L’Occidente che odia se stesso è destinato a morire.
Benedetto XVI
Un furgone lanciato contro la folla, un morto e numerosi feriti, alcuni dei quali in condizioni gravissime.
Il bersaglio: persone che partecipavano al Pride. L’autore, secondo le prime informazioni, un giovane di 21 anni già noto alle autorità e ritenuto vicino alla scena islamista, uscito da un riformatorio nel maggio scorso. Dopo l’attacco, la fuga.
Nell’attacco di Berlino c’è tutto il dramma del conflitto radicale che attraversa l’Europa: si scontrano due visioni del mondo profondamente diverse, modelli culturali e religiosi distanti su questioni fondamentali, generazioni che spesso non condividono neppure gli stessi valori di riferimento e istituzioni che, dopo anni di politiche di integrazione e programmi di deradicalizzazione, sembrano ancora incapaci di offrire risposte efficaci.
È inutile girarci intorno: la strategia finora adottata ha fallito. Da dodici anni gli attacchi e le violenze di matrice islamista insanguinano l’Europa con continuità e, malgrado gli sforzi di contenimento, la minaccia non sembra diminuire. Al contrario, appare sempre più imprevedibile e diffusa.
Serve dunque una svolta netta.
Chi colpisce deve assumersi pienamente la responsabilità delle proprie azioni. La giovane età non può trasformarsi automaticamente in un alibi e il contesto culturale non può diventare una giustificazione. Allo stesso modo, nessun percorso di detenzione può trasformarsi in una passerella verso il ritorno alla libertà se non esistono garanzie concrete sul superamento dell’ideologia che ha alimentato la violenza. La deradicalizzazione non può essere una parola magica dietro cui nascondere il fallimento delle istituzioni.
Serve poi una corresponsabilità culturale e religiosa più chiara. Chiunque pretenda di rappresentare comunità o riferimenti religiosi deve disconoscere senza ambiguità la violenza islamista e ogni ideologia che la alimenta. Non sono più sufficienti condanne generiche pronunciate dopo una strage: servono parole chiare, prese di distanza nette e una responsabilità pubblica commisurata all’influenza esercitata.
E serve, soprattutto, un’adesione esplicita ai valori e alle regole delle società europee. Vivere in Europa significa accettare la democrazia, lo Stato di diritto, la libertà individuale, l’uguaglianza davanti alla legge e il diritto di ciascuno a vivere senza essere aggredito per ciò che è o per ciò in cui crede.
L’Europa non può continuare a confondere l’integrazione con la rinuncia a se stessa. La tolleranza non può diventare un suicidio culturale e la democrazia non può restare indifesa davanti a chi vuole distruggerla.



