Ogni tanto lo debbo ribadire, perché pare che la memoria faccia difetto e il presente sia l’unico tempo dato: senza passato, senza futuro.
A Roma, Israele e Libano si parlano, per vedere di fare pace.
Il Libano è un ostaggio che ha i suoi carcerieri nelle sue stesse vene; gli hanno succhiato la vita come fanno i parassiti con gli ospiti.
Il Libano è il paese dove i cristiani, un tempo maggioranza, e i musulmani, consistente componente, erano la prova che gli eredi dei crociati e gli uomini di Saladino potevano convivere, e bene.
Poi ci fu il Settembre Nero, la fuga dalla Giordania, e i libanesi si ritrovarono a essere quasi minoranza rispetto ai profughi della Palestina, che non amano certo il Libano, ma lo usano.
Il paradiso dei cedri è diventato così l’inferno della vendetta.
Oggi il Libano vuole parlare con Israele, ma non per interposto missile: da uomini a uomini. Il Libano sta davanti al mare, ha un clima dolce e un tempo ciascuno conviveva nel rispetto dell’altro, parlando in francese. Un mondo dove si facevano affari e non guerre; un mondo pronto a ospitare la complessità della terra, e non solo una sua fazione.
La pace si farà se il Libano sarà libero di essere libanese, se il suo spirito fenicio e il commercio curioso del mondo vinceranno contro chi vuole immolarsi per guerre altrui.
Israele? Ha interesse ad avere intorno amici e non iracondi vendicatori; ha interesse a secoli di vita vicina e non a una morte prenotata. Libano e Israele condividono lo stesso obiettivo: non perdere l’appuntamento con lo sviluppo, mentre gli odiatori cercano solo di decretare la fine, non riuscendo a vivere il presente.
A Roma sarà pace se gli interlocutori saranno veri, e non zombie di teocrazie straniere. Nella terra del Dio unico ogni variante è figlia di Abramo, ogni vendetta è figlia del male degli uomini. E gli uomini di Abramo sono tutti degni di una Patria, gli ebrei per primi.



