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L’Europa tra procedura e storia: il tramonto della politica e la prova di Hormuz

Dalla ricostruzione post-bellica alla crisi di Hormuz: perché l’Unione non può più nascondersi dietro la burocrazia

C’è un momento, nella storia delle istituzioni, in cui il linguaggio smette di descrivere il mondo e comincia a nasconderlo. L’Europa sembra vivere da anni dentro questo scarto: tra ciò che accade e ciò che si dice, tra la gravità degli eventi e la leggerezza con cui li si amministra. Oggi questo scarto è diventato una frattura.

Nel secondo dopoguerra il continente europeo non fu soltanto liberato da un nemico militare: fu salvato come progetto storico. La ricostruzione avviata alla fine degli anni Quaranta — il grande piano di assistenza economica che trasformò rovine in stabilità — non fu un atto di beneficenza, ma una scelta politica di lungo periodo. Senza quel trasferimento di risorse, senza quella decisione di ancorare l’Europa occidentale a un sistema di sicurezza e prosperità condivisa, il continente sarebbe rimasto un campo di macerie fisiche e morali. La rinascita europea come spazio di cultura, diritto e bellezza fu possibile perché qualcuno decise che la libertà europea meritava di essere difesa prima ancora che regolata.

L’illusione della burocrazia

Da allora, tuttavia, l’Europa ha progressivamente smarrito la memoria di quella decisione originaria, sostituendola con una fiducia quasi liturgica nei meccanismi procedurali. Lo si vide già nel 1956, durante la crisi di Suez: quando le grandi potenze europee scoprirono improvvisamente di non poter agire autonomamente senza il consenso di chi garantiva l’ordine internazionale. Fu allora che divenne chiaro che il tempo degli imperi era finito, ma non era ancora iniziato quello di una vera sovranità europea condivisa.

Dalla Jugoslavia all’Ucraina

Questo schema si è ripetuto più volte. Negli anni Novanta, di fronte alla disintegrazione violenta della Jugoslavia, l’Europa discusse a lungo mentre i massacri avvenivano a poche centinaia di chilometri dalle sue capitali. Solo l’intervento atlantico pose fine a una guerra che aveva dimostrato, ancora una volta, l’incapacità europea di tradurre i propri valori in forza politica. La lezione non fu assimilata: venne archiviata come eccezione, non come avvertimento.

Oggi, davanti a una nuova crisi che investe uno snodo vitale del commercio globale — uno stretto che non è soltanto una rotta energetica ma un simbolo della fragilità dell’ordine internazionale — all’Europa non viene chiesto di esprimere una posizione, ma di assumersi una responsabilità concreta. E tuttavia la risposta è la stessa: vertici, consultazioni, collegamenti simultanei tra capitali che parlano molto e decidono poco. Quaranta Paesi connessi via schermo, come durante il lockdown, mentre fuori dallo schermo il mondo si muove, combatte, cambia.

La guerra sul suolo europeo, alle frontiere orientali dell’Unione, avrebbe dovuto segnare una svolta. E invece ha mostrato quanto l’Europa resti dipendente da un supporto esterno per sostenere chi resiste a un’aggressione apertamente liberticida. Dopo l’annessione della Crimea nel 2014 e, ancor più, dopo l’invasione su larga scala del 2022, l’Unione ha moltiplicato dichiarazioni e strumenti finanziari, ma ha continuato a rivelare un limite strutturale: senza una guida esterna, la sua capacità di azione resta incompleta, frammentata, esitante.

In questo contesto si colloca anche la tragedia della Brexit: non solo una separazione amministrativa, ma una secessione dalla storia europea nel momento della massima vulnerabilità comune. L’uscita di uno dei principali attori strategici dal progetto continentale ha reso più evidente ciò che già c’era: un’Europa incapace di parlare con una sola voce quando la posta in gioco non è un regolamento, ma la sicurezza.

Eppure, paradossalmente, questa stessa Europa conserva un tono di superiorità morale verso chi interviene, combatte, decide. Come se l’uso della forza fosse sempre una colpa e mai una conseguenza. Lo si è visto più volte in Medio Oriente, dove la sopravvivenza viene spesso giudicata come provocazione, e non come diritto. Lo si vede oggi nella tendenza a concentrare l’indignazione su chi rompe l’equilibrio apparente, ignorando che quell’equilibrio è spesso fondato sulla repressione sistematica delle libertà.

Il lessico europeo si rifugia nelle categorie di “legale” e “illegale” come se fossero autosufficienti, dimenticando che la storia del continente dimostra il contrario. Anche negli anni Trenta, molte leggi erano formalmente valide. Ciò che mancò fu la volontà di difendere la libertà quando non era più garantita dalle norme. Così, il male ha trionfato. Ma dopo si sono dovute trasgredire tutte le norme per riportare la pace.

Lo Stretto di Hormuz, oggi, non è solo un punto sulla mappa: è una prova di maturità politica. O l’Europa accetta di restare un grande spazio regolatorio incapace di proteggere ciò che dice di rappresentare, oppure riconosce che la libertà — quella degli altri prima ancora della propria — non si difende con le call di coordinamento e i comunicati congiunti.

Continuare a sostituire l’azione con il procedimento, la politica con la connessione, la responsabilità con il consenso verbale, significa rinviare il problema, non risolverlo. E la storia insegna che i rinvii, quando riguardano la libertà, presentano sempre il conto.

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