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La neutralità come alibi: ONU, UNIFIL, e il fallimento della responsabilità internazionale

Da Gaza al Libano, quando il multilateralismo osserva la violazioni ma rinuncia alle conseguenze

La neutralità come alibi: l’ONU, UNIFIL e la dissoluzione della responsabilità internazionale

Nel lessico delle Nazioni Unite la parola neutralità ha progressivamente mutato funzione. Non è più uno strumento per garantire imparzialità ed efficacia dell’azione internazionale, ma una categoria autoassolutoria, utilizzata per giustificare l’inazione, diluire le responsabilità e sterilizzare il conflitto politico sottostante alle violazioni del diritto internazionale.
È in questo slittamento semantico che si colloca il fallimento multilaterale nei due teatri oggi più emblematici: Gaza e il Sud del Libano.

L’ONU non fallisce per ignoranza dei fatti. Fallisce perché registra, documenta, verbalizza — e poi si arresta. La responsabilità non è tanto per azione, quanto per omissione sistemica.

L’asimmetria strutturale del sistema ONU e la “guerra legale” contro Israele

All’interno di questo vuoto normativo selettivo, Israele è divenuto nel tempo l’unico imputato permanente del sistema ONU. È il punto su cui insiste, da anni, UN Watch — organizzazione attiva a Ginevra sotto la guida dell’avvocato Hillel Neuer — che opera come anomalia interna al sistema, denunciando l’uso selettivo dei diritti umani e l’applicazione asimmetrica delle risoluzioni ONU.

Secondo questa lettura, non si tratta di negare violazioni israeliane, ma di evidenziare un meccanismo di imputazione unidirezionale, in cui attori non statali responsabili di violenze sistematiche — Hamas e Hezbollah in primis — vengono descritti come “contesto”, “fattori destabilizzanti” o meri ostacoli alla pace, mai come soggetti giuridicamente responsabili.

È qui che il diritto internazionale smette di essere universale e diventa strumento politico.

UNRWA: da agenzia umanitaria a problema politico-educativo

Il caso UNRWA è emblematico. Agenzia unica nel panorama ONU — dedicata a una sola popolazione rifugiata, priva di mandato di reinsediamento e fondata su uno status ereditario del rifugiato — UNRWA ha progressivamente assunto un ruolo che va ben oltre l’assistenza umanitaria.

Il suo sistema educativo, che coinvolge centinaia di migliaia di studenti, è stato al centro di numerosi rapporti che documentano la tolleranza sistemica di contenuti di incitamento all’odio: glorificazione del martirio, demonizzazione degli ebrei, cancellazione di Israele dalle mappe. Il problema, a lungo liquidato come marginale, ha assunto una dimensione penale dopo il 7 ottobre 2023.

Filmati prodotti dagli stessi terroristi di Hamas hanno mostrato il coinvolgimento diretto di dipendenti UNRWA nei rapimenti e nelle uccisioni. L’ONU ha riconosciuto che nove membri dello staff non possono più lavorare per l’Agenzia, alla luce delle indagini dell’OIOS.
La reazione del Commissario Generale Philippe Lazzarini — difesa dell’istituzione “nel suo complesso” e rivendicazione di essere “dalla parte giusta della Storia” — ha ulteriormente rafforzato l’idea di una negazione della responsabilità istituzionale, trasformando una crisi di accountability in uno scontro ideologico.

UNIFIL e la Risoluzione 1701: l’illegalità osservata, ma mai sanzionata

Ancora più istruttivo è il caso UNIFIL. La missione nasce dalla Risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza (2006), che stabilisce obblighi inequivocabili: disarmo di tutti i gruppi armati non statali, assenza di milizie tra la Blue Line e il Litani, esclusiva presenza di forze libanesi e ONU.

Eppure, i rapporti periodici dello stesso Segretario Generale ONU attestano violazioni sistematiche: arsenali di Hezbollah integrati nei villaggi civili, migliaia di lanci di razzi e missili, droni, attacchi contro Israele e contro UNIFIL stessa.
Nel 2026, peacekeepers ONU sono stati uccisi nel Sud del Libano. L’ONU ha riconosciuto che tali attacchi costituiscono gravi violazioni del diritto internazionale — senza però trarne alcuna conseguenza politica nei confronti di Hezbollah.

UNIFIL è così diventata testimone armata dell’illegalità, non strumento di enforcement. Un fallimento non operativo, ma eminentemente politico.

Le critiche militari e il caso italiano: Tricarico contro la narrazione ufficiale

In Italia, una delle critiche più nette a UNIFIL proviene dal generale Leonardo Tricarico. Le sue accuse sono strutturali: missione impotente, mandato paralizzante, conoscenza diffusa dell’attività di Hezbollah senza capacità — o volontà — di intervento.
Non un attacco ai soldati, ma all’architettura politico-diplomatica ONU che ha consentito il riarmo indisturbato di una milizia armata e finanziata dall’Iran.

A fronte di queste critiche, la comunicazione ufficiale di UNIFIL — incarnata da anni dal portavoce Andrea Tenenti — insiste su una narrazione rassicurante: arbitro imparziale, presenza indispensabile, rischio escalation come costante giustificazione dell’inazione. Una linea che molti osservatori considerano autoreferenziale, incapace di affrontare l’asimmetria reale sul terreno.

La politica italiana: tra allarmi, ambiguità e rimozioni

Le dichiarazioni del ministro Guido Crosetto oscillano tra allarmi legittimi e contraddizioni evidenti: dure proteste per episodi minori attribuiti a Israele, prudenza estrema rispetto agli attacchi documentati di Hezbollah, inclusi quelli contro basi italiane.
La richiesta di rivedere le regole di ingaggio o ritirare il contingente resta, per ora, sospesa tra diplomazia e immobilismo.

In parallelo, il dibattito pubblico italiano mostra una singolare rimozione: il fallimento UNIFIL è quasi assente dal racconto mediatico, mentre l’attenzione si concentra quasi esclusivamente sui torti di Israele.

Informazione selettiva e autorità morali: il caso Vittorio Emanuele Parsi

È in questo quadro che si colloca il caso di Vittorio Emanuele Parsi. Ex ufficiale di missioni ONU (inclusa UNIFIL), docente universitario e presenza costante nei talk show, Parsi viene sistematicamente interrogato sui crimini di Israele — mai sulle responsabilità ONU o sul fallimento della missione cui ha preso parte.

Le sue posizioni pubbliche adottano un linguaggio fortemente moralizzante: definizioni assolute, equiparazioni, accuse di genocidio. Tali affermazioni sono legittime nel dibattito politico, ma diventano problematiche sul piano informativo quando non sono accompagnate da contraddittorio, contesto o domande sulle responsabilità sistemiche ONU.

Non si tratta di censurare una voce critica, ma di evidenziare una asimmetria giornalistica: l’ex militare ONU diventa accusatore, mai testimone di un fallimento che lo riguarda direttamente.
Il risultato è una costruzione di autorità morale selettiva che deresponsabilizza il sistema multilaterale e riduce il conflitto a una narrazione monocausale.

Ginevra, le “porte girevoli” e l’autoreferenzialità del sistema

A rendere il quadro più opaco contribuisce la struttura stessa dell’ecosistema ginevrino: ONU, UNRWA, OHCHR, ICRC operano in uno spazio professionale altamente interconnesso, caratterizzato da mobilità di vertice e continuità di leadership.
I casi documentati di rotazione di ruoli — da Pierre Krähenbühl a Philippe Lazzarini, fino a Special Rapporteurs provenienti dallo stesso bacino — non configurano illegalità, ma pongono un problema politico di accountability incrociata.

Quando chi opera, valuta, critica e legittima appartiene allo stesso circuito, la neutralità rischia di diventare autoconservazione del sistema.

L’occupazione che non si nomina: l’Iran e il Libano

Infine, il grande non detto: mentre il termine “occupazione israeliana” viene utilizzato con disinvoltura, nessuna istituzione ONU ha mai qualificato come tale l’egemonia esercitata dall’Iran sul Libano tramite Hezbollah.
Eppure, le dinamiche sono note: un Paese privato della propria sovranità militare e politica, trasformato in piattaforma regionale iraniana, con il consenso tacito della comunità internazionale.

Conclusione: quando la neutralità diventa complicità passiva

Il diritto internazionale non perde legittimità quando viene violato — ciò è inevitabile. La perde quando viene applicato solo contro alcuni.
In quel momento, la neutralità cessa di essere una virtù e diventa complicità passiva.

UNRWA, UNIFIL, ICRC non sono accusabili di dolo sistemico, ma di inerzia selettiva. E l’ONU, nel suo insieme, non fallisce per mancanza di informazioni, ma per rinuncia deliberata alle conseguenze.

Questo è, oggi, il vero fallimento del multilateralismo.

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