HomePoliticaL'Italia ripudia la guerra? Il grande equivoco della Legge 185/1990

L’Italia ripudia la guerra? Il grande equivoco della Legge 185/1990

Tra moralismo, politica estera e industria della difesa: perché la legge 185/1990 rischia di trasformarsi in un freno alla sovranità strategica italiana

L’illusione di un Paese in ferie permanenti dalla Geopolitica

Guardare l’Italia quando prova a occuparsi di politica estera provoca la stessa frustrazione che si prova di fronte a un’assemblea di azzeccagarbugli. Gente intenta a disputare sul “diritto internazionale” con il solo scopo di far passare per grande virtù quella che è, a tutti gli effetti, una totale subordinazione alle grandi potenze internazionali.

All’indomani del 1989, il nostro Paese si è convinto di un’idea comodissima: che la storia fosse finita. Abbiamo iniziato a credere che i conflitti fossero solo spiacevoli intoppi burocratici e che la geopolitica potesse essere rimpiazzata da un po’ di multilateralismo, regole e principi morali d’accatto che facessero in modo che tutti avessero ragione e tutti torto allo stesso tempo. Ci siamo cullati nella convinzione magica che bastino le buone maniere e le preghiere per disarmare chi la storia continua a scriverla con il sangue e con il ferro.

Il monumento a questa ipocrisia ha un nome e una data: la Legge 9 luglio 1990, n. 185.

A sentire i suoi cantori — un’alleanza tra cattolicesimo sociale, pacifismo di maniera e sinistra post-comunista —, la 185 sarebbe una «conquista democratica avanzatissima». Una norma che, piegando l’Articolo 11 della Costituzione, sottomette il commercio delle armi al controllo del Parlamento e alla nostra superiore morale repubblicana.

In realtà, diciamocelo chiaramente: la Legge 185/1990 non è altro che una gigantesca foglia di fico. È il dispositivo perfetto per una Repubblica che rifiuta di diventare adulta e preferisce sguazzare nell’ambiguità. Con questo impianto, la guerra diventa sempre e comunque ingiusta, mentre chi viene aggredito finisce quasi per essere colpevole: reo di non essersi arreso subito, di non aver porto l’altra guancia, di non saper perdonare.

Il teatro dell’assurdo: aggressori, aggrediti e denunce

Osserviamo come è stata applicata questa legge negli ultimi anni. Sulla carta, la norma vieta l’invio di armamenti a Paesi in stato di conflitto armato o che violino i diritti umani. Bellissimo. Peccato che la realtà si disinteressi dei commi.

Con l’Ucraina abbiamo assistito allo spettacolo grottesco di chi, sventolando il “ripudio della guerra”, metteva sullo stesso piano invasore e invaso, trattando gli aiuti militari come una colpa etica e vagheggiando di fermare i carri armati con le coperte termiche. Ma il capolavoro della finzione si è raggiunto dopo il 7 ottobre 2023. Di fronte alle vicende in Medio Oriente, l’Italia ha annunciato con boria lo “stop all’invio di armi a entrambe le parti”.

Sembrano le parole di uno statista neutrale, se non fosse per un piccolo dettaglio: l’Italia non ha mai venduto armi ad Hamas. Trattandosi di un’organizzazione terroristica, l’export era già illegale. Sospendere le licenze “a tutti e due” significa applicare una misura che colpisce nei fatti solo uno Stato democratico aggredito che cerca di difendersi, creando una simmetria morale abietta.

Nel frattempo, la tenaglia giudiziaria e politica sostenuta dalle sigle filo-palestinesi e dai simpatizzanti della causa di Hamas in Italia si è messa in moto per paralizzare ogni margine di manovra:

Il ricorso alla Corte Penale Internazionale: Un team coordinato dall’associazione Giuristi ed Avvocati per la Palestina (i GAP di Modena, che difendono anche l’attentatore laureato in economia) sostenuto e rilanciato politicamente dai parlamentari del Movimento 5 Stelle e di Alleanza Verdi e Sinistra (AVS), ha depositato una denuncia formale a L’Aia contro la Premier Giorgia Meloni e i ministri Tajani e Crosetto, accusandoli di complicità in genocidio per non aver bloccato del tutto le forniture militari verso Israele.

Le pressioni dell’ONU: La Relatrice Speciale delle Nazioni Unite, Francesca Albanese, è intervenuta a più riprese per denunciare il ruolo dell’Italia, sostenendo che le forniture alle aziende della difesa (come Leonardo) abbiano continuato a scorrere attraverso autorizzazioni preesistenti.

La causa civile a Roma: Una rete di ONG e attivisti (tra cui Un Ponte Per, A Buon Diritto, ARCI e ACLI) ha citato in giudizio il Governo e la stessa Leonardo SpA presso il Tribunale Civile di Roma per ottenere il blocco totale e immediato delle licenze.

È il trionfo dell’etica a geometria variabile: smettiamo di vendere tecnologia d’arma a Israele per compiacere i salotti e i movimenti da aperitivo, e il giorno dopo andiamo a stringere accordi con il Qatar.

Il costo economico dell’ipocrisia

Mentre i moralisti celebrano la 185/1990, ci si dimentica che le tecnologie di difesa non nascono sotto i cavoli. Impiegano centinaia di migliaia di lavoratori, muovono oltre 15 miliardi di fatturato tra colossi come Leonardo o Fincantieri e centinaia di PMI ad alta specializzazione.

Trattare questo comparto come un reato penale latente produce tre danni sistemici:

Perdita di gare internazionali: Nel mercato della difesa conta la certezza dei ricambi per trent’anni. Se un governo può revocare le licenze dall’oggi al domani per calcoli elettorali, i clienti esteri compreranno dai concorrenti francesi, inglesi o americani.

Isolamento europeo: Quando partecipiamo a progetti multinazionali per un nuovo caccia o un nuovo sistema navale, il rischio di veti burocratici italiani spinge i partner stranieri a isolarci dai sottosistemi critici o a delocalizzare rami d’azienda all’estero.

Tradimento delle PMI: Il blocco delle vendite priva le aziende dei fondi per la Ricerca & Sviluppo e impoverisce la nostra filiera industriale, regalando fette di mercato a Paesi ben felici di cogliere le occasioni lasciate dal nostro puritanesimo.

La proposta: una riforma essenziale per un Paese adulto

Per uscire da questo stallo non servono slogan, ma una riforma pragmatica dell’architettura normativa. La risposta sta nel superare l’ambiguità della 185/1990 attraverso cinque direttive chiare:

Fast-track per gli alleati: Introdurre una Lista Bianca permanente per i Paesi NATO, UE e partner strategici (come Regno Unito o Giappone), con rilascio delle licenze garantito entro 30 giorni.

Criteri geopolitici oggettivi: Ancorare i divieti solo a sanzioni formali dell’ONU, dell’UE o a delibere governative chiare, anziché a formule generiche sui “diritti umani” interpretabili a piacimento.

Sportello unico dell’ANAD: Raggruppare le competenze oggi disperse nei vari ministeri creando l’ANAD (Agenzia Nazionale Autorizzazioni Difesa), collocata sotto la regia del Ministero della Difesa.

Protezione dei programmi comuni: Inserire la clausola di non-interferenza nei progetti multinazionali, per impedire che veti interni blocchino le quote d’export che spettano ai partner europei.

Indirizzo parlamentare ex-ante: Il Parlamento non deve fare la micro-gestione burocratica di ogni singola fattura, ma approvare annualmente il Piano Strategico per le Esportazioni Militari, lasciando poi la gestione operativa all’agenzia tecnica e al Governo.

La lezione di Parigi e Berlino

Mentre l’Italia si paralizza da sola, i nostri vicini usano strategie ben diverse. La Francia considera l’export militare un’estensione diretta della propria sovranità e lo gestisce tramite l’Esecutivo in tempi rapidi e al riparo da veti parlamentari. La Germania, pur tra mille contraddizioni e ostacoli politici interni, tutela rigorosamente i propri interessi nei programmi congiunti.

L’Italia deve scegliere se continuare a fare la figura del Paese che manda le coperte termiche mentre gli altri decidono gli assetti del mondo, o se dotarsi degli strumenti di una media potenza responsabile. Riformare la legge sull’export non significa diventare mercanti d’armi senza scrupoli, ma capire che senza un’industria strategica solida e autonoma, la sovranità nazionale rimane solo una barzelletta da comizio.

L’impatto della Legge 185/1990 sulle PMI: l’anello debole e invisibile della filiera

Se i grandi gruppi della difesa (come Leonardo o Fincantieri) riescono in qualche misura a fare de-risking, diversificare la produzione e assorbire i tempi della burocrazia ministeriale, sono le Piccole e Medie Imprese (PMI) a pagare il prezzo più alto e devastante della Legge 185/1990.

L’industria della difesa italiana non è costituita soltanto dai grandi impianti di assemblaggio finale. È sorretta da un tessuto connettivo d’eccellenza diffuso sul territorio — tra i distretti manifatturieri di Lombardia, Piemonte, Lazio, Campania e Puglia — composto da centinaia di subfornitori altamente specializzati nei livelli Tier 2 e Tier 3: meccatronica di precisione, sensoristica, optoelettronica, cablaggi mil-spec, materiali compositi avanzati, valvole idrauliche e componenti custom per l’avionica.

Per queste realtà, la farraginosità e la discrezionalità dell’attuale regime autorizzativo non rappresentano soltanto un fastidio burocratico, ma una vera e propria frizione economica idraulica che soffoca la gestione operativa e finanziaria.

Il blocco dei flussi di cassa e il “Credit Crunch” burocratico

A differenza delle multinazionali, una PMI vive di flussi di cassa lineari e prevedibili. L’incertezza sui tempi di rilascio delle licenze di esportazione (che possono slittare da pochi mesi a oltre un anno per l’esame dell’UAMA e dei vari ministeri) crea squilibri finanziari drammatici:

Capitale circolante immobilizzato: I componenti o le lavorazioni ad alta precisione ordinati dai clienti esteri rimangono fermi nei magazzini in attesa del bollo autorizzativo, impedendo la fatturazione e l’incasso.

Tensione sui crediti bancari e lettere di credito: I contratti di fornitura internazionale della difesa sono regolati da rigide garanzie bancarie e crediti documentari. Il mancato rispetto dei tempi di consegna per blocchi autorizzativi fa scattare penali contrattuali, la rivalsa delle fideiussioni e la chiusura delle linee di credito da parte degli istituti finanziari (spesso già restii a finanziare il settore defense per logiche d’immagine o compliance ESG).

L’effetto “Sostituzione” nelle catene di fornitura internazionali

Nel settore aerospaziale e della difesa, l’affidabilità della catena di fornitura (supply chain) è più importante del costo del singolo pezzo. Quando un integratore estero (francese, tedesco, britannico o americano) progetta un sistema d’arma o un velivolo, seleziona i subfornitori anche in base alla stabilità normativa del loro Paese d’origine.

Le incertezze della 185/1990 generano un ostacolo reputazionale permanente:

I committenti internazionali tendono a escludere preventivamente le PMI italiane dalle gare d’appalto per sottosistemi e componenti critici, temendo che un veto politico improvviso a Roma possa paralizzare l’intera linea di montaggio o l’esportazione verso Paesi terzi.

Quando il blocco scatta, i clienti esteri sostituiscono rapidamente il fornitore italiano con concorrenti tedeschi, francesi, spagnoli o turchi. Una volta perso il posto nella catena di fornitura internazionale, per una PMI è quasi impossibile rientrarvi per il successivo decennio.

Il blocco della Ricerca & Sviluppo e il De-skilling tecnologico

I margini di guadagno ottenuti con l’esportazione sono il principale carburante che permette alle PMI di finanziare in autonomia i propri reparti di Ricerca e Sviluppo (R&S).

Taglio degli investimenti in innovazione: Senza i volumi di vendita garantiti dai mercati esteri, le PMI non hanno le risorse per rinnovare il parco macchine avanzato (stampa 3D dei metalli, centri di lavoro a 5 assi, banchi di collaudo e simulazione) né per sviluppare nuove tecnologie a duplice uso (dual-use).

Perdita di know-how e capitale umano qualificato: L’impossibilità di far crescere la produzione costringe le aziende a tagliare gli organici o a congelare le assunzioni di giovani ingegneri, periti meccanici, sviluppatori e tecnici specializzati. Questo avvia un inesorabile processo di impoverimento tecnologico (de-skilling), disperdendo un patrimonio di competenze artigianali e industriali unico al mondo.

Le alternative obbligate: Delocalizzazione o Cessione all’estero

Di fronte all’impossibilità di operare con continuità sotto il regime italiano, molte PMI d’eccellenza si trovano davanti a un bivio obbligato:

Fuga all’estero (Delocalizzazione delle licenze): L’azienda è costretta ad aprire sussidiarie, rami d’azienda o impianti produttivi in Paesi con legislazioni più prevedibili e snelle (come il Regno Unito, gli Stati Uniti o la Spagna) per poter richiedere le licenze ed esportare direttamente da quelle giurisdizioni.

Cessione dei brevetti e acquisizioni estere: Diventate finanziariamente fragili, le PMI italiane con un altissimo valore tecnologico diventano bersagli facili per l’acquisizione da parte di gruppi stranieri o fondi di investimento esteri. L’Italia perde così la proprietà intellettuale, la sovranità industriale e l’incasso fiscale, mantenendo sul territorio solo le lavorazioni a basso valore aggiunto.

Smettiamo di inseguire la santità e rimettiamo i piedi per terra

Riformare la legge significa smettere di considerare la filiera delle PMI della difesa come un problema morale e iniziare a proteggerla come l’ossatura tecnologica, produttiva e occupazionale del Paese.

Se si mette in fila la serie di no strategici acumulati dagli anni ’80 a oggi, il quadro che emerge è quello di un’autosvalutazione sistemica:

L’energia: Abbiamo rinunciato al nucleare di seconda e terza generazione (dopo essere stati tra i pionieri mondiali) e abbiamo bloccato l’estrazione e il puzzling del nostro gas naturale nei mari italiani, finendo per comprare la stessa energia, a costi più alti, da Paesi terzi o dai vicini di casa che le centrali nucleari le hanno costruite a due passi dai nostri confini.

L’industria di base: Abbiamo progressivamente smantellato o paralizzato il settore della siderurgia e della produzione dell’acciaio (perno su cui si regge qualunque manifattura o industria manifatturiera di difesa e infrastrutture), soffocandolo tra veti incrociati e assenza di visione industriale.

L’automotive: L’industria dell’automobile, storica spina dorsale della nostra meccanica di precisione e dell’indotto, si è svuotata di sovranità decisionale e produttiva, delocalizzando e lasciando a terra migliaia di imprese della subfornitura.

La Difesa e l’Export: E come abbiamo visto con la discussione sulla Legge 185/1990, persino l’ultimo baluardo ad alta tecnologia — l’industria aerospaziale e della difesa — viene continuamente trattato con sospetto ideologico o burocratizzato fino al rischio di paralisi.

Il paradosso è che la ricchezza, la protezione del territorio, la ricerca scientifica, lo Stato sociale e persino la tutela del paesaggio non si finanziano con la sola retorica delle bellezze naturali. Senza una solida base industriale, manifatturiera ed energetica, una nazione smette di essere un soggetto geopolitico attivo e diventa solo una meta per le vacanze altrui, esposta ai costi delle decisioni prese altrove.

È la differenza tra essere un Paese produttore e sovrano o un resort a cielo aperto: senza una politica industriale realistica, il sole e il mare rimangono, ma non bastano a pagare le bollette, la ricerca, i posti di lavoro e la sovranità della Nazione.

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