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L’Altare e la Scrivania: L’Erosione della Laicità dal Risorgimento alla Diplomazia di Trastevere

La storia del rapporto tra lo Stato italiano e la Santa Sede non è una linea retta verso la secolarizzazione, ma un paradosso architettonico: una cattedrale di privilegi costruita sulle macerie di uno Stato che, nel 1870, aveva preteso di farsi laico. Se il Risorgimento si era compiuto sotto il segno della rottura — con il Papa “prigioniero” in Vaticano e la formula cavouriana della separazione — la parabola del Novecento e il primo scorcio del nuovo millennio descrivono una lenta, costante riconquista di spazi pubblici e diplomatici da parte del potere confessionale.

Questa erosione non è avvenuta soltanto per via di conquiste clericali, ma per una deliberata “rinuncia di sovranità” da parte della politica italiana, che ha trovato nel Concordato prima, e nella diplomazia parallela poi, un comodo strumento di supplenza.


L’articolo 7 e il Sacrificio di Ugo Della Seta

Il momento spartiacque non è tanto il 1929 — anno del baratto tra il regime fascista e il Vaticano — quanto il 25 marzo 1947. In quell’aula dell’Assemblea Costituente si consumò il tradimento del pensiero laico risorgimentale. L’articolo 7 della Costituzione rappresenta l’innesto di un corpo estraneo e autoritario in un organismo democratico.

L’intervento di Ugo Della Seta rimane, a distanza di decenni, un atto d’accusa di una lucidità profetica. Esponente della tradizione repubblicana e mazziniana, Della Seta denunciò l’assurdità di inserire i Patti Lateranensi in una carta rigida. La sua critica non era solo giuridica, ma etica: egli vedeva nel Concordato la cristallizzazione di un’intolleranza teologica che aveva spianato la strada alle leggi razziali del 1938. Come poteva una Repubblica nata dalla Resistenza accogliere le norme di un regime che aveva creato cittadini di serie A e di serie B?

Tuttavia, la voce di Della Seta fu soffocata dal “realismo geopolitico” di Palmiro Togliatti. Il voto del PCI a favore dell’articolo 7 segnò la fine dell’ambizione di una laïcité alla francese per l’Italia. In nome della “pace religiosa” e del consenso delle masse cattoliche, la sinistra sacrificò la laicità dello Stato, consegnando alla Repubblica un’eredità concordataria che avrebbe condizionato ogni futura scelta legislativa sui diritti civili.


L’accordo di villa madama: un cambiamento gattopardesco

Il 1984 viene spesso celebrato come l’anno della svolta laica. Con l’Accordo di Villa Madama, Bettino Craxi rimosse formalmente la dicitura della religione cattolica come “sola religione dello Stato”. Eppure, quell’accordo fu un’operazione squisitamente gattopardesca: cambiare tutto per non cambiare nulla, o meglio, per rendere il privilegio più fluido e pervasivo.

Mentre cadevano i vecchi simboli, sorgevano nuove e colossali strutture di sostegno:

  • L’8 per mille: Un meccanismo di finanziamento opaco che garantisce alla Chiesa flussi miliardari superiori a quelli della vecchia “congrua”.
  • L’insegnamento della religione (IRC): Un corpo di docenti selezionati dai vescovi ma pagati dal contribuente, mantenendo l’influenza confessionale nel cuore della scuola pubblica.

Di fronte a questa “supplenza politica”, è dovuta intervenire la Corte Costituzionale. La giurisprudenza della Consulta, culminata nella sentenza n. 203 del 1989, ha dovuto inventare la categoria dei “Princìpi Supremi” per arginare l’invadenza delle norme concordatarie. Elevare la laicità a principio supremo è stato l’ultimo argine giuridico contro uno Stato che, per prassi politica, continuava a comportarsi come un braccio secolare della Santa Sede.


Sant’Egidio: La Diplomazia di “Track II” e il Deficit Democratico

Se nel secolo scorso l’erosione della laicità riguardava i banchi di scuola o le aule di tribunale, oggi la sfida si è spostata sui tavoli della geopolitica. La Comunità di Sant’Egidio incarna la fase più avanzata e complessa di questa “diplomazia occulta”.

Nata come associazione di fedeli, Sant’Egidio è divenuta un attore internazionale capace di mediare conflitti (dal Mozambico alla Siria) e gestire flussi migratori (i corridoi umanitari). Il paradosso è totale: lo Stato italiano finanzia generosamente questi progetti attraverso l’Agenzia per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS), delegando di fatto segmenti della propria politica estera a un organismo confessionale che risponde esclusivamente al diritto pontificio.

Questa “diplomazia parallela” opera in un cono d’ombra:

  1. Assenza di sindacato ispettivo: Il Parlamento italiano non può interrogare i vertici di Sant’Egidio sulle loro scelte strategiche o sui loro rapporti con governi esteri.
  2. Appalto della Sovranità: Lo Stato preferisce la flessibilità di un’organizzazione religiosa alla rigidità dei propri canali diplomatici, rinunciando alla trasparenza in nome di un’efficacia che sfugge al controllo dei cittadini.

Certamente. L’interazione tra la Farnesina (Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale) e la Comunità di Sant’Egidio non è un semplice rapporto di vicinato geografico tra Roma e Trastevere, ma una vera e propria osmosi istituzionale. Questa relazione si poggia sulla dottrina della “diplomazia non governativa” o di Track II, dove lo Stato utilizza il braccio religioso per arrivare laddove la diplomazia ufficiale è bloccata da veti politici o ragioni di opportunità.

Ecco alcuni esempi concreti e strutturali di questa interazione:

1. Il “Modello Mozambico” (1990-1992)

Questo è il caso di scuola che ha definito il protocollo di cooperazione. Mentre la Farnesina garantiva il supporto logistico e finanziario “dietro le quinte”, la Comunità di Sant’Egidio gestiva il tavolo delle trattative tra il Frelimo e la Renamo.

  • L’interazione: La firma degli storici accordi di pace avvenne a Roma, ma non alla Farnesina, bensì nella sede della Comunità. Lo Stato italiano funse da “garante internazionale”, ma l’agenda politica e la mediazione minuta furono appaltate alla struttura confessionale. Questo ha creato un precedente: la diplomazia italiana ha compreso che l’uso di mediatori religiosi permetteva di mantenere una “negabilità plausibile” in caso di fallimento.

2. I Corridoi Umanitari: Una delega di sovranità amministrativa

Dal 2015, l’Italia ha istituzionalizzato i Corridoi Umanitari. Si tratta di un esperimento unico dove lo Stato (Ministeri degli Esteri e dell’Interno) firma protocolli d’intesa con Sant’Egidio.

  • L’interazione: La Farnesina rilascia i “visti a territorialità limitata” (previsti dal regolamento UE) basandosi sulle liste di nomi fornite da Sant’Egidio.
  • Il paradosso laico: Di fatto, lo Stato delega a un ente privato religioso la selezione dei profughi “meritevoli” di protezione in territori come il Libano o l’Etiopia. L’interazione è così profonda che i funzionari della Farnesina e del Viminale operano in costante coordinamento con gli “operatori di pace” della Comunità, i quali gestiscono l’accoglienza con fondi che spesso derivano dall’8 per mille o da bandi di cooperazione.

3. La Formazione e il “Giro di Vite” nei Balcani e in Africa

Sant’Egidio agisce spesso come sensore avanzato per la Farnesina in aree dove l’Italia ha interessi strategici ma poca presenza capillare.

  • L’esempio della Guinea-Bissau o del Centrafrica: In questi contesti, la Comunità svolge un ruolo di “pre-diplomazia”. La Farnesina finanzia progetti di Sant’Egidio (attraverso l’AICS) che spaziano dalla registrazione anagrafica alla sanità (programma DREAM per l’HIV).
  • L’utilità politica: Questi progetti non sono solo umanitari; permettono alla Comunità di costruire relazioni con le élite locali. Quando la Farnesina ha bisogno di aprire un canale politico in quelle regioni, la “chiave” d’ingresso è spesso fornita dai contatti personali e religiosi dei leader di Trastevere.

4. La cerniera umana: Esponenti di Sant’Egidio al Governo

Il punto di massima fusione tra i due mondi si è verificato con l’assunzione di ruoli di governo diretti da parte di esponenti di spicco della Comunità.

  • Il caso Andrea Riccardi: Fondatore della Comunità, nominato Ministro per la Cooperazione Internazionale e l’Integrazione nel governo Monti (2011). In quel periodo, il confine tra l’agenda diplomatica della Comunità e quella dello Stato è diventato pressoché invisibile.
  • Mario Giro: Già responsabile delle relazioni internazionali di Sant’Egidio, è stato per anni Sottosegretario e poi Viceministro agli Affari Esteri con delega alla Cooperazione. Questo ha permesso alla Comunità di sedere direttamente nelle stanze della Farnesina dove si decidono le allocazioni dei fondi e le priorità geografiche della politica estera italiana.

Sintesi del rapporto

L’interazione può essere riassunta in uno schema di convenienza reciproca:

  1. La Farnesina ottiene una capacità di penetrazione geopolitica a “basso costo” politico, utilizzando un marchio (quello cattolico) che gode di grande prestigio in molte aree del Sud del mondo.
  2. Sant’Egidio ottiene legittimazione diplomatica, passaporti di servizio, supporto logistico e, soprattutto, i finanziamenti necessari per mantenere la propria rete globale.
  3. Il risultato è una diplomazia italiana “ibrida”, dove il principio risorgimentale dello Stato laico che agisce esclusivamente per l’interesse nazionale è sostituito da un modello in cui l’interesse nazionale e l’agenda morale-religiosa della Santa Sede si sovrappongono fino a confondersi.

Conclusione: La Laicità Incompiuta

Dal Risorgimento a oggi, la traiettoria dello Stato italiano appare segnata da una cronica incapacità di emanciparsi dal “senso comune” cattolico. La laicità, pur proclamata “principio supremo” dai giudici, resta una chimera per la politica.

L’eredità dei Patti del 1929, mai pienamente superata, continua a proiettare la sua ombra attraverso canali di finanziamento privilegiati e diplomazie confessionali. L’Italia rimane un laboratorio unico: uno Stato che, per evitare il conflitto con l’Oltretevere, ha finito per trasformare la propria sovranità in un terreno di costante negoziazione, realizzando quel timore espresso da Della Seta: una Repubblica dove la libertà è ancora pesata sulla bilancia del Concordato.

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