HomeUncategorizedLe bandiere di Palestina che odiando "chiudono" gli aeroporti

Le bandiere di Palestina che odiando “chiudono” gli aeroporti

Gli aeroporti sono esattamente ciò che il loro nome suggerisce: porte d’ingresso e di uscita da un mondo all’altro. Nel volo, nell’andare e nel tornare, non appartengono a nessuno e, proprio per questo, appartengono un po’ a tutti. Ognuno vi porta la propria valigia, fatta di ricordi, attese, nostalgie e speranze. È una terra di passaggio, comune a tutti, prima che ciascuno riprenda la propria strada.
Eppure, in questi giorni, proprio in questo spazio neutro, arrivano persone con le bandiere della Palestina per manifestare un odio che finisce per colpire indistintamente i cittadini israeliani, trasformati in “mostri” a prescindere da chi siano, da cosa pensino, da quale sia la loro storia. Dietro quelle bandiere c’è una narrazione che pretende di chiamare “bontà” il desiderio di cancellare Israele dal fiume al mare. Un paradosso morale prima ancora che politico.
Quelle bandiere sembrano dire che esiste un odio legittimo da seminare e che il bersaglio possa essere un popolo intero, senza eccezioni, senza volti, senza storie.
Nel Marchese del Grillo, il Marchese dice ad Aronne Piperno, l’ebanista ebreo: «Avete ucciso Cristo, posso sta’ ancora un po’ incazzato?». La battuta contiene tutta la grottesca presunzione di una colpa collettiva tramandata nei secoli. Ma c’è un dettaglio che continuiamo a dimenticare: quel Cristo non era cristiano e neppure musulmano. Era ebreo. Apparteneva al popolo d’Israele.
Le bandiere, però, non hanno bisogno di conoscere la storia. La semplificano. Dividono il mondo in buoni e cattivi, vittime e carnefici, come se il bene e il male potessero essere separati con la precisione di un coltello che taglia una torta di mele. E così regalano una comoda buona coscienza a chi spesso non possiede nemmeno la conoscenza necessaria per giudicare.
Quelle bandiere, in un aeroporto, non sono un gesto di benvenuto. Sono un modo per trasformare l’altro in un bersaglio prima ancora di conoscerlo.
Quando Marco Polo arrivò nel Catai, non trovò un mondo che gli sbarrava la strada con una bandiera e un pregiudizio. Trovò un mondo diverso, da osservare, comprendere, raccontare. Il viaggio nasce dalla curiosità verso ciò che non conosciamo, non dall’odio per ciò che immaginiamo di conoscere.
Io prendo medicine israeliane prodotte in Italia: medicine che curano tutti, senza chiedere chi sei, da dove vieni o come preghi. È come guardare l’universo attraverso un cannocchiale: non ti chiedi se l’ottico di Galileo fosse italiano, turco o di qualunque altra nazionalità. Guardi il firmamento e basta.
È questo che quelle bandiere non riescono a capire: il mondo reale è infinitamente più complesso delle loro semplificazioni.
E allora lo dico senza giri di parole: quelle bandiere, quando diventano strumenti di odio, sono imbecilli.
Perché negano il viaggio degli altri. E chi pretende di impedire agli altri di viaggiare, prima o poi, finirà per negare anche il nostro.

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