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L’Influencer

Di Elisa Garfagna e Marco Di Capua

C’è un’arte sottile nel trasformare una tragedia in una farsa geopolitica, e il mondo, quel coro di attivisti da tastiera con la kefiah d’ordinanza e cancellerie col paraocchi, sembra aver raggiunto l’apice del perfezionismo. Prendiamo il caso del cardinale Pierbattista Pizzaballa.

In un universo parallelo, ma pericolosamente simile al nostro per cinismo, il Patriarca di Gerusalemme decide di sfidare il buon senso e il fuoco incrociato pur di raggiungere il Santo Sepolcro. Risultato? Viene centrato in pieno da un missile iraniano.

Fine della storia? No. È qui che inizia lo spettacolo.

Facciamo un esercizio di fantasia.

Non appena il fumo si è diradato tra i resti della Basilica, la narrazione era già confezionata, infiocchettata e pronta per il prime time della CNN e di Al Jazeera. Non importa che il residuato bellico avesse stampato sopra un bel “Made in Iran”, né che la traiettoria fosse chiaramente arrivata da est. Per il tribunale del sentimento globale, la colpa sarebbe comunque di Israele.

Perché?

Perché Israele non ha impedito al missile di cadere? O forse perché la sola esistenza di una difesa aerea israeliana è, di per sé, un atto di aggressione?

È affascinante osservare la ginnastica mentale necessaria. Se Israele intercetta il missile, è “escalation”. Se non lo intercetta e questo colpisce un alto prelato, allora è “negligenza intenzionale” o, meglio ancora, un complotto orchestrato dal Mossad che, ovviamente, avrebbe hackerato i sistemi di guida di Teheran per farsi colpire da solo.

La logica è diventata un optional di lusso che nessuno sembra più potersi permettere.

Prima del botto fatale, naturalmente, ci sarebbe stato il solito psicodramma ai posti di blocco. La polizia israeliana, con quella fastidiosa abitudine di voler evitare che la gente muoia in zone di guerra, avrebbe provato a fermarlo.

“Per la sua sicurezza”, direbbero i ragazzi in divisa.

“Oppressione religiosa!”, urlerebbe il web.

Immaginate la scena.

Poliziotto israeliano: “Eminenza, ci sono droni e missili iraniani che piovono come grandine. Forse è meglio restare al riparo?”

Opinione pubblica occidentale: “Guardateli! Impediscono il libero culto! Israele ha paura della Croce!”

Poi il cardinale passa, il missile arriva, e improvvisamente il cattivo non è più chi ha premuto il bottone a 1.500 chilometri di distanza, ma chi non ha steso un tappeto rosso antiaereo sopra la testa del Patriarca. Se lo fermi, sei un tiranno. Se lo lasci passare e succede l’irreparabile, sei un assassino.

Israele è probabilmente l’unico Paese al mondo costretto a gestire contemporaneamente una guerra esistenziale e il ruolo di babysitter non pagato per chi cerca il martirio mediatico.

Nel frattempo, a Teheran, i mullah si godrebbero lo spettacolo sorseggiando tè. Hanno lanciato un ordigno su uno dei luoghi più sacri della cristianità, hanno ucciso un cardinale, eppure il mondo starebbe bruciando bandiere con la Stella di David.

È il marketing del terrore perfetto: colpisci il tuo nemico e lascia che i suoi detrattori facciano il lavoro sporco per te.

È quasi ammirevole, in un senso perverso.

L’Iran lancia il sasso e la mano di Israele viene accusata di averlo guidato con la forza del pensiero.

La verità è che Pizzaballa, in questo scenario ipotetico, non verrebbe trattato come vittima della guerra, ma come perfetto detonatore simbolico di una strategia che punta a isolare l’unica democrazia della regione. Per certi settori della stampa e della politica internazionale, infatti, un ebreo che si difende resta sempre più colpevole di un teocrate che attacca.

Se un missile iraniano colpisce il Santo Sepolcro, la notizia non è l’aggressione iraniana, ma il “fallimento morale” di Israele per non aver reso Gerusalemme una bolla d’acciaio impenetrabile, pur essendo sotto assedio da più fronti.

Pizzaballa diventerebbe un poster.

Non importa chi lo abbia colpito davvero. L’importante è che il suo sangue possa essere usato per imbrattare i muri di Gerusalemme, sperando che, a forza di gridare al lupo, qualcuno dimentichi chi il missile l’ha lanciato davvero.

Spoiler per i distratti: il lupo non porta la divisa di Tsahal. Parla farsi e non ha alcun interesse per la sacralità del Sepolcro, se non come bersaglio utile a impressionare social media, redazioni e coscienze selettive occidentali.

Ma ehi, non lasciamo che i fatti rovinino una buona indignazione collettiva.

Mentre scrivo questo articolo, noto di fronte a me Marcolino Di Capua, il mio creator preferito, che mi guarda come si guarda un’indemoniata che preme sui tasti del pc rischiando di bucare anche la scrivania. Si avvicina, legge quello che ho scritto fino a ora, e interviene.

Per riportare tutto alle giuste dimensioni, perché il racconto di Elisa, per quanto volutamente ironico e provocatorio, non è molto diverso da ciò che è accaduto realmente.

Sì, perché se Elisa ha raccontato cosa sarebbe accaduto se Israele avesse permesso al cardinale Pizzaballa di celebrare la consueta processione al Santo Sepolcro, quello che è successo davvero non è poi così distante dall’assurdità di questo scenario.

Ci sono politici, influencer, giornalisti, case, libri, auto, viaggi e fogli di giornale, che hanno scritto, indignati, che Israele avrebbe impedito ai cristiani di pregare.

Non hanno scritto, per esempio, che in Siria attività commerciali e centri religiosi cristiani sono stati presi d’assalto da arabo-siriani per motivi religiosi e razziali, come accade da anni nel generale silenzio. No. L’indignazione si è improvvisamente accesa perché Pizzaballa non ha potuto raggiungere il Santo Sepolcro.

Eppure la realtà, come spesso accade, è ancora più ridicola della fantasia.

Lo Stato di Israele, per motivi di sicurezza, ha disposto la chiusura dei siti religiosi. Non di quelli cristiani. Di tutti.

E Pizzaballa questo lo sa.

Israele ha comunicato la decisione il 28 febbraio 2026. Quella decisione, dunque, era nota da un mese. Non è credibile sostenere che il Patriarca non ne fosse al corrente. Sapeva perfettamente che cosa sarebbe accaduto. Sapeva che in quel contesto sarebbe stato fermato.

Ed è proprio qui che il gesto cambia natura.

Perché se tu sai da settimane che un accesso sarà impedito per ragioni di sicurezza, e scegli comunque quel momento e proprio quel luogo per forzare la scena, allora non stai subendo un incidente. Stai costruendo un incidente politico. Stai mettendo in moto, consapevolmente, una macchina simbolica e mediatica, contando sul fatto che una parte del pubblico non aspetti altro che un pretesto per accusare Israele.

Detto brutalmente: non serve essere ingenui.

Come è successo con la flottiglia. Tutto il mondo, chiunque con un po’ di buon senso, aveva spiegato ai marinai improvvisati che non si doveva forzare un blocco, soprattutto per motivi di sicurezza, ma loro lo forzarono lo stesso. E Pizzaballa, come la flottiglia, ha volontariamente forzato il blocco.

È difficile credere che Pizzaballa, uscendo di casa quella mattina, non sapesse che sarebbe stato fermato. E se lo sapeva, allora non si è trovato davanti a un’umiliazione imprevista: si è presentato all’appuntamento con essa.

Per questo la domanda, alla fine, non riguarda solo Israele. Riguarda lui.

Che tipo di uomo aspetta un mese in silenzio, per poi presentarsi nel giorno giusto, nel luogo giusto, nel momento giusto, sapendo di poter innescare una macchina del fango internazionale contro una nazione che sta combattendo per la propria sopravvivenza?

Che tipo di uomo vive sotto la protezione concreta delle libertà garantite da Israele e poi sfrutta quelle stesse libertà per colpirlo politicamente nel momento di massima vulnerabilità?

E soprattutto: siamo sicuri che tutto questo venga ancora fatto in nome della fede, oppure siamo davanti all’ennesima operazione politica travestita da offesa religiosa?

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