La politica viene spesso confusa con la comunicazione, con la morale, con l’interesse o con il diritto. Ma la politica è altro: è un’entità che contiene ognuna di queste cose e, al tempo stesso, le supera. È — per dirla con chi l’ha razionalizzata, Niccolò Machiavelli — una scienza a se stante.
Una scienza il cui tratto distintivo sta nella capacità di tessere collegamenti: legge il presente con la consapevolezza del passato, l’immaginazione del futuro, la psicologia degli uomini, la teoria delle masse e le miserie dei singoli. La politica si nutre di Dante e della lingua per fondare le nazioni; conosce la musica per comprendere la guerra. E della guerra non conta solo i terreni bombardati o i caduti, ma decifra l’animo di chi distrugge e di chi vuole ricostruire, e immagina il dolore che resterà per sempre.
La politica contempla la guerra come possibilità. Abita la democrazia sapendo che è rara, difficile e inefficiente, ma capace di battere sempre l’efficienza dei sistemi ordinati e stabili… come i cimiteri. Governa la vita umana, ma contempla il culto dei morti non facendone mai religione.
La politica deve capire le fedi, le deve governare relegandole negli spazi che spettano loro, senza mai farsi sostituire da esse.
La politica è denaro e tasse — no taxation without representation, come i baroni chiedevano al Re — ma deve anche saper spendere quando è il momento di non risparmiare.
La politica è profondamente umana, ma talvolta ha il dovere di tagliare una mano, fosse pure la propria mano destra. Per questo parlare di politica non è da tutti, come fare il chirurgo, come fare il maestro d’ascia, devi sapere e un sapere difficile, il più difficile.



