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La Vittoria Impossibile

Riflessioni di un appassionato sulla guerra nell'era dei media globali, a partire da un saggio del professor Gastone Breccia

Chiunque si interessi di storia militare conosce la chiarezza con cui il professor Gastone Breccia sa illuminare i meccanismi profondi della guerra. Nel suo recente articolo pubblicato su Endoxa ( https://endoxai.net/2026/03/26/il-regno-di-marte-strategia-operazioni-tattica-note-sulla-sintassi-della-guerra/ ), con la consueta precisione, egli ci ricorda che pianificare l’azione significa tenere sempre presente l’obiettivo — politico per la strategia, strategico per la tattica — e i mezzi disponibili. È una formula di straordinaria solidità intellettuale, radicata nella migliore tradizione del pensiero militare classico.

Chi scrive non è uno storico né un esperto di strategia: è soltanto un appassionato che da anni segue il lavoro del professor Breccia e che, leggendo il suo articolo, si è trovato a ragionare su una domanda che forse è lecito porre. Una domanda non in contraddizione, ma che ne vorrebbe essere, semmai, un timido prolungamento nella realtà del nostro tempo.

La domanda è questa: nelle guerre dell’epoca contemporanea, quando la vittoria non può più essere imposta e resa manifesta come avveniva fino al secolo scorso, è ancora sufficiente mantenere fisso l’obiettivo politico lasciando tutta la flessibilità alla tattica? O forse — ed è qui la riflessione che mi permetto di sottoporre — la complessità del mondo attuale impone che anche gli obiettivi politici siano concepiti fin dall’inizio come un insieme di alternative, ciascuna presentabile come vittoria di fronte alla propria opinione pubblica e a quella internazionale?

Non è una conclusione, questa. È una domanda posta da chi si considera, di fronte a queste materie, un eterno studente.

Il punto di partenza: la lezione classica

Carl von Clausewitz, aveva già intuito il nucleo del problema: la guerra non è mai fine a sé stessa, ma strumento al servizio di un obiettivo politico. La vittoria militare è un mezzo; ciò che conta è la vittoria politica.

In questo schema — che il professor Breccia restituisce con rara limpidezza — la struttura gerarchica del conflitto funziona con precisione geometrica: l’obiettivo politico resta fisso come una stella polare, la strategia lo persegue adattando i propri fini alle risorse disponibili, la tattica serve la strategia. La flessibilità è necessaria nei livelli inferiori; i livelli superiori mantengono la rotta.

Ma Clausewitz scriveva in un’epoca in cui i costi della guerra erano misurabili essenzialmente in termini militari — perdite di uomini, materiali, territori — e in cui l’opinione pubblica, pur presente, era confinata in spazi ristretti, filtrata da governi e media controllabili. Il teatro delle operazioni era geograficamente delimitato. La comunicazione era lenta. Il mondo guardava, ma guardava tardi e da lontano.

Oggi questo non è più vero. E mi chiedo se questo cambiamento non imponga, con rispetto per la tradizione, qualche aggiustamento allo schema.

Quando la superiorità militare non bastò: alcuni esempi storici

La storia offre numerosi casi in cui la superiorità militare non si tradusse in vittoria politica. Alcuni di questi esempi illuminano, per contrasto, la novità del nostro tempo.

La Prima Guerra Mondiale rimane forse il caso più emblematico. Gli Imperi Centrali vinsero su tutti i fronti secondari: sconfissero la Russia, ridimensionarono la Serbia, tennero il fronte italiano fino a Caporetto. Eppure, persero la guerra. Avevano vinto tatticamente in decine di battaglie senza riuscire a trasformare quelle vittorie in una pace sostenibile, perché non avevano calcolato — o avevano sottovalutato — il costo complessivo del conflitto in termini umani, economici e morali. La tenuta interna dei loro sistemi politici cedette prima di quella dei nemici.

Il Vietnam offre un secondo esempio, più vicino a noi e ancora più rivelatore. Dal punto di vista strettamente militare, gli Stati Uniti non subirono mai una sconfitta decisiva sul campo. L’offensiva del Tet del 1968 fu respinta con perdite enormi per il Viet Cong. Eppure, quella difesa — tragica militarmente — fu probabilmente la più grande vittoria strategica della guerra per Hanoi. Non sul terreno, ma nello spazio dell’opinione pubblica americana: le immagini trasmesse in diretta televisiva nelle case degli americani, l’evidenza che la «luce in fondo al tunnel» era una promessa vuota, il crollo della credibilità dell’amministrazione Johnson. Una sconfitta tattica trasformata in vittoria politica attraverso la comunicazione.

E poi l’Afghanistan sovietico (1979–1989): l’Armata Rossa era militarmente incomparabilmente superiore ai mujaheddin, eppure i costi — in bare che tornavano a Mosca, in risorse dissipate, in immagine internazionale — si accumularono fino a diventare insostenibili per un sistema già in crisi. Ancora una volta, la superiorità tattica non impedì la disfatta strategica.

Non cito questi esempi come scoperte: sono pagine che la storiografia militare ha analizzato con ben maggiore profondità di quanto possa fare chi scrive. Li richiamo soltanto come premessa alla riflessione sul presente.

La nuova variabile: l’opinione pubblica come teatro di guerra

Ciò che mi sembra cambiato in modo radicale, nell’epoca contemporanea, è la velocità e la pervasività con cui l’opinione pubblica — nazionale e internazionale — entra nel conflitto come attore autonomo, capace di condizionare l’esito di una guerra indipendentemente da ciò che accade sul campo.

La proliferazione dei media digitali, dei social network, dei canali satellitari ha reso praticamente impossibile quel controllo dell’informazione che era ancora praticabile durante la Seconda Guerra Mondiale. Oggi le immagini di un ospedale colpito circolano in tempo reale in tutto il mondo. La morte di un civile diventa un fatto politico globale — nel bene e nel male — prima ancora che le autorità militari abbiano redatto il loro rapporto ufficiale.

In questo ambiente, mi pare — e lo dico con tutta la cautela del caso — che la strategia debba incorporare fin dall’inizio non solo la flessibilità tattica, ma anche una certa flessibilità degli obiettivi politici stessi. Non nel senso di rinunciarvi, ma nel senso di averli concepiti in una struttura a più livelli: un obiettivo massimale, uno o più obiettivi intermedi, un obiettivo minimo — tutti presentabili come vittoria, tutti coerenti con la narrativa iniziale del conflitto.

Chi non lo fa rischia di trovarsi, a guerra in corso, costretto a ridefinire i propri obiettivi in modo improvvisato — e la ridefinizione improvvisata appare sempre come una sconfitta, anche quando non lo è.

La Russia e l’Ucraina: gli obiettivi che cambiano

Il conflitto russo-ucraino offre, a mio avviso, un’illustrazione molto chiara di questo problema — almeno dal lato russo. Mosca iniziò l’invasione del febbraio 2022 con un obiettivo politico apparentemente netto: la resa rapida di Kiev, la sostituzione del governo Zelensky, la neutralizzazione dell’Ucraina come entità politicamente orientata verso l’Occidente. Era, nelle intenzioni, una guerra breve.

Quando la manovra su Kiev fallì, il Cremlino si trovò davanti a una scelta di enorme portata: riconoscere il fallimento dell’obiettivo originario — cosa politicamente impraticabile — oppure ridefinire quell’obiettivo presentandolo come un «aggiustamento di rotta». Fu scelta la seconda via. L’obiettivo dichiarato divenne la «denazificazione» del Donbas, poi la protezione delle popolazioni russofone, poi la creazione di una fascia di sicurezza, poi — dopo le annessioni dell’autunno 2022 — la difesa di quello che Mosca dichiarava «territorio russo».

Ogni ridefinizione rispondeva a una difficoltà sul campo. Ma ogni ridefinizione doveva anche essere vendibile all’opinione pubblica interna e minimamente giustificabile di fronte alla comunità internazionale — in particolare i paesi del Sud globale che Mosca stava corteggiando.

Il caso russo mi sembra illustrare sia la necessità di obiettivi politici multipli, sia i limiti di questa strategia: quando gli obiettivi vengono ridefiniti troppo spesso e in modo troppo evidente, si erode la credibilità di chi li ridefinisce. La flessibilità, portata all’eccesso, diventa incoerenza — e l’incoerenza è percepita come debolezza, tanto in politica quanto in guerra.

Dall’altra parte, l’Ucraina ha giocato con notevole abilità la partita comunicativa. La scelta di Zelensky di restare a Kiev nelle prime ore dell’invasione, presentandosi come leader che difende la propria nazione piuttosto che fuggire, ha costruito una narrazione — Davide contro Golia, la democrazia contro l’autoritarismo — di straordinaria efficacia sul piano internazionale. Quella narrazione ha mobilitato il sostegno occidentale in misura superiore a quanto qualsiasi calcolo delle convenienze geopolitiche avrebbe potuto prevedere.

Israele e Gaza: la vittoria tattica davanti al tribunale globale

Il conflitto a Gaza offre un secondo caso di studio, per certi versi ancora più complesso, perché coinvolge una democrazia liberale che combatte contro un’organizzazione terroristica in un contesto geopolitico straordinariamente intricato. Mi avvicino a questo tema con la massima prudenza, consapevole della sua delicatezza.

Israele, dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023, aveva obiettivi politici comprensibili e dichiarati: eliminare la capacità militare e di governo di Hamas nella Striscia di Gaza, liberare gli ostaggi, ristabilire la deterrenza. Sul piano operativo, le forze israeliane hanno dimostrato capacità notevoli, operando in uno degli ambienti urbani più difficili al mondo.

Eppure, questa stessa efficacia operativa ha prodotto — e qui non esprimo alcun giudizio di merito, che non mi compete — un effetto comunicativo molto pesante a livello internazionale. Le immagini della distruzione, il numero delle vittime civili, le condizioni della popolazione hanno costruito una narrazione globale che ha progressivamente complicato la posizione diplomatica di Israele, anche tra i suoi tradizionali alleati.

Ciò che mi colpisce, da osservatore non esperto, è che Hamas sembra aver progettato fin dall’inizio una strategia fondata proprio su questa dinamica: non tanto vincere militarmente — cosa impossibile — quanto far sì che la risposta militare israeliana producesse una vittoria comunicativa e politica per la causa palestinese. In questo senso, un attore non statale militarmente debolissimo ha dimostrato di aver compreso qualcosa che molti stati non hanno ancora pienamente assimilato: nell’epoca dei media globali, la narrativa può vincere dove le armi perdono.

Anche qui — come nel caso russo — il punto non è chi abbia ragione o torto sul piano morale o giuridico. Il punto, puramente analitico, è che la superiore capacità militare non si sta automaticamente traducendo in vittoria politica. E questo, credo, sia esattamente il cuore della questione che mi sono permesso di sollevare.

Una proposta — con tutta la cautela del caso

Provo a sintetizzare il ragionamento, consapevole che quanto segue è la riflessione di un appassionato e non di un esperto.

Mi sembra che chi pianifica un conflitto armato nell’epoca attuale debba, prima ancora di muovere il primo pezzo sulla scacchiera militare, aver elaborato una struttura di obiettivi politici a livelli multipli: un obiettivo massimale, uno o più obiettivi intermedi, un obiettivo minimo. Tutti presentabili come vittoria di fronte all’opinione pubblica interna e internazionale. Tutti coerenti con la narrativa iniziale del conflitto. Tutti conseguibili con i mezzi disponibili.

Questa struttura non è una rinuncia alla determinazione strategica. È, semmai, una forma di realismo: la consapevolezza che la guerra produce sempre sviluppi imprevisti, e che la rigidità di fronte all’imprevisto — sul piano politico come su quello tattico — è quasi sempre un errore.

E accanto a questa struttura di obiettivi multipli, mi pare indispensabile una strategia comunicativa integrata, che anticipi le narrazioni avversarie, prepari le risposte, e sappia quando è il momento di ridefinire l’obiettivo senza che tale ridefinizione appaia come una sconfitta. La comunicazione non è più un accessorio della strategia: in molti conflitti contemporanei, è diventata essa stessa un teatro di operazioni.

Una domanda aperta

Non ho la pretesa di aver risposto a nulla. Ho cercato soltanto di ragionare ad alta voce su una questione che la lettura dell’articolo del professor Breccia ha fatto emergere con nitidezza: nell’epoca delle guerre mediatizzate, la vittoria politica — che è l’unica vittoria che conta davvero, come ci insegna la tradizione clausewitziana — non si consegue più soltanto sul campo di battaglia.

Si consegue anche nella capacità di mantenere una narrativa coerente, di gestire i costi politici prima che diventino insostenibili, di saper dire «abbiamo ottenuto ciò che ci proponevamo» anche quando ciò che si è ottenuto è meno di ciò che si sperava. E questo richiede, forse, che gli obiettivi politici siano pensati fin dall’inizio come una struttura flessibile, e non come un punto fisso inamovibile.

È una visione meno eroica della guerra. Ma la storia — quella che il professor Breccia ci ha insegnato a leggere con onestà — ci dice che l’eroismo appartiene ai soldati, mentre la responsabilità appartiene a chi li manda a combattere. E quella responsabilità include il dovere di non cominciare una guerra senza aver già pensato a come finirla — anche nelle ipotesi meno favorevoli.

Alexandro Ascoli
Alexandro Ascoli
Imprenditore ed esperto di storia militare. Presidente onorario della Associazione di Ricostruzione Storica "Mos Maiorum". Studioso di Geopolitica e dei conflitti dell'evo antico e moderno del Medio Oriente.
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