservatori, stessero riabbracciando, sotto nuove spoglie, la teologia della sostituzione. In questo contesto, la figura di Pizzaballa diventa il terminale di una politica vaticana che sembra aver smarrito la bussola del “mai più”, trasformandolo troppo spesso in un “dipende dalle circostanze”.

​Il vero focus della questione risiede nel modo in cui la mancata presa di posizione netta contro le nuove forme di antisemitismo sia diventata essa stessa un incentivo all’odio. Quando l’istituzione ecclesiastica non distingue chiaramente tra la necessaria difesa dei diritti umani e la propaganda che mira alla delegittimazione di un intero popolo, essa abdica al suo ruolo di guida etica globale. Le omissioni degli ultimi anni hanno creato un vuoto pneumatico in cui si sono inseriti con prepotenza gli ideologi del pregiudizio, certi che dalle sacre stanze non sarebbe arrivata alcuna condanna specifica, ma solo generici appelli alla fratellanza che, proprio per la loro vaghezza, finiscono per non disturbare gli intolleranti e non proteggere i perseguitati.

​L’insistenza su questo fronte analitico è dunque una necessità impellente per chiunque voglia comprendere la deriva attuale. Bisogna evidenziare come la vicenda di Gerusalemme sia lo specchio di una gestione plenipotenziaria che ha trattato l’antisemitismo come una variabile diplomatica, una fiche da giocare al tavolo delle grandi potenze, anziché come un male assoluto da estirpare con coraggio profetico. Le comunità ebraiche, oggi più che mai esposte a un ritorno di fiamma dell’odio globale, leggono in questi silenzi una forma di abbandono che ha radici antiche e complici moderni estremamente attivi.

​In conclusione, la storia non è clemente con chi sceglie la via della parzialità camuffata da prudenza. La vicenda di Pizzaballa e il clima che la circonda non sono fatti isolati, ma i sintomi di una Chiesa che deve ancora fare i conti con i propri fantasmi interni e con i propri rappresentanti che, per calcolo geopolitico o per cronica miopia, hanno permesso all’odio di rialzare la testa. Non è più accettabile che i pretesti per incentivare l’odio verso le comunità ebraiche trovino ancora una volta una sponda, seppur tacita, nei silenzi di Roma. È giunto il momento che la verità storica e la coerenza morale prendano il posto della strategia di palazzo, prima che i “mille pretesti” si trasformino in una condanna definitiva per la convivenza civile e per la credibilità stessa dell’istituzione cattolica nel mondo moderno.

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